Come accade ogni anno, nelle ultime settimane di dicembre, noi di Rapologia ci siamo ritrovati per fare il punto su quanto di più interessante abbia espresso il rap americano nel corso del 2025, ormai agli sgoccioli: quali sono stati, quindi, i migliori dischi usciti in America in questi dodici mesi?
I 10 migliori dischi rap pubblicati in America nel 2025 secondo la redazione
Anche questa volta è stato difficile lasciare fuori alcuni progetti molto validi, ma siamo più che orgogliosi di questa nostra selezione. Dieci album frutto di una semplice votazione interna e condivisa con voi per poter rivivere in un colpo solo il meglio (o parte) di questa annata.
Li trovate perciò in questa nostra personale raccolta. Consapevoli di aver lasciato fuori anche lavori di valore (che potete recuperare nella sezione Menzioni in fondo all’articolo), vi presentiamo dunque i 10 migliori dischi rap pubblicati in America nel 2025 secondo la redazione di Rapologia, proposti in ordine sparso.
Clipse – Let God Sort Em Out
I Clipse tornano con Let God Sort Em Out e suonano come se la pausa non fosse mai esistita: stessa chimica, stessa fame, ma con una lucidità da veterani. Pusha T resta chirurgico, però è Malice la sorpresa vera: rientra in scena in forma smagliante, spesso persino più incisivo del fratello, e rimette al centro l’equilibrio del duo. Il “terzo membro” è Pharrell, che firma un comparto sonoro innovativo ma immediatamente riconoscibile, aggiungendo anche presenza vocale. I featuring (da John Legend a Nas, Tyler e Kendrick) alzano ulteriormente l’asticella. Tra coke rap e riflessioni adulte, questo album è una “urgenza sofisticata” nel senso più pieno.
JID – God Does Like Ugly
Con God Does Like Ugly JID torna con un disco che suona come una dichiarazione di status: sicurezza, carisma e una scrittura sempre più centrata. L’apertura YouUgly con Westside Gunn mette subito i paletti: la vita non è equa, e il successo – quando arriva – è frutto di lavoro vero, non di lamenti. Glory è la traccia che inchioda al primo ascolto, tra strada, traumi e fede come unico appiglio per non affondare. Il vertice narrativo arriva anche con Community insieme ai Clipse: tre penne affilate che fotografano povertà, violenza e un sistema che finge di non vedere. Nella seconda metà l’album rallenta, ma non perde intensità: Of Blue scava nel tema chiave, l’idea di un Dio che non respinge l’imperfezione. È JID che alza l’asticella, senza perdere umanità.
Mobb Deep – Infinite
Undici anni dopo l’ultimo album in studio e a otto dalla scomparsa di Prodigy, i Mobb Deep riaprono il capitolo con Infinite: un ritorno che sa di evento e, forse, di ultimo saluto. Havoc regge il progetto con produzione quasi totale e un lavoro di cucitura rispettoso, affiancato quando serve da The Alchemist, garanzia di atmosfera e peso specifico. Su ogni traccia tornano strofe inedite e postume di Prodigy, sorprendenti per presenza e attualità: non “reperti”, ma versi che ribadiscono perché la sua penna resta senza tempo. Pour The Henny colpisce dritta, con un congedo quasi profetico. Inserito nella serie Legend Has It di Mass Appeal, Infinite è nostalgia fatta bene: ruvida, elegante, necessaria.
Freddie Gibbs, The Alchemist – Alfredo 2
Cinque anni dopo un titolo già entrato nella conversazione dei “nuovi classici”, Freddie Gibbs e The Alchemist tornano a colpire al cuore con Alfredo 2: non una replica, ma un sequel che alza ancora la posta. La forza è la stessa di sempre: barre affilate e narrative da gangster movie, incollate su strumentali cinematiche che profumano di anni ’90 senza vivere di nostalgia. La coesione è maniacale: tracce legate come scene, con una struttura in tre atti che rende anche l’apparato grafico parte del racconto, non semplice contorno. I feat sono chirurgici e funzionali (Anderson .Paak, Larry June, JID), mentre Gibbs alterna flow incalzanti e momenti “da intenditori”, come l’omaggio hip-hop di I Still Love H.E.R. Annunciato a sorpresa e accompagnato da short film e singolo d’apertura (1995), è uno degli album che abbiamo ascoltato di più quest’anno.
De La Soul – Cabin In The Sky
Cabin in the Sky è il tipo di album che nasce da un vuoto e lo trasforma in direzione. L’assenza di Trugoy The Dove non viene nascosta: diventa il motore emotivo del disco, una presenza che si sente in ogni scelta, tra memoria, responsabilità e continuità. L’intro con Giancarlo Esposito è un colpo di teatro: chiama a raccolta le leggende e lascia sospesa la domanda più pesante, “c’è un Dave?”, filo rosso che accompagna tutto l’ascolto. E quando la sua voce entra davvero, non suona come un reperto: brilla, è viva, rimette i De La Soul nel loro habitat naturale. Posdnuos scrive con lucidità da veterano, tra famiglia, fede, tempo e fragilità, mentre le produzioni (con l’aiuto di gente del calibro di Premier, Pete Rock, Supa Dave West) lasciano spazio alle parole e al peso specifico del racconto. Lungo ma scorrevole, è un tributo senza retorica: un trio che resta tale, anche quando il palco sembra dimezzato.
Mac Miller – Balloonerism
Balloonerism è una pubblicazione postuma fatta come si deve: non un collage “da monetizzazione”, ma un disco già compiuto da Mac Miller nel 2013/2014 e rimasto inedito per oltre dieci anni. È il Mac più puro e sperimentale, nel periodo di massima creatività e massima inquietudine, quando passava dal nu-soul alle maschere più oscure fino al rap più allucinato. Stilisticamente dialoga con l’introspezione che esploderà dopo (a tratti sembra persino un precursore di Circles più che di GO:OD AM), pur condividendo solo l’ombra emotiva con Faces. La cosa decisiva è come è stato “ufficializzato”: post-produzione minima, vibrazioni originali preservate, fascino da registrazioni di studio non addomesticate. Tracce come Funny Papers, Friendly Hallucinations e 5 Dollar Pony Rides colpiscono ancora, e il finale Tomorrow Will Never Know resta nella sua versione lunga. Un regalo reale ai fan e un tassello importante per capire Mac.
Raekwon – The Emperor’s New Clothes
Sette anni dopo The Wild, Raekwon torna con un disco che non gioca di nostalgia: The Emperor’s New Clothes è cinema rap, scritto con pazienza e messo in scena con una regia adulta. Lo Chef ribadisce perché è uno dei narratori più visionari: strada, codici d’onore, lutti e sopravvivenza culturale diventano sequenze di un noir, tra sketch e affreschi come Bear Hill e momenti più emotivi. La squadra è da élite ma Rae resta il centro: Griselda porta la ruvidezza contemporanea (Wild Corsicans), Nas alza il tono riflessivo in The Omerta, Ghostface riaccende l’alchimia storica con la febbre che solo lui sa mettere. Le produzioni (Swizz Beatz, Justice League, Nottz) non inseguono mode: boom bap sporco, fiati orchestrali, soul vellutato, tutto coerente e curato. Un ritorno ambizioso che smaschera le apparenze e riafferma sostanza, stile e visione.
Hit-Boy, The Alchemist – Goldfish
Goldfish è l’incrocio perfetto tra due scuole: The Alchemist e Hit-Boy si incontrano davvero, senza limitarsi a “dividersi” le tracce. Ogni strumentale porta l’impronta di entrambi, con beat switch frequenti e una cura maniacale del dettaglio che rende l’ascolto dinamico e sempre cinematografico. Ma la sorpresa vera è un’altra: qui i due non si nascondono dietro la console. Su 15 tracce tengono il microfono con un’efficacia che non ha nulla di gimmick, confermando quanto avevano già lasciato intuire in Slipping Into Darkness. I featuring fanno il resto senza appesantire: Conway si prende l’unico solo, poi arrivano Havoc, Boldy James, Jay Worthy e Big Hit, in un disco che unisce tecnica e attitudine. Per i fan dei producer-rapper, è uno di quei progetti “obbligatori” del 2025.
Larry June, 2 Chainz, The Alchemist – Life is Beautiful
Un annuncio a sorpresa, poi una conferma: l’incastro tra 2 Chainz, Larry June e The Alchemist funziona meglio di quanto chiunque avesse previsto. Life Is Beautiful è hip-hop “da crociera”, sì, ma con il pendolo che oscilla bene tra grinta e relax: 11 tracce senza filler, 37 minuti che scorrono lisci. Alc cuce produzioni elegantissime, capaci di valorizzare il passo morbido di Larry (territorio già rodato) e, soprattutto, di rimettere 2 Chainz in una luce nuova. È lui la vera sorpresa: veterano in forma, versatile, a suo agio su ogni cambio di atmosfera, con ritornelli e punchline che non suonano mai forzati. La scelta di zero featuring è un plus: due voci, un equilibrio calibrato, nessuna distrazione. I singoli Bad Choices e I Been sintetizzano perfettamente il concept. Un disco “chill” con sostanza, tra comfort rap e classe produttiva.
Ghostface Killah – Supreme Clientele 2
Venticinque anni dopo un classico intoccabile, Ghostface Killah non torna per fare fan service: Supreme Clientele 2 è un “ritorno al futuro” che usa la grammatica Wu-Tang per parlare al presente. Dentro il progetto Legend Has It di Mass Appeal, Tony Starks costruisce un disco denso e teatrale, con una tracklist da evento (Nas, Rae, Method Man, GZA, Redman, Conway, M.O.P., Styles P) ma con la sua firma sempre davanti a tutto: liricismo visionario, immagini sporche, stile inimitabile. Rap Kingpin chiarisce l’intento, campionando e citando la storia senza restarne prigioniero. Tra i picchi: l’apertura energica, momenti soul e malinconici, e la vetta lirica con Nas in Love Me Anymore. Sì, 22 tracce e molti sketch rendono l’album meno compatto e alcune basi svelano l’età, ma è parte del fascino: un’opera imperfetta e viva, sospesa tra memoria e attitudine. Un sequel che non replica: rilancia.
Oltre i dischi appena citati, abbiamo il dovere di menzionare altri progetti che hanno fortunatamente puntato sulle rime in questo 2025 del rap americano:
- Permanent Ink di Boldy James
- This, Is Not That di Apollo Brown, CRIMEAPPLE
- The Outcome di ILL Tone Beats, Black Soprano Family
- Never Catch Us di Curren$y, Harry Fraud
- Black Samson, The B*stard Swordsman dei Wu-Tang Clan, Mathematics
- Forty di Blu, August Fanon
- AON 3: Despite My Mistakes di Lloyd Banks
- Excelsior di Benny The Butcher
- Kingmaker di Xzibit
- No Rap On Sunday di Kota The Friend
- Live And In Color di Juicy J, Logic
- Madraps di Rapsody, Madlib
- Funeral for a Dream di Apollo Brown, Bronze Nazareth
- The Coldest Profession di DJ Premier, Roc Marciano
- World Gone Mad di Domo Genesis, Graymatter
- Gold Bricks di 2 Elcamino
- Once Upon A Time di Jay Worthy
- There’s A Ghost In My House di Armani White
- Everything Is A Lot. di Wale
- Desired Crowns di Che Noir, 7xvethegenius
- Everything In My Soul_BLUE di REASON
- You Can’t Kill God With Bullets di Conway The Machine
E per voi, quali sono i migliori dischi rap pubblicati negli Stati Uniti d’America in questo 2025?
Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.


