IO è un’Odissea allucinata e cruda nella galassia artistica di 18k

18k

Parlando della sua ospitata a Real Talk, avevamo definito 18k come uno degli artisti emergenti più interessanti e assurdi della scena. Incredibilmente sfacciato, feroce, padre di alcuni progetti di certo non per tutti, ma decisamente di alto livello sonoro.

Sarà riuscito ad alzare l’asticella e ad arrivare a più pubblico col suo nuovo album IO? Capiamo insieme:

IO è un’Odissea allucinata e cruda nella galassia artistica di 18k: sarà riuscito ad alzare il livello?

Partiamo subito da un punto fondamentale: come nei lavori precedenti, anche in IO il vero fulcro del progetto di 18k è il sound. L’atmosfera resta la chiave principale per entrare davvero nei suoi dischi, e questo album non fa assolutamente eccezione. Le produzioni sono enormi, stratificate, estremamente complesse e incredibilmente varie, costruite su sonorità elettroniche aggressive e contaminazioni drill, techno, punk.

Ne viene fuori un miscuglio di influenze molto compatto nonostante la varietà degli stimoli musicali, forse più focalizzato e diretto rispetto a progetti come Grotto (2022) o 18 (2021). Ogni traccia sembra contribuire alla creazione di un universo preciso, disturbante e magnetico, dove, seppur nel caos, nulla è lasciato al caso.

Ed è interessante notare come non sia soltanto la penna o il flow del rapper a rappresentare un limite per l’ascoltatore medio, ma proprio il sound. Un appassionato di rap scritto bene può anche decidere di forzare l’ascolto e trovare qualcosa di valido nei testi di 18k. Ma il muro più evidente tra il pubblico generalista, quello old school, il pubblico rap in generale e 18k resta restano queste sonorità quasi avanguardistiche. Far partire l’album ed essere travolti dai bassi voraginosi dell’intro è un’esperienza che non tutti sono disposti ad accettare.

E ribadiamo questo concetto con la piena consapevolezza che 18k possa apparire come un’anomalia, quasi una stranezza, soprattutto all’interno di una pagina che si è sempre battuta per promuovere il “buon rap”. Proprio per questo è necessaria una prima avvertenza: sul piano musicale ci troviamo davanti a un mondo psichedelico, folle, abrasivo, graffiante, dove il beat “normale” è quasi sempre assente. È un’esperienza estrema, a tratti caotica, ma anche tremendamente coerente con l’identità artistica di 18k.

Come si è evoluta la scrittura di 18k nel nuovo album?

Conoscendo ormai il percorso di 18k, era naturale aspettarsi anche in questo album le sue grandi tematiche ricorrenti. La narrazione delle droghe, della follia, della strada, del disagio personale e collettivo continua ad occupare uno spazio centrale all’interno della sua musica, ormai da sempre. Ma accanto a questo c’è anche un altro elemento che, disco dopo disco, si è rivelato uno dei suoi punti di forza più interessanti: la piena consapevolezza della propria evoluzione artistica.

18k sembra avere una percezione molto chiara di ciò che rappresenta e di ciò che vuole trasmettere. Non prova mai ad addolcire la propria immagine o a rendersi più accessibile, ma costruisce volontariamente una figura scomoda, difficile da digerire, quasi repellente. Una figura che prende il peggio di sé stesso e della società che lo circonda per riversarlo senza filtri sopra i beat delle sue canzoni. Scrive in Ho visto Cristo:

Perché scriviamo ‘sta roba
soltanto per togliere il male che abbiamo in noi stessi
(…)
Mi fanno sentire una merda soltanto perché dico quello che penso
Mi fanno sentire la merda che fanno e si offendono quando gli sveglio

In momenti come questo emerge il lato più autentico di 18k. C’è rabbia, disagio, bisogno di sfogo, ma anche la volontà di usare la musica come strumento per sputare fuori pensieri e frustrazioni che altrimenti resterebbero repressi: è proprio qui che il rapper riesce a risultare davvero interessante dal punto di vista della scrittura.

Perché sì, la penna di 18k è valida. Il problema è che sembra emergere soltanto quando decide davvero di mettersi in gioco. Se mettiamo a confronto brani come 50/50 (feat. Vegas Jones) con tracce come Cesare o Fottuto Coltello, il divario è evidente. 50/50 è probabilmente uno dei migliori pezzi mai realizzati da 18k: personale, intenso, scritto con lucidità e rappato dannatamente bene. Gli altri due, invece, rappresentano alcuni dei tanti  (forse troppi) momenti in cui il rapper finisce per ripetere continuamente gli stessi concetti.

E forse al primo ascolto questo limite non pesa nemmeno troppo, perché tutto viene immerso in un’atmosfera musicale incredibile, quasi ipnotica, capace di trascinare l’ascoltatore dentro il disco senza lasciargli il tempo di soffermarsi davvero sui testi. Ma quando si torna coi piedi per terra e si analizza il contenuto con più attenzione, ci si accorge che i pezzi incentrati su donne, droghe e soldi sono nettamente di più rispetto a quelli in cui l’artista si apre veramente e ci mostra il suo IO.

Ed è proprio questo l’aspetto che finisce per togliere valore a un album che, in alcuni momenti, riesce sinceramente a essere molto valido anche dal punto di vista lirico. Perché quando 18k decide davvero di scavarsi dentro, dimostra di avere qualcosa da dire. Il problema è che troppo spesso preferisce rifugiarsi nei propri cliché invece di portarli fino in fondo.

In generale, un’esperienza impagabile, anche se con dei passi falsi

Ascoltare questo album è senza dubbio un’esperienza da fare, anche solo per capire fino a che punto 18k voglia spingere la propria idea di musica. IO dà quasi la sensazione di trovarsi dentro un freestyle confusionario e malandato tra amici in discoteca, nel cuore della notte, sopra basi che con il rap tradizionale hanno poco o nulla a che fare, ma che riescono comunque a dare peso, rabbia e potenza alle barre. È un disco sporco, caotico ma proprio per questo estremamente riconoscibile.

Nel complesso, però, la nostra soddisfazione resta abbastanza parziale. Ci convincono molto i brani in cui 18k decide davvero di rappare con stile e personalità, quelli in cui emerge una scrittura meno scontata e, in generale, ammiriamo la direzione artistica precisa, coraggiosa, quasi incurante delle aspettative del pubblico. Sono queste le componenti in cui si intravede il vero potenziale dell’artista, e per cui ci aspettiamo tanto da lui nei prossimi progetti.

La sensazione è che ci sia ancora tanto margine di crescita, soprattutto se riuscirà a trovare un equilibrio più maturo tra l’estetica “distruttiva” del suo sound e una scrittura davvero personale, meno schiacciata dai suoi stessi cliché.

C’è poi un altro aspetto fondamentale da considerare: questi pezzi, molto probabilmente, dal vivo acquisteranno ancora più valore. Brani del genere sembrano quasi pensati per essere urlati sotto palco, durante il pogo, sparati da casse enormi, nel caos collettivo.

Come dicevamo prima, IO non è un album per tutti e probabilmente non ha nemmeno alcuna intenzione di esserlo. 18k non cerca di risultare accessibile, non cerca compromessi e non prova ad adattarsi ai gusti del pubblico generalista. Ma proprio per questo, nel bene e nel male, riesce a distinguersi in una scena dove spesso molti (troppi) artisti finiscono per assomigliarsi.

Se però siete disposti a concedergli una possibilità, pensiamo che 18k sia uno degli artisti più particolari e interessanti da tenere d’occhio nei prossimi anni. Perché dietro tutta questa follia sonora, dietro il caos, gli eccessi c’è comunque un’identità artistica precisa. E oggi, nel rap italiano, non è qualcosa di così scontato.

Cliccate qui sotto per ascoltare IO di 18k: