Prima di tirare le somme sul 2020, riviviamo il decennio da poco terminato ripercorrendo gli album più influenti del rap italiano dal 2010 al 2019.

A inizio anno vi abbiamo proposto sulle nostre pagine quello che secondo noi è il meglio del decennio del rap americano, raccontandovi i momenti salienti della decade appena trascorsa. Negli ultimi mesi invece abbiamo pensato a lungo se riproporre o meno lo stesso format per analizzare l’ultimo decennio del rap italiano (2010-2019), che ha davvero vissuto una storia incredibile nel corso di questi anni. Consapevoli però di non poter riassumere in modo discorsivo tutto quello che è successo negli ultimi 10 anni (come accaduto con il rap americano) abbiamo deciso oggi di lasciar parlare la musica, facendo una selezione di 36 dischi che – secondo la nostra opinione – sono tra i più influenti (non i migliori) della decade.

Dieci anni fa le cose erano esattamente il contrario di quello che sono oggi. Dieci anni fa il pop italiano si divideva il podio degli album più ascoltati dell’anno dominando ogni tipo di classifica, mentre i Club Dogo, Fabri Fibra e Noyz Narcos si apprestavano ad uscire con degli album importantissimi per il loro percorso con Che Bello Essere Noi, Controcultura e Guilty. Leggermente più in penombra invece si affacciavano nuovi artisti come Emis Killa e MadMan con Champagne e Spine ed Escape From Hearth, mentre il resto della scena continuava a definirsi in molteplici sfumature: dalla quota culturale di Musica Che Non si Tocca (Bassi Maestro, Dj Shocca), alla sperimentazione de  Il disco nuovo/il disco volante (Two Fingerz) sino al rap di Equilibrio (Ensi), in grado di abbinare una tecnica ferrea al contenuto.

Dovremo aspettare il 2017 – complice anche l’affermazione delle piattaforme di streaming – perché in classifica si presenti il rap italiano che non sia quello politico di Comunisti col Rolex o quello del Sig.Brainwash di Fedez. Il 2017 è l’anno in cui Ghali debutta ufficialmente con Album entrando nella classifica dei dischi più venduti in Italia: un traguardo che traina anche l’affermazione della nuova scuola, con i vari Sfera Ebbasta, Izi, Capo Plaza ed Ernia alla guida di questa new wave.

Guardare soltanto i numeri potrebbe però indurre all’errore, poichè il decennio del rap italiano ha un prima e dopo ben marcato che appartiene – con tutta probabilità – al biennio 2015 – 2016, che è rispettivamente l’affermazione e la rinascita del rap italiano grazie all’uscita di dischi come Vero, Squallor, Status e XDVR.

È proprio grazie a tanti scenari così diversi tra loro che la nostra selezione –  basata esclusivamente sul “più influente” e non sul “migliore” – abbia avuto basi critiche differenti di anno in anno, prendendo in considerazione il bacino d’utenza rapportato al periodo, lo sviluppo negli anni a seguire degli artisti, i numeri ottenuti ed – ovviamente – il livello che hanno contribuito ad incrementare negli anni: grazie alle strofe, ai featuring realizzati, ai concept delle tracce, alla promozione (o non promozione) di un disco, al legame creato col pubblico ed al riconoscimento autentico di quest’ultimo.

Abbiamo tentato di fare questa ardua selezione prendendo in causa il termine influente  nel senso più ampio possibile, con ovviamente anche la soggettività del caso che – ahimè – non può mai mancare. Siamo perfettamente consapevoli che  non sarete d’accordo su tutto, che secondo il vostro parere mancheranno molti dischi all’appello (opinione comprensibile) e che al posto di uno poteva starcene un altro. Quello che vogliamo proporvi non è infatti assolutamente le cose come dovrebbero essere, ma soltanto come sono secondo la nostra visione, dopo esserci confrontati a dovere su 10 anni di storia del rap italiano (e a più di un metro di distanza, tramite Skype).

Prendete questa lista come una cronistoria essenziale del rap italiano dal 2010-2019. È il nostro tributo ad un genere che oggi sembra essersi imposto definitivamente nonostante gli ostacoli ed il merito è anche un po’ nostro (noi pubblico), che abbiamo contribuito affinché tutto questo succedesse. Di seguito troverete la lista completa degli album più influenti del decennio 2010-2019 secondo la redazione di Rapologia, in ordine cronologico e con annessa spiegazione del perché della scelta:

Guilty – Noyz Narcos (2010)

È uno dei primi dischi che ha inaugurato il decennio e sicuramente uno dei più significativi, anche solo per aver definitivamente spianato la carriera solista del King de Roma Noyz Narcos. Guilty è stato un disco molto street e molto crudo, senza compromessi musicali o contenutistici, accompagnato da storici singoli usciti con video ufficiale su YouTube in un periodo in cui lo streaming era appena nato e non aveva idea della rivoluzione che avrebbe portato di lì a poco. Chi non ricorda o non ha mai visto ad esempio il video Zoo de Roma o Sotto Indagine (senza dimenticare quello di M3, uscito addirittura l’anno precedente sotto forma di street video a fare da promozione per l’intero progetto)? Guilty è un disco a cui hanno partecipato ovviamente i fedeli compagni del Truceklan, ma anche grandi nomi del mainstream del tempo come i Club Dogo, Marracash e Fabri Fibra, senza dimenticare l’intro From BK to RM ad opera di Necro, fratello del più noto Ill Bill (Non Phixion e la Coka Nostra) che impersonificava perfettamente l’immaginario Horrorcore di Noyz oltreoceano. Insomma, Guilty non avrà ispirato tutte le generazioni di giovani rapper, ma ha sicuramente tutte le carte in regola per essere annoverato tra i più influenti della decade.

 

Controcultura – Fabri Fibra (2010)

Il quarto disco in major di Fabri Fibra chiarisce cosa volesse dire fare un disco rap per il grande pubblico a inizio anni ‘10. La satira da prima serata di Vip in Trip e – soprattutto- la dance irresistibile di Tranne Te garantiscono a Controcultura un successo immediato. Due singoli perfetti per la rotazione costante di MTV e delle radio, ma allo stesso tempo due veri cavalli di Troia per un album che al suo interno nascondeva tutt’altro. Il sesto lavoro solista di Fabri Fibra, infatti, assomiglia poco all’innocua Tranne Te, rivelandosi invece come un racconto senza filtri di nevrosi personali e collettive. In Controcultura fantasmi privati e dibattito pubblico si rimescolano senza sosta: ci sono le crisi di identità, l’ossessione per la fama, ma anche le “cene eleganti” e una classe dirigente Berlusconiana al capolinea. Uno zapping televisivo distorto e allucinato che, trainato dal singolo Tranne Te, arriverà al platino nei primi mesi del 2011, un traguardo non certo scontato per il tempo. E mentre una lunga stagione politica attorno stava volgendo al termine e degradava in farsa, Fabri Fibra con Controcultura trovava la definitiva consacrazione. I riflettori sul Rap Italiano da allora non si sono mai più spenti.

 

Che Bello Essere Noi – Club Dogo (2010)

Che Bello Essere Noi è il disco con cui i Club Dogo sono entrati a gamba tesa nel nuovo decennio ed osiamo dire che non avrebbero potuto farlo in maniera migliore, anche se probabilmente è stato il disco con cui è iniziato il “declino” del gruppo. I temi affrontati sono molteplici: si passa da banger commerciali come Spacco Tutto a brani decisamente più impegnati e pregni di critica socio-culturale come Anni Zero o come l’incompresa Cocaina, senza dimenticare il successo radiofonico avuto da All’Ultimo Respiro. Ancora una volta è Don Joe a segnare il grande cambio di passo rispetto al precedente Dogocrazia, dando un tocco “elettronico” importante grazie ad un uso massiccio del sintetizzatore ed aggiungendo così una sfumatura dance ad alcune tracce presenti, come accade in JCVD. (ricordiamoci che al tempo il rap – che proprio nei Club Dogo vedeva una delle sue maggiori espressioni – era un genere famoso per “imballare” locali). Che Bello Essere Noi ha in qualche modo rappresentato un giro di boa a cavallo tra due decenni e tra due tipi di sound molto diversi, aprendo il rap anche un pubblico meno street e più borghese, all’epoca simboleggiato proprio dai club.

 

The Island Chainsaw Massacre – Salmo (2011)

L’hardcore rap attraversa sottotraccia tutta la storia del rap italiano, ma ci penserà un ventisettenne di Olbia a dare nuova linfa al genere, così da catapultarlo nel terzo millennio con The Island Chainsaw Massacre. Per farlo, Salmo si affida ad un immaginario visivo da film horror anni ‘70 e ad un background musicale onnivoro, dove i sample si scontrano con la drum’n’bass inglese e con le chitarre per mettersi al servizio di una voce ruvida dotata di un magnetismo fatale. Una manciata di videoclip dall’inedito taglio cinematografico (Yoko Ono, Street Drive In), inoltre, amplificheranno ancora di più l’impatto dei versi di un ragazzo che non ha più nulla da perdere. Il nome di Salmo corre in fretta di bocca in bocca e le poche copie dell’album diventano introvabili, mentre i suoi live si dimostrano eventi che poco sembrano avere a che spartire con il rap. Lebon brucia davvero le tappe e nel giro di una stagione porta la sua carica iconoclasta anche nei dischi degli artisti più affermati della scena. Così se The Island Chainsaw Massacre è già salutato come un instant classic, la doppia collaborazione in King del Rap con Marracash sancisce l’immediata promozione di Salmo nel mainstream del Rap Italiano.

 

Il Ragazzo d’Oro – Guè Pequeno (2011)

Il Ragazzo d’Oro è il debutto solista di Guè Pequeno, che avviene in un periodo di transizione molto importante per il rap italiano, in cui le direzioni da prendere non sembravano ancora chiare così come il futuro che gli stava davanti. Con lungimiranza, Cosimo Fini ha scommesso su una carriera parallela a quella dei Dogo, sulla scia dei Fastlife Mixtape: non è un caso infatti che il primo singolo estratto, Non lo Spegnere ft Entics, sia proprio una rivisitazione migliorata di un pezzo del Vol.2. Dentro ci sono tracce come Il Ragazzo d’Oro assieme a Caneda, che ancora oggi fa scuola in Italia se parliamo di trap; ma c’è anche un’importante quota conscious che poi ritroveremo più matura nei progetti futuri, con tracce come Ultimi Giorni, Il Blues del Perdente o Non Mi Crederai, che è il “battesimo” di Guè Pequeno. Inoltre – già allora – l’artista guardava con intelligenza ad un pubblico più ampio, come testimonia la ballad Conta su di me. Il Ragazzo d’Oro è la base di una carriera senza pari che ancora oggi da i suoi frutti, nonché un esempio di avanguardia per lo stile e per il suono in anni insospettabili.

 

Haterproof – Gemitaiz & MadMan (2011)

Abbiamo scelto Haterproof di Gemitaiz e MadMan sia per premiare le rispettive carriere che per riconoscergli il merito di  aver fidelizzato un pubblico gigante all’interno della scena. Nello specifico, abbiamo scelto questo joint project perché il concetto di mixtape in Italia è fortemente legato ad entrambi, che ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia: da un lato infatti troviamo l’infinita saga di QVC alla quale ognuno di noi è affezionato, dall’altra gli MM che hanno regalato a MadMan una crescente attenzione culminata poi con una vera  e propria adorazione per la sua tecnica al microfono. Entrambi sono annoverati tra i migliori performer da palco di sempre nel rap italiano ed è proprio questo rapporto così forte col pubblico che ha dato un valore speciale alla loro musica fatta di cuore, incastri ed extrabeat. Haterproof è uscito nel lontano 2011, e chi è della classe compresa tra il 94 ed il 97 non potrà mai dimenticare quei tempi al liceo in cui Gem e Mad raccontavano davvero le nostre stesse vite, le stesse paranoie e le stesse gioie, con una cifra stilistica unica che ancora oggi li contraddistingue. Provate ad ascoltare quel tape, e vedrete che lo saprete ancora a memoria.

 

King del Rap – Marracash (2011)

King del Rap rappresenta, per Marracash, l’album della svolta in termini di successo, mentre per il rap italiano rappresenta invece un punto fermo per quanto riguarda l’influenza che ancora oggi esercita. Numerose collaborazioni gestite egregiamente ed un mix equilibratissimo di tracce che passano dalla più leggera alla più introspettiva formano un album che non stufa mai, grazie soprattutto alll’impeccabile gestione della tracklist.  E’ come se il rapper milanese si presentasse davanti ai media ed al grande pubblico dicendo: “ehi, guardate che il rap in Italia esiste e sarebbe ora di capirlo”. Citando il protagonista in questione “tutta la critica che a noi non ci dà retta se fai l’impegnato a meno che tu non sia Caparezza/ Se metti una collana e ti vesti decentemente, niente, in Italia non sei più intelligente”. King Del Rap è la risposta a questa mentalità e – dieci anni dopo – possiamo dire che ha vinto Marra.

 

Machete Mixtape I – Machete Crew (2012)

Il successo di Salmo farà da testa d’ariete all’affermazione di una realtà più larga e più scalmanata, ossia la Machete Crew. La ciurma di sardi composta da En?gma, El Raton, Dj Slait e Salmo stesso, nel corso del 2011 sbarcherà a Milano e con Machete Mixtape 1 farà convergere alla propria corte tutta la scena. La dubstep turbata dagli scratch di Slait, il liricismo di En?gma, l’hardcore da pogo di Salmo ed El Raton, fino alla posse King’s Supreme, sono tutti tasselli fondamentali per capire l’impatto della crew sul panorama musicale del periodo. La capacità attrattiva della piattaforma Machete – che qui richiama Raige, Danno, MadMan, Bassi Maestro, Dj Craim, Rocco Hunt, Ensi, Gemitaiz, Clementino e altri – caratterizzerà e renderà centrale il collettivo per anni, un ruolo solo in piccola parte scalfito dalla nuova scena trap. Basta scorrere la lunga lista di crediti che ancora oggi affolla gli ultimi MM4 o BV3 per capire come l’importanza e il prestigio della crew, che nel frattempo ha visto cambiare più volte la propria composizione, sia ancora intatto a quasi dieci anni di distanza.

 

Bravo Ragazzo – Guè Pequeno (2013)

Dopo Il Ragazzo d’Oro ed il successo mainstream del disco Che Bello Essere Noi dei Dogo, non era facile ripetersi ancora una volta da solista: Bravo Ragazzo riesce però nell’impresa, moltiplicando i successi già ottenuti con i progetti precedenti. I motivi di questa scelta vanno ricercati nella formula con cui è composto il disco – un album di repertorio molto simile nella struttura al recente Mr.Fini  – e che contiene tutte le sfumature dell’artista, da quella più vivace a quella più grigia. Ma soprattutto, l’anno di Bravo Ragazzo è l’anno in cui Guè Pequeno si afferma definitivamente non come membro dei Club Dogo ma come artista a sé stante, il cui carisma è magnetico ed il cui nome inizia a circolare anche in circuiti che vanno oltre al rap. Quell’anno Guè è il protagonista di un tour di estremo successo in tutta Italia, con una data finale all’Alcatraz passata direttamente alla storia per l’hype e per la qualità della performance. Infine – ma non meno importante – è necessario ricordare che in Bravo Ragazzo sono contenute forse le sue hit più grosse, come Brivido e Rose Nere, annoverate tra i pezzi più rappresentativi della sua carriera. Uno step fondamentale non solo per lui, ma per l’intero movimento del rap italiano.

 

El Micro de Oro – Primo & Tormento (2014)

In questo decennio si potrebbe tranquillamente dire che è spiccato più il singolo del gruppo, ad eccezione di pochi e rari casi. Tuttavia non sono mancate le eccezioni in cui due singoli hanno unito le forze, un po’ come spesso succede oltreoceano e come è accaduto con Santeria, o più recentemente con 17. El Micro de Oro è però frutto di una coppia forse inedita, ma che ha prodotto comunque un risultato davvero ottimo in termini di qualità ( in termini di numeri un po’ meno, ma speriamo sempre che il progetto si rivaluti nel tempo come è accaduto per Localz Only).Comunque, se i numeri non hanno parlato lo hanno certamente fatto i brani, dove Primo e Torme si sono amalgamati magnificamente e dove il rap è assolutamente il protagonista principale. L’ascolto scorre dritto dalla prima all’ultima traccia nonostante le atmosfere presenti siano molteplici, senza dimenticare una bella dose di punchlines; c’è anche molta varietà musicale nelle produzioni, ma in fondo sono stati coinvolti dei big come Shablo e Fritz Da Cat, senza dimenticare Squarta. Decisamente una pietra miliare per il genere, anche se è passata purtroppo un po’ inosservata. Riposa in pace Primo, e suona forte sempre.

 

Non Siamo Più Quelli di Mi Fist – Club Dogo (2014)

Non potevamo non inserire Non Siamo Più Quelli di Mi Fist, cascasse il mondo. L’ultimo album dei Club Dogo ha rappresentato per molti appassionati del genere la chiusura di un cerchio, la fine di un’era, l’ultima parola di un racconto che ci ha accompagnato nella crescita personale attraverso quasi due decadi. Ma questo disco non si trova tra gli album più influenti della decade soltanto per una questione di nostalgia. Come lo stesso Don Joe ha rivelato nel suo libro Re Mida, Non Siamo Più Quelli di Mi Fist è stato uno dei primi dischi ad esser stato lavorato all’estero, in California, ed è stato anche il momento in cui Jake e Guè hanno ritrovato parte di quell’alchimia che si stava un po’ perdendo. Nonostante sia ad oggi il disco più sottovalutato dei Dogo è anche tra i più belli, per le produzioni all’avanguardia di un Don Joe camaleontico, per la profondità di molte strofe presenti e per il segno indelebile che ancora oggi lascia nel complesso, suonando ancora attuale e maturo. Non Siamo Più Quelli di Mi Fist è un album che – come i precedenti del trio – ha segnato in modo indelebile la storia del rap in Italia.

 

Laska – Mecna (2015)

Il 2015 non è solo l’anno di tre dischi fondamentali per il decennio (parliamo ovviamente della santissima trinità composta da Vero, Status e Squallor), ma è anche quello in cui esce un album la cui attitudine è completamente diversa: Laska è infatti la prova lampante e più riuscita del decennio di come un altro tipo di rap sia possibile pur rimanendo tale. Quello che fa di Mecna una mosca bianca nel panorama rap italiano è la sua capacità di sradicare da questo genere la componente “truce”, rendendolo accessibile anche ad un pubblico differente e lontano dal rap, grazie ad una scrittura intima ed estremamente personale con cui riesce a mettersi completamente a nudo, dagli amori finiti male (se non avete pianto ascoltando 31/08 o mentite, o non avete un cuore) alla consapevolezza di essere quasi un outsider della scena, offrendo quindi all’ascoltatore la chiave non solo per entrare nel suo mondo, ma per immedesimarcisi completamente.

Status – Marracash (2015)

Era 2015, il rap stava subendo un periodo di effettiva stagnazione e Marracash non faceva uscire un album da quattro anni: Status è stata la rottura più forte degli ultimi dieci anni. In un periodo nel quale il genere si stava indebolendo anche a livello di identità, questo capolavoro rappresenta tutta la forza del rap, unendo alla perfezione una forma eccellente, un contenuto profondo e un’attitudine invidiabile. Status rappresenta tutt’oggi – e probabilmente lo farà per sempre – uno dei punti di riferimento più alti per qualsiasi rapper. Tracce come Vendetta, 20 Anni, Il Nostro Tempo, Crack, Untitled – giusto per citarne qualcuna – sono episodi che raramente si son visti nel panorama italiano. Status porta avanti un concept di una maturità assoluta e lo sviluppa egregiamente, dimostrando come anche un genere da molti bistrattato possa invece avere una sua profonda dignità.

 

Squallor – Fabri Fibra (2015)

Altra costante di questo decennio – in particolar modo della seconda metà – è la promozione che accompagna un disco dall’annuncio all’uscita, continuando anche successivamente nelle maniere più svariate. C’è stato però un artista che ha sempre fatto della controtendenza la sua arma principale e ci riferiamo chiaramente Fabri Fibra, che complice uno dei più bei dissing della storia recente con l’ex amico e collaboratore Vacca, ha deciso di lanciare Squallor senza praticamente promuoverlo nel modo canonico. Siamo sul finire di marzo 2014 quando Fabri risponde al primo dissing del collega con oltre 10 minuti di barre, ed è proprio nell’intermezzo tra un beat e l’altro che annuncia l’uscita prossima del suo nuovo album. Altrettanto a sorpresa, un anno dopo lo annuncia anche su Twitter e l’album esce il giorno stesso insieme al video del singolo Il Rap Nel Mio Paese (trasmesso anche al TG1 la stessa sera), dissacrante invettiva dedicata più o meno indistintamente al tutto il rap game. Il disco non debutta al primo posto ma raggiunge l’oro in poco tempo, confermando quello che lo stesso Fibra ha dichiarato recentemente in un’intervista: ogni disco catalizza l’attenzione che si merita, al netto di tutto l’universo promozionale che ha intorno.

 

Suicidol – Nitro (2015)

Suicidol di Nitro è uscito in un anno in cui il rap italiano si è affermato con i suoi big, come è accaduto a Laska di Mecna: è il 2015 di Status, Vero e Squallor. Ma nonostante quei dischi fossero destinati a cambiare per sempre la storia del rap in Italia, dall’altra c’era un nuovo versante che si stava affermando sempre di più, un tipo di rap che colpiva molto gli adolescenti e coloro che prediligevano un determinato stile più dark/punk, magari più lontano dal rap classico. Quando uscì Suicidol fu un vero e proprio crack di vendite e di risonanza mediatica: tutti conoscevano Nitro, quel disco fece dei numeri impressionanti e Pleasantville divenne la canzone d’amore per eccellenza. In quel disco Nitro mise tutto sé stesso, vuoi per il momento giusto, vuoi per il periodo florido della Machete, ma quello fu l’apice per l’artista veneto che da lì in poi ha anche affermato più volte di dovere ritrovarsi dopo quel successo.  Quel disco infine fu anche fautore di un’altra delle fan-base più solide della scena, in grado di portare anche ascoltatori non necessariamente legati a questo mondo, con in comune anche soltanto la generazione da cui provenivano.

 

XDVR – Sfera Ebbasta (2015)

Nel rap italiano c’è un prima e c’è un dopo XDVR. Oggettivamente uno degli album più influenti di sempre, ha cambiato definitivamente le carte in tavola nella scena. Uno street album duro e crudo, con produzioni di altissimo livello firmate da Charlie Charles (primo producer ad esser creditato nei videoclip) che rimandano a suoni molto più americani rispetto a come eravamo abituati. E’ anche l’avvento della trap in Italia, che scatenerà nei due anni successivi ondate di indignazione. A conti fatti però non si può dire non abbia fatto bene al genere: dalla sua uscita il personaggio di Sfera ha scalato ogni classifica, infranto record su record e anche grazie al suo impatto si è creata la cosiddetta nuova scuola. XDVR rimarrà probabilmente per sempre un culto assoluto nell’ambiente urban, in particolar modo per aver portato una ventata di freschezza, novità e originalità senza precedenti.

 

Vero – Guè Pequeno (2015)

Vero è l’ultimo album solista di Guè Pequeno che abbiamo selezionato in questa speciale classifica. Nonostante non abbia goduto del successo commerciale sperato, Vero ha ridefinito il concetto di album di livello nel rap italiano, offrendoci uno sguardo cinematografico ma allo stesso tempo intimo ed inedito sull’artista. Il conscious di brani come Eravamo Re, Oro e Diamanti e Fuori Orario, l’estrema sperimentazione su beat trip hop (con autotune usato all’inverosimile!) di pezzi come Nouveau Riche, lo stile di Squalo, le punch di Pequeno, lo storytelling delle Bimbe Piangono e della title track: Vero è il disco che ogni aspirante rapper dovrebbe ascoltare qualora fosse intenzionato a fare la storia del genere in Italia. Un altro motivo per cui non potevamo lasciarlo fuori sono le collaborazioni con l’estero presenti e no, non ci riferiamo soltanto ad Akon in Interstellar, ma anche ai produttori francesi Therapy e Medelline che hanno contribuito in modo prezioso ad impreziosire le atmosfere del disco. Vero è il disco che – secondo noi – ha contribuito maggiormente a formare lo status di Guè, di cui ancora oggi i suoi dischi e le sue rime possono godere.

 

Beats & Hate – Egreen (2015)

Siamo a cavallo tra il 2014 e il 2015 quando Nicholas Fantini, in arte Egreen, decide di compiere due scelte molto coraggiose. Prima si allontana per motivi professionali dall’etichetta Unlimited Struggle (sotto la cui egida era da poco uscito Il Cuore e la Fame) e poi decide di affidarsi al crowdfunding per finanziare la realizzazione dell’album Beats&Hate. Una volta sbarcato su Musicraiser il target di 20.000€ viene ampiamente raggiunto incredibilmente in pochi giorni e alla fine della campagna la cifra raccolta è pari al 365% del target di partenza, superando abbondantemente ogni altro progetto italiano precedente. Musicalmente è un disco Hip-Hop molto hardcore con davvero pochi fronzoli, che riconferma lo spittin’ crudo e incondizionato tipico di Fantini e suo marchio di fabbrica ancora oggi che ne scriviamo. Nessun featuring al microfono ma tanti i DJ e produttori coinvolti, tra cui anche Big Joe, Mace e i The Caesars. La vera chicca che dona al disco un’ulteriore aura sacrale? Non è mai stato ristampato, lo possiedono solo coloro che al tempo aderirono all’iniziativa di crowfunding.

 

Hellvisback – Salmo (2016)

Se c’è qualcuno nella scena rap italiana che non ha mai avuto paura di osare, quello è sicuramente Salmo: sin dai tempi di The Island Chainsaw Massacre infatti, il rapper di Olbia si è sempre contraddistinto per uno stile poliedrico e personalissimo che mischia tra loro vari generi, ma avendo il rap come preciso comun denominatore. Lo stesso accade anche in Hellvisback, un disco suonato veramente, pensato forse più per la dimensione live che per essere ascoltato in cuffia, in cui le barre di Salmo si accompagnano a produzioni decisamente hardcore che virano verso atmosfere più rock e punk (complice anche la presenza di Travis Barker, storico batterista dei Blink-182) che hanno convinto anche chi davanti al rap ha sempre storto il naso. Hellvisback è infatti un album decisamente sperimentale, il punto più alto che ha raggiunto l’unione delle due anime di Salmo – quella rap e quella rock’n’roll –, e per questi motivi rappresenta dunque un unicum nel panorama mainstream.

 

Fenice – Izi (2016)

Nel 2016 la nuova scena si stava presentando in massa agli ascoltatori del rap italiano. Nel marasma generale spunta fuori anche Izi, che saluta il pubblico con un film e un disco. Il film, Zeta, ha suscitato qualche perplessità; il disco – Fenice – ha invece mostrato il suo vero lato artistico. Non è un album perfetto, ma esprime già a pieno quello che diverrà il rapper genovese, ovvero un cantante che vuole poter dire qualcosa nei suoi pezzi, tralasciando i discorsi di immagine e concentrandosi sulla musica. Fenice è un disco piuttosto delicato: basterebbe ascoltare la hit, Chic, per capire che non è molto accostabile ai suoi colleghi. Si percepisce un alone di immaturità (comprensibile), ma al contempo è innegabile che la tracklist presenta ben più di qualche traccia interessante – come Casa con Ensi o Solo con Tormento – mostrando un artista che tra i nuovi ha qualcosa di urgente da dire, e riesce a farlo molto bene.

 

Santeria – Marra & Guè (2016)

La disputa tra i fan del rap italiano su quale sia l’anno più importante per la rinascita del rap italiano tra il 2015 e il 2016 sembra che non sia destinata a trovare un vincitore: questione di età, o forse di preferenze. Ma se dovessimo indicare un disco che certamente metterebbe d’accordo tutti in questo senso, quel disco sarebbe Santeria di Marra e Guè. Prima di questo joint album entrambi venivano dai lavori forse più grossi della loro carriera, Status e Vero, che però non hanno avuto il successo commerciale sperato. Forse consapevoli di non dover dimostrare più niente a nessuno hanno deciso quindi di volare in Brasile e in Spagna per lasciarsi ispirare dalle loro atmosfere esotiche, approfittando anche dell’occasione per stimolarsi artisticamente a vicenda. Ciò che ne è venuto fuori è stato un classico del rap italiano, che ha rivoluzionato il modo di lavorare ad un disco, rompendo qualsiasi schema imposto e reinventando questa coppia di campioni in una nuova pelle. C’è un prima e dopo Santeria nel rap italiano, e il merito è di due tra i più grandi autori della storia del genere: Marra e Guè.

 

Orange County Mixtape – Tedua (2016)

Più di altri progetti dello stesso anno, Orange County Mixtape spiega bene i rimescolamenti in atto nel rap italiano a metà decennio. Il primo progetto davvero ufficiale di Tedua (prima c’era stato solo Aspettando Orange County) accoglie tra le sue tracce i produttori più importanti di questa fase, perciò troviamo Charlie Charles (Buste della Spesa), Sick Luke (No Snitch) e Chris Nolan, da qui in poi produttore di fiducia dell’artista. A guardar bene, anche al microfono vediamo alternarsi figure chiave della nuova scena come Sfera Ebbasta, Izi, Ghali, Rkomi, Laioung e altri. Malgrado questo via vai, l’attenzione è però tutta su Tedua. Il rapper di Drilliguria, riporta infatti l’attenzione su testi elaborati e sul racconto autobiografico, seppur in una forma tutta nuova e a tratti respingente (ricordate il ritornello “Tedua non va a tempo”?). L’artista genovese raggiungerà probabilmente  la piena maturità soltanto in Mowgli, ma OCC racchiude alcuni dei suoi brani più iconici come Wasabi, Lingerie, Circonvalley e Orange County. Se qualcosa riascoltato oggi sembra già invecchiato prima del tempo, Orange County rimane una tappa obbligata per capire il decennio appena trascorso.

 

Malammore – Luchè (2016)

Nel suo libro Luchè afferma che questo è il suo primo vero disco ufficiale (e il primo distribuito per una major, nonostante fosse stato preceduto da L1 e L2, considerate però delle “prove generali”): Malammore infatti non è solo un album, ma un intero concetto. È poesia cruda, è l’amore che si mischia alla sofferenza lacerante, alla vita di strada della periferia di Napoli da cui Luchè non può prescindere. Malammore rappresenta la rivincita di Luchè dopo lo scioglimento dei Co’Sang, la vetta dopo la discesa e la risalita, la rivalsa di un artista e di un uomo che – come dirà due anni dopo in Potere –ha lasciato la sua città e dopo se l’è ripresa, e lo ha fatto raccontandola in modo crudo, viscerale e passionale, diventando di fatto l’unico vero re di Napoli. In Malammore tutto è curato nei minimi particolari, dalle produzioni affidate in larga maggioranza a D-Ross e Star-t-Uffo, ai testi lavorati in modo tale da raggiungere un livello di perfezione che lo rendono un classico del rap italiano e che gli fanno conquistare di diritto un posto fra i dischi che hanno segnato l’ultimo decennio.

 

Dasein Sollen – Rkomi (2016)

Nella filosofia di matrice esistenzialista di Heidegger, “dasein” era il termine che esprimeva la presa di coscienza di se stessi. In una sola parola, l’esserci. Non poteva quindi avere titolo più azzeccato il primo EP di Rkomi, un lavoro con cui il rapper di Calvairate ha definitivamente imposto la propria presenza nella scena italiana sulla scia della nuova wave che nel 2016 iniziava a prendere sempre più piede. Un EP che è un viaggio nel mondo e nella testa di Rkomi, un viaggio visionario e assolutamente peculiare fatto di incastri al limite del poetico, in cui la fotta e la voglia di rivalsa si intrecciano all’urgenza espressiva attraverso dei flussi di coscienza la cui profondità ha reso Rkomi una perla rara nel rap italiano. Il tutto è modellato alla perfezione su un tappeto musicale notturno ed evocativo creato da Chris Nolan, Shablo, Zef, Marz e Night Skinny (che in seguito affermerà di aver ritrovato in questo giovane rapper della periferia sud di Milano la voglia di tornare a produrre). Tra i dischi più rappresentativi del decennio, Dasein Sollen merita indubbiamente un posto sia per essere già un piccolo culto del genere, sia per essere stato il seme da cui, solo un anno dopo, sarebbe fiorito Io In Terra, il capolavoro indiscusso di Rkomi.

 

The Dark Album – Dark Polo Gang (2016)

Se qualcuno dopo Crack Musica e Succo di Zenzero considerava ancora la Dark Polo Gang come poco più di un meme, con The Dark Album ha dovuto rassegnarsi al fatto che non c’era proprio niente da ridere. Quei quattro ragazzi di Rione Monti facevano sul serio. The Dark Album è allora l’espressione più matura dell’immaginario Dark: rime elementari – quando ci sono – compongono testi essenziali dove marche d’abbigliamento e stupefacenti dettano la sintassi; il tutto condito da un’attitudine vagamente punk, a tratti sessualmente ambigua. Si rivela indispensabile alla riuscita del progetto l’apporto di Sick Luke, che qui mette a punto definitivamente la propria idea musicale a base di carillon lisergici, hi hats onnipresenti e 808 in evidenza: una ricetta imitatissima da chiunque verrà dopo. Oltre alle hit Sportswear e Fiori del Male, inoltre, il disco racchiude episodi neri come la pece (Bello Figo Dark, Latte di Suocera, Demoni) di cui si possono trovare echi in molta trap successiva. I pischelletti dark non raggiungeranno più un simile equilibrio tra culto e macchietta, ma genereranno una schiera infinita di imitatori, dei quali possiamo trovare traccia ancora oggi nelle playlist di Spotify.

 

Ragazzi Madre – Achille Lauro (2016)

A metà decennio Achille Lauro si è trovato in una situazione particolare. Fino a poco prima, sotto l’ala paterna di Marracash, Achille sembrava indicare il futuro del rap italiano, ma gli stravolgimenti post-XDVR (che molto doveva alle sue intuizioni) avevano portato l’artista a rincorrere i giovani trapper e non più a dettare la linea. Per Achille era perciò finito il tempo di essere figlio ed era il momento di diventare padre, anzi Mamma. Dopo lo scatto d’orgoglio rappresentato dal singolo CCL, arriva dunque a stretto giro Ragazzi Madre.  Achille si fa qui portavoce di storie criminali che non lo vedono più protagonista, assumendo uno sguardo che ora abbraccia i suoi ragazzi. È una partecipazione irrimediabilmente coinvolta in Barabba II, ma che sa essere cinica nella title track, dove descrive chirurgicamente una società “a conduzione famigliare” con tanto di turni, welfare aziendali e pericolosi rischi d’impresa. A rigenerare il suono di Lauro ci pensa Boss Doms che lungo tredici tracce fa incontrare Atlanta con Berlino, ibridando la trap con l’elettronica più ricercata. Ragazzi Madre è anche l’ultimo progetto rap di Achille. In Teatro & Cinema si possono già scorgere i semi della successiva incarnazione del nostro in un dandy decadente à la Bowie, immagine che lo caratterizza tutt’oggi.

 

Rockstar – Sfera Ebbasta (2018)

Con l’uscita dell’album omonimo Sfera Ebbasta, il rapper di Cinisello era definitivamente diventata una figura impossibile da ignorare nella scena rap, con buona pace di tutti coloro che ancora si ostinavano a non considerarlo un rapper. Il suo nome era sulla bocca di tutti anche solo per la doppia collaborazione con SCH – rappresentante autorevole della scena francese – a lungo considerata la miglior espressione del genere a livello europeo. Quello che successe però due anni dopo ha avuto davvero dell’incredibile, non solo per il grande riscontro numerico incontrato. Rockstar è stato il primo disco rap italiano ad uscire in due versioni: la prima con all’interno “solo” il frontman dei Migos Quavo Huncho e l’amico Drefgold, mentre la seconda impreziosita dalla partecipazione di artisti provenienti da tutto il mondo, tra i quali figurano anche Rich The Kid, Tinie Tempah e Lacrim. Un progetto curato nei minimi dettagli che ha strizzato forse eccessivamente l’occhio al pop, senza però snaturare il personaggio di Sfera. Non sarà stato il disco della consacrazione internazionale ma ha senza dubbio messo le basi per il percorso iniziato anni fa con XDVR e culminato, quantomeno ad oggi, con Famoso.

 

Enemy – Noyz Narcos (2018)

Un disco che doveva essere la chiusura del sipario per uno dei colossi del rap italiano, ma per fortuna sappiamo che Noyz Narcos sta già lavorando al prossimo. Per ovvie ragioni, Enemy non può essere escluso dai migliori dischi del decennio: è l’album della maturità, il coronamento della carriera dell’ottavo re di Roma, una sorta di testamento in cui il doppia N sembrava lasciare la sua legacy nelle mani della nuova generazione (Rkomi, Capo Plaza, Carl Brave e Franco126) e allo stesso tempo brindare al finale con i nomi che hanno fatto la storia del rap italiano e di Roma (Salmo, Coez, Luchè e Achille Lauro). Con Enemy, Noyz Narcos è riuscito in una delle imprese più difficili per un rapper che con le sue rime ha da sempre creato un immaginario dalle tinte crude e splatter, talvolta di difficile digestione: l’album è stato infatti certificato disco d’oro ad una settimana dall’uscita e disco di platino solo pochi mesi dopo, il tutto senza cedere di un millimetro sulla qualità e la potenza delle barre e senza svendersi ad uno stile più edulcorato. Real recognize real, sempre.

 

Rehab – Ketama126 (2018)

Nel 2018 la trap italiana si stava spostando rapidamente verso soluzioni più patinate, a tratti anche infantili, che poco avevano a che vedere con la carica nichilista degli esordi. Ma dalle parti di Roma, qualcuno non voleva saperne di scenari colorati da cartoon e con la sua musica proiettava ombre espressioniste capaci di deformare lo scenario circostante. Ketama126 con Rehab, album di cui firma quasi tutte le produzioni, trova la propria dimensione pescando nel punk e nel rock più estremo per poi metterlo al servizio della trap. I testi sono tanto sporchi quanto essenziali, ma a differenza della DPG in Ketama non c’è nulla di macchiettistico. Se ascoltando la Dark eri sicuro che ciò che dicevano non era vero, ascoltando Ketama la certezza viene meno e piuttosto speri che non sia vero. Ketama piega la sua voce a melodie sinuose che, come tra le spire di un boa, veicolano presagi di morte ed autodistruzione, in un gioco atroce a cui l’ascoltatore a tratti vorrebbe sottrarsi. Ci penserà poi il bianco e nero opprimente del videoclip di Lucciole a tagliare i ponti del tutto con la voglia di immedesimazione dell’ascoltatore.

 

 

Memory – Johnny Marsiglia (2018)

Forse questa è la scelta che vi lascerà maggiormente di stucco e ne siamo pienamente consapevoli, era quello che volevamo sentiste. Memory è un disco recente – quindi il concetto di influenza muta in relazione al tempo di assimilazione – ma abbiamo pensato a lungo se inserirlo e come inserirlo. Fortunatamente ci abbiamo messo poco ad esser d’accordo: quello di Johnny Marsiglia e Big Joe è uno dei dischi conscious più belli di questa decade per suoni, ispirazione e rime. È un investimento futuro, una scommessa a lungo termine, che non vuole saperne di ori e platini ma soltanto di sentimenti come l’appartenenza: ad un posto, ad uno stato d’animo, ad un sentire comune. È una scelta controversa ma pestata quella di Memory, e proprio per questo quella che merita una giustificazione diversa dalle altre. Lo abbiamo scelto perché amiamo il rap e perché siamo sicuri che tra molti anni – quando guarderemo a questo disco – ce ne ricorderemo come una parte di noi nel lungo corso della storia delle cose. Grazie Johnny per aver messo una parte del tuo cuore in questo disco, grazie Big Joe per aver fatto altrettanto con i tuoi suoni.

 

Adversus – Colle Der Fomento (2018)

Il motivo per cui abbiamo inserito Adversus dei Colle Der Fomento all’interno di questo articolo è semplice: negli ultimi anni stiamo vedendo diversi MC, che hanno fatto la storia del rap italiano, ritornare in studio per registrare album, singoli o feat e il trio formato da Danno, Masito e Dj Baro è quello che meglio rappresenta tale fetta della scena. Il merito è proprio di questi quattordici brani, quattordici proiettili di Rap realizzati alla vecchia maniera ma ben contestualizzati nel periodo attuale. Un album atteso ben undici anni e portato in giro per l’Italia sia sui palchi che sugli schermi, grazie al documentario X Tutto Questo Tempo curato da DeeMo, non poteva non lasciare un segno nel 2018. Anche perché ha ricordato a tutti noi che il rap non ha età, soprattutto se fatto bene, e queste tre icone (+ Dj Craim) lo fanno ancora alla grande.

 

Mattoni – Night Skinny (2019)

Uno dei dischi sicuramente più attesi del 2019, complice anche l’hype alle stelle creato da Night Skinny grazie ad una strategia promozionale e comunicativa che si è rivelata decisamente vincente (riconoscere l’artista dai messaggi vocali postati su Instagram è stato un vero colpo da maestro, così come annunciarli singolarmente con una foto che li ritrae: escamotage che utilizzerà anche lo stesso Marracash poco dopo in occasione di Persona). A distanza di cinque anni da Zero Kills e a due da Pezzi, nel 2019 il producer molisano è tornato con un progetto mastodontico in cui ha radunato 26 (lo ripetiamo piano, per quelli meno attenti, v-e-n-t-i-s-e-i) tra i maggiori esponenti del panorama rap italiano, mettendo insieme veterani, nuove leve e i middle child battezzati con Pezzi. Il risultato è un album perfettamente calibrato fra street banger (come la posse track eponima) e tracce più introspettive (una su tutte Attraverso me con Luchè), il tutto condito dall’uso sapiente dei sample e dalle collaborazioni magistralmente orchestrate da Night Skinny. Nell’elenco dei dischi più importanti del decennio non poteva quindi mancare la migliore e più completa fotografia possibile della scena attuale.

 

Re Mida (Piano Solo) – Lazza (2019)

Tra le tante cose che si sono definitivamente affermate in questo decennio è impossibile non citare i vari repack, le deluxe e via dicendo, diventate ormai un fenomeno davvero comune in tutto il mondo per ovvi motivi di marketing. Una in particolare però non è solo spiccata a parer nostro tra le tante sue coeve, ma rappresenta anche in qualche modo un unicum per la storia del rap italiano. Stiamo parlando ovviamente di Aurum, riedizione del fortunatissimo Re Mida  e la cui vera novità non sono state le cinque nuove tracce, per quanto gli artisti coinvolti per l’occasione fossero del calibro di Sfera Ebbasta, Capo Plaza ed Emis Killa. La vera novità infatti è stata la versione Re Mida Piano Solo, dove ben otto brani del disco originario sono stati arrangiati ed interpretati dallo stesso Lazza con – per l’appunto – solo pianoforte e voce. Il risultato è straordinario, segno di una statura artistica non indifferente che ha in qualche modo edulcorato la figura del “classico” rapper, aggiungendo quell’anima un po’ romantica del pianista e permettendo al genere di allargare ulteriormente i suoi orizzonti. Questa volta in maniera molto elegante, oltre che mai vista.

 

Emanuele – Geolier (2019)

Tra i tanti personaggi che hanno segnato questo decennio ce ne sono stati di vecchi e di nuovi, ma noi abbiamo voluto spingerci oltre e indicare almeno un nome che rappresentasse anche una sorta di promessa per il decennio che ci aspetta. Emanuele detto Geolier è un classe 2000 e già l’anno scorso con l’uscita del suo disco omonimo si era capito quanto poco scherzasse, finendo addirittura nella classifica degli album più venduti dell’anno. La consacrazione arriva però ufficialmente nel 2020 con l’uscita di Emanuele (Marchio Registrato) e con tutta una serie di collaborazioni ed esibizioni che non hanno fatto altro che far parlare di sé, decisamente nel bene. Dalla collaborazione con Sfera a quella con Guè, da brani più melodici ai freestyle clamorosi rilasciati per Radio 105. Insomma, Geolier è innanzitutto un talento purissimo nel fare il rap, ma si sta sempre più rendendo il nuovo “portavoce” della scena napoletana che ormai da qualche tempo è stabilmente e giustamente tornata sotto i riflettori. Noi siamo sicuri che sentiremo parlare ancora a lungo di lui, e voi?

 

Persona – Marracash (2019)

Persona, un po’ come Status, è un progetto partorito con fatica, ancora quattro anni dopo l’ultimo solista. A differenza però di Status, il periodo è ben diverso, il mercato del rap è finalmente esploso e ormai è un genere in vetta alle classifiche. Con Persona Marracash mette a segno un altro punto di riferimento per il genere. Se nei tre anni dal 2016 al 2019 il rap si è fatto strada (non solo) a colpi di eskere e flex, lui arriva e si presenta con un album avente un concept solidissimo, molto maturo e sviluppato distintamente, attraverso – ancora una volta – una tracklist che viene concepita con pochissime sbavature e con molti picchi. I suoi dischi raramente hanno “episodi filler” e Persona ne è l’ennesima conferma. Per lui sarà il massimo successo commerciale collezionando platini su platini e sold out al Forum d’Assago, andando incontro finalmente al successo nazionale che merita da sempre.

23 6451 – Tha Supreme (2019)

Parlando di sperimentazione – un termine spesso abusato nell’ambito musicale – si deve necessariamente citare il primo disco di tha Supreme, ragazzo prodigio che ha scalato ogni tipologia di classifica e infranto tutti i record con l’album d’esordio, un risultato probabilmente mai visto. I suoi particolari suoni sono ormai celebri a chiunque e anzi, possiamo probabilmente dire sia già diventato tra gli artisti più influenti della scena. Ogni cosa che tocca diventa un successo, compreso BV3 che l’ha visto protagonista assoluto. 23 6451 è musicalmente folle, anarchico, fumettistico, verrebbe da dire quasi grottesco. Quanto appena detto è pienamente in linea con l’immaginario del protagonista in questione, che vive in un mondo tutto suo e che prova a farci entrare in questo universo, fatto di colori tendenti al viola, caricature, disegni e vignette. Che dire, quando si ha un impatto del genere sul mercato musicale, evidentemente ci deve essere qualcosa di speciale: ora starà a lui proseguire su questa linea.

 

In questa speciale lista di album che più hanno influenzato l’ultima decade del rap italiano (2010-2019) vanno necessariamente menzionati tre artisti che non sono presenti con un disco specifico, poichè abbiamo ritenuto che fosse più influente la loro musica nel complesso. Stiamo parlando di Claver Gold, Ghali e Massimo Pericolo.

  • Claver Gold è una delle penne più raffinate del rap italiano – lo abbiamo sempre detto nelle nostre pagine – ed ogni album, da Un Soffio di Lucidità sino a Requiem ed al recente Infernvm, ha dimostrato come il rap italiano possa vivere nutrendosi esclusivamente di arte, senza gossip e senza alcun tipo di finzione. Inoltre, il pubblico di Claver Gold è una delle conquiste più grosse del genere. Ed è tutto più che meritato.
  • Per quanto riguarda Ghali, la sua influenza è chiara, come accennavamo nell’intro. Siamo stati indecisi fino all’ultimo se inserire Album tra i progetti più influenti, ma abbiamo preferito citare l’artista a tutto tondo, che ancor prima di quel disco ha ottenuto un successo senza eguali grazie ai numerosi singoli prodotti con Charlie Charles e Chris Nolan negli anni precedenti, e che hanno fatto da apripista ad un’intera generazione;
  • Massimo Pericolo è il più recente invece tra gli artisti nominati: la sua esplosione nella scena è stato un fulmine a ciel sereno, inaspettato quanto gradito. 7 Miliardi è stato un pezzo che ha infranto ogni tipo di barriera e convenzione, invadendo le case e le playlist di ogni tipo di ascoltatore, da quello più underground a quello più standardizzato. Massimo Pericolo è quello che ancora oggi definiremmo la next big thing. Dico ancora oggi perché – nonostante abbia ormai collezionato una serie di featuring pregio nella sua discografia – c’è anche da dire che Scialla Semper non è il progetto di debutto che sognavamo. Attendiamo con ansia questo 2021 per essere smentiti.

Rap italiano 2010-2019: il decennio che ha cambiato la storia – A cura
dello staff di Rapologia.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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