“Immune alle tue munizioni”: si chiudeva con questa frase il ritornello di 100 megatoni, il primo tassello di una lunga e proficua relazione artistica. Quella tra Lord Madness e Brain è pura chimica, è un riconoscersi e uno scambiarsi sensazioni, meriti e problemi. PsychoMadDuo è molto di più di un joint album.
Atteso da anni dai fan più accaniti di una particolare sfumatura del rap – il rap tecnico, quel rap complesso e “cerebrale” (e a tratti disturbato e disturbante) che con il loro Settimo Cerchio ha raggiunto e ne ha rappresentato per un certo periodo l’apice – , il loro ritorno avviene su un’onda favorevole.
PyschoMadDuo è l’incarnarsi di quell’immunità che l’underground vero mantiene nei confronti di tutte le pressioni; quella resilienza tenace, di chi continua per esigenza profonda, anche quando manca l’hype, la molla che spinge al business. Preso a scatola chiusa, PsychoMadDuo, è il disco che aspettavamo.
Aspettative alte per la follia lirica: Madness e Brain, lo PsychoMadDuo
La definizione che viene data spesso a questo tipo di collaborazioni è joint album: in pratica, un progetto discografico collaborativo tra due o più artisti. Potenzialmente, poi, quando non si limita ad essere una squallida trovata commerciale, è la simbiotica unione tra stili, magari anche molto diversi.
Nella storia del rap italiano, gli esempi non mancano di certo. Questo tipo di operazioni hanno sempre contribuito ad aumentare il fascino, per questa musica. Ne potrebbe costituire un primo valido tentativo Basley Click – The Album, un progetto che vide Fritz Da Cat produrre per Fabri Fibra e Fede dei Lyricalz.
Un joint album crea una crasi tra due universi artistici, che possono essere diversi (mi viene in mente Rapstar, il disco che unì idealmente l’Underground – rappresentato da Clementino – e il mainstream – incarnato da Fabri Fibra) o magari affini, come Santeria di Guè e Marra o Cult, di Salmo e Noyz Narcos. O, per l’appunto, Settimo Cerchio di Lord Madness e Brain.
Quel disco – che sancì la collaborazione tra i due rapper, e che nacque in un periodo di assoluta rinascita del rap underground italiano, un periodo (il 2011) ricco di eventi, live e progetti interessanti -, riascoltato oggi, suona ancora attuale.
Un disco qualitativamente ineccepibile, costruito con un rap che univa tecnica ed introspezione, punchline ed aforisma: penso a Tornassi indietro, Infetto, Senso di colpa, Già finito, Stanco, Lettera ad uno sconosciuto…penso a quel disco così perfetto – per me – mentre comincio l’ascolto di PsychoMadDuo. L’aspettativa è altissima.
È già finito (?)
“La frenesia è la ragione di tutte le turbe, amico/ne sai qualcosa da come ti mastichi tutte le unghie fino al dito/occhio alla coca che aiuta, ma con un tempo definito/che va a finire che la tua signora poi ti dice “hai già finito?”…”
“Quanto può durare un attimo, caro Walter Matthau/tutto inizia e finisce basta aspettare il countdown/il pranzo è servito e in un attimo è già finito/e anche il tuo artista di grido, mi spiace, ma è già finito…”
Avevo in mente queste e altre rime, mentre cominciavo ad ascoltare PsychoMadDuo. Questo fatto farà sembrare lo scrivente un passatista, un triste malinconico rompipalle che spara a zero su tutto quello che esce adesso e rimpiange la sua rassicurante retrotopia. Può essere, in fondo.
Ma c’è sicuramente molto altro. C’è la reverenza, quasi religiosa, col quale mi sono accostato a questo disco. Per un rispetto dovuto a quel disco precedente, che ha formato molti ascoltatori, ormai giovani adulti, ed ex adolescenti arrabbiati e infoiati fracichi (passatemi l’espressione) col rap, in tutte le sue forme.
C’è la gioia di ritrovare negli ascolti quotidiani una coppia di rapper che hanno in qualche modo segnato una parte consistente del rap italiano, e che hanno contribuito all’epopea di un super-gruppo che – nonostante l’attività esclusivamente live, oltre a 9 singoli pubblicati – ha segnato il nostro immaginario collettivo: la CARATI CREW.
C’era l’attesa, l’aspettativa, l’ansia di trovare qualcosa che, sistematicamente, noi ascoltatori, crediamo di dover trovare per forza, nei dischi, come ci fosse dovuta, un qualcosa che neanche noi, ascoltatori, riusciamo a spiegarci fino in fondo. E quindi, c’è finalmente il disco.
Premesse di un cataclisma devastante
La musica, credo, sia diversa da tutti gli altri argomenti. Quando si parla – e si scrive – di musica, non si può fare puro giornalismo. La musica è il terreno fertile dell’irrazionale, dell’istintivo. Quando si parla – e si scrive – di musica, più che fare informazione, si sviscerano emozioni. E le emozioni possono condizionare l’ascolto.
Credo di aver impiegato più tempo del dovuto per ascoltare veramente bene questo disco. Un disco che si compone di otto tracce, con vari produttori (…) e featuring mirati (…)
Cosa questo disco mi ha lasciato, mi è difficile da spiegare. C’è qualcosa che spicca: Get poppin’, un bangerone da live, insieme a un Davide Shorty veramente in palla e a suo agio su beat da club; ci sono le ‘quasi’ gemelle Club Psyco e Fra gli invitati Bill Cosby; c’è il finale particolarmente riuscito de L’amaro amare. Però…
…Da quando cerco di stare bene/o meglio di stare meno male/vorrei tornare del tutto del normale ma non si può fare/sono dentro al buio e salto troppe cene/non riesco a smettere di bere, non posso smettere di amarvi/non riesco a smettere con la droga/a volte non riesco a non pensarci.
“Discorsi filosofici dalla gente più becera”
C’è qualcosa che manca, forse. C’è un rap sempre molto tecnico e curato, ma leggermente ‘attutito’, appiattito; gira un po’ tutto sulla stessa linea, intorno alla stessa chiave. Un disco che gira e che ascolti con piacere, ma che si ferma a quel punto.
E forse è colpa nostra, delle nostre aspettative, delle tante – troppe – uscite che alimentano un caos di sensazioni, e inficiano l’attenzione da rivolgere ad ogni singola uscita. Forse, da un disco di rap, non possiamo pretendere sempre di farne l’oggetto di speculazioni pseudo-filosofiche, che non aggiungono nulla, e anzi sottraggono qualcosa, all’ascolto.
Forse dobbiamo solo prendere un disco per quello che è, e godercelo senza troppe sottigliezze. Forse dobbiamo recuperare quell’istinto, anche nell’ascolto, che ci viene sottratto quotidianamente dai troppi stimoli intorno. E allora torniamo alle origini. Torniamo a sederci, con quacosa tra le dite, ad ascoltarci un disco, dall’inizio alla fine.
Cominciate intanto con PsychoMadDuo.


