«Le seconde generazioni stanno rivoluzionando il rap italiano» – Intervista a 8blevrai

8blevrai

8blevrai è uno degli interpreti più rappresentativi di una scena rap italiana multiculturale piena di novità stilistiche e musicali, evidenziate dal rapper in più occasioni poco prima dell’uscita di Immigrato, il suo primo progetto solista fuori dal 15 luglio su tutte le piattaforme digitali.

L’artista di origine marocchina ci ha raccontato il suo background prima dell’esplosione mediatica di REAL Freestyle, seguita dall’incontro con Fish e dalle collaborazioni illustri con Paky e Jake la Furia. Il classe ’97 ha evidenziato l’importanza del documentario uscito in concomitanza all’EP, elemento cardine di un artista che vuole far conoscere a tutti la propria storia anche con la potenza delle immagini. Del resto, proprio le immagini e la cinematografia fanno parte del piccolo ma già particolarmente denso repertorio di 8blevrai, ispiratosi al celebre film di Kassovitz, L’Odio, per scavarsi dentro e descrivere il contesto popolare vissuto prima di affermarsi come uno degli artisti più promettenti del movimento hip hop italiano.

Buona lettura!

La nostra intervista a 8blevrai

Immigrato è il titolo del tuo nuovo EP che in qualche modo mette un punto a questi tuoi primissimi anni di attività nella scena. Quanto ci hai lavorato? Lo consideri un trampolino di lancio?

«Ho iniziato a lavorarci da settembre, da quando abbiamo fatto la title track Immigrato che ha dato il via al concept. Questo EP lo vedo molto simbolico dal punto di vista personale. Parla di me ed esprime tutto ciò che sono e che voglio raccontare. Più che un trampolino di lancio per la carriera lo vedo come uno step importante per la mia vita privata: mi ha stimolato a raggiungere gli obiettivi prefissati aldilà della musica e insegnato che con il duro lavoro si può fare tutto».

L’EP in realtà fa parte di un progetto più ampio, visto che in concomitanza alla musica uscirà anche un documentario. Perché hai deciso di unirlo al concept dell’EP? Cosa ci mostrerai?

«La musica rimane sempre il fulcro del mio percorso però ultimamente la gente ha sempre più bisogno di conoscere chi la sta facendo. Quando parli con una persona capisci dagli occhi chi ti trovi davanti e, proprio per questo motivo, volevamo che si instaurasse un feeling a primo impatto tra me e chi mi ascolta, in modo che tutti capiscano chi sono realmente e perché faccio musica. Abbiamo deciso di realizzare il documentario in modo che vengano colti anche molti altri aspetti della mia vita privata e della mia persona, oltre a quelli che mostro nell’EP. Le due iniziative vanno di pari passo e rendono tutto il progetto più completo».

Il tuo rap è già di per sé molto personale, quindi abbinando un progetto per certi versi ancora più intimo diventa ancora più facile capire il tuo percorso. Questo emerge dai vari feedback che stai ricevendo in cui sempre più persone si sentono rappresentate da te e dalla tua musica.

«É vero che il mio rap è personale ma allo stesso tempo credo che tutti abbiano provato almeno una volta nella vita molte situazioni che affronto nelle canzoni, o almeno viste con i propri occhi. Quello che scrivo è per tutti anche se viene raccontato in prima persona e bene o male chiunque può rispecchiarsi in ciò che racconto».

I tuoi testi infatti, oltre ad essere uno spaccato della tua vita privata, raccontano anche la realtà di molte zone popolari e di tuoi coetanei che vivono oppure hanno vissuto situazioni simili alla tua. Nel tuo quartiere quanto e come viene preso in considerazione il rap? La gente crede che possa essere una voce e uno strumento di rivalsa?

«Sono cresciuto in un paesino di 2000 abitanti in provincia di Bergamo, in cui il rap viene ascoltato soltanto ora che si sta diffondendo. Tempo fa, quando ho iniziato a 13 anni con le prime rime al parchetto, erano sempre i soliti 6/7 a capire cosa stavo facendo. Mi ricordo di quando mi ascoltavo le primissime robe americane, in cui ciò che ora è visto come per tutti, prima era strettamente di nicchia. Quelli che stavano al di fuori ovviamente non capivano o non gli davano peso. Ora come ora sta iniziando a prendere campo e pian piano tutti stanno iniziando a parlare questa lingua».

Negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2020, hai iniziato a raccogliere sempre più riscontri positivi, iniziando dalle serie di freestyle REAL fino alle collaborazioni con Jake la Furia e Paky. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il rap poteva dare una svolta alla tua vita?

«Può sembrarti una risposta un po’ spocchiosa ma sapevo da sempre che avrebbe potuto essere una svolta. Già da quando scrivevo in cameretta e mi confrontavo con i miei amici senza registrare niente, rappando a cappella le strofe, credevo tanto in quello che facevo. Dicevo sempre ai miei coetanei che se ho in mente qualcosa e voglio farla bene posso arrivare al traguardo. Credere nelle mie potenzialità mi ha dato una mano a farmi conoscere. Quando poi ho iniziato a fare i video in modo serio, la mia convinzione è aumentata e i feedback che ricevevo quando le persone ascoltavano e capivano i messaggi dei pezzi mi davano sempre più grinta. Sono sempre stato molto positivo e convinto di ciò che stavo facendo».

L’incontro con Jake ti ha dato altre conferme a questo proposito? Come l’hai conosciuto?

«Assolutamente. L’ho conosciuto grazie a Fish. Dopo aver messo su Instagram il primo REAL freestyle ho iniziato a mandare il pezzo a un po’ di gente. In seguito Massimiliano Vecchi, manager mio e di Fish, notò il pezzo e dopo avermi fatto i complimenti mi chiese se avessi altro da fargli ascoltare. Il giorno dopo che è uscita Désolé vedevo Jake che mi guardava le storie su Instagram e diciamo che da lì è nato il rapporto. Dopo dieci giorni sono andato in studio da Fish dove ho incontrato anche lui e abbiamo iniziato a fare le prime robe».

Uno dei primi pezzi che hai rilasciato è La Haine, titolo che fa riferimento al film capolavoro di Kassovitz del 1995. Seppur romanzato credi che il film ritragga il contesto in cui hai vissuto? Ti sei rispecchiato o hai conosciuto persone che si sono immedesimate nell’Odio che portano dentro i tre ragazzi della banlieue?

«Ti dico subito che questo film l’avrò riguardato migliaia di volte, ogni volta con occhi diversi. Mi è piaciuto molto anche se è uscito molti anni fa. É romanzato ma parla molto bene di realtà che ho vissuto in prima persona. Tutte situazioni che esistevano ai tempi e che esistono anche al giorno d’oggi. Sono sicuro che rimarrà sempre attuale anche con il passare degli anni. Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a prenderci spunto per aiutarmi a parlare di ciò che ho passato. Tutti provano l’odio, così come l’amore. É un sentimento. Nel caso specifico di questo brano ho provato a raccogliere tutto l’odio che stava dentro di me per scriverci una canzone».

La scena hip hop italiana sta mutando in maniera piuttosto netta negli ultimi anni. Nuovi interpreti, tra cui moltissimi ragazzi di seconda generazione, stanno rivoluzionando radicalmente l’approccio sia nel modo di rappare che di descrivere la strada. Per certi versi è una situazione che ricorda la wave del 2016 che difatti cambiò le regole del gioco. Hai anche tu questa percezione? Ti senti uno degli artefici di questo cambiamento?

«Ricordo benissimo quell’anno, in cui tra l’altro uscì Sfera. Come tutte le novità, all’inizio nessuno capisce e hanno tutti paura del cambiamento. La stessa cosa sta accadendo in questo periodo con le nuove generazioni di cui sento di far parte che stanno cambiando la musica in Italia. Le culture dei ragazzi di seconda generazione stanno rivoluzionando il rap italiano, grazie all’unione con quella già esistente, portando melodie e contenuti nuovi. Questo non può far altro che migliorare la musica che andrà ad evolversi negli anni. A me piace tanto il rap dei vecchi tempi, dai Club Dogo a Fabri Fibra, che cerco di portare e valorizzare ma con colori diversi figli della mia generazione e del mio contesto».