Poetry Slam: la rivincita della poesia.

Circa un mese fa sono stato alla presentazione del saggio intitolato Guida Liquida Al Poetry Slam a cura di Dome Bulfaro, fondatore e presidente della LIPS, insegnante, direttore artistico, performer, poeta, nonché autore della suddetta opera. Totalmente ignaro di cosa si trattasse mi sono diretto presso la Mediateca Gateway di Bologna, luogo designato per l’evento. In una coinvolgente atmosfera, tra bicchieri di vino rosso e un invitante buffet, ho (ri)scoperto quella sera il fascino della poesia.

Sono assolutamente conscio della reazione che potrebbe scaturire nel lettore una volta letta – o riletta – la frase contenuta nell’ultimo capoverso del precedente paragrafo. Sarebbe legittimo, in questo senso, definirmi come una persona superficiale ed impulsiva, la quale cerca semplicemente di attirare l’attenzione dei più mediante una classica “frase ad effetto”. Mero artificio letterario, subdolo stratagemma da mercante. Orbene, rimango fedele all’affermazione iniziale, ribadendo nuovamente quanto scritto.

Durante il mio iter scolastico ho nutrito un profondo astio verso i programmi di italiano e, talvolta, anche nei confronti degli stessi professori di lettere. Non che la materia non mi interessasse: ho sempre preferito gli insegnamenti umanistici a quelli di taglio scientifico. Semplicemente trovavo antiquati gli argomenti affrontati, ed assai noiosi i relativi metodi didattici. Alle elementari ricordo che dovevo imparare a memoria – o a forza? – pagine e pagine di poesie. Si trattava invero di un’operazione che odiavo. Interi pomeriggi passati in casa cercando di ricordare minuziosamente tutti i singoli versi del brano assegnatomi sul quale, il giorno successivo, sarei stato valutato. Perdonate la domanda retorica: come si fa a dare un voto alla capacità di interpretazione di una poesia? La trovo una pratica stupida e sadica. La poesia dovrebbe riflettere uno stato d’animo, così come la sua recitazione. Si può quindi assegnare un voto ad una esperienza tanto soggettiva?

Alle medie e superiori il calvario è continuato, costretto a sorbirmi ogni anno la lezioncina del professore di turno, il quale “dall’alto del suo trono” enunciava tutta una serie di concetti – molti dei quali, secondo me, spesso poco importanti – relativi ai testi più noti dei soliti poeti o letterati vissuti secoli prima di me. Nozionismo su nozionismo. Sono così arrivato in quinta superiore senza aver mai potuto studiare Pasolini e Calvino, o le poesie di Tommaso Landolfi e di Carlo Emilio Gadda. È mia intenzione condannare in questa sede l’eccessivo anacronismo dei programmi scolastici che possono – di conseguenza – rendere monotono l’operato dei docenti. È un circolo vizioso, ma a rimetterci è sempre e comunque la poesia che viene così svalutata.

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Mi scuso per il corposo excursus, ma credo costituisca una buona premessa per cercare di fornire una definizione del mare magnum racchiuso all’interno del termine “Poetry Slam”.

Dome Bulfaro ha redatto un’opera chiarificatrice e sistematica sulla disciplina in questione (una vera e propria “guida liquida” come riportato nel titolo). Il lettore adesso potrebbe chiedersi in cosa consista, nella prassi, il Poetry Slam. Non è facile circoscrivere il fenomeno; tuttavia potremmo dire che si tratta di poesia performativa, ove con “gara” si intende un dispositivo teatrale. Lo slam papi per antonomasia è Marc Kelly Smith: operaio americano auto definitosi socialista. La provenienza sociale di Kelly Smith non è un dettaglio da trascurare, ma  aspetto fondamentale per comprendere a pieno la faccenda.

Il poetry slam è invero fortemente condizionato da un’attitudine “sociale”. L’obiettivo posto alla base di questa forma di poesia “alternativa” è quello di creare – dal greco poiéin – uno spazio comune. È un prodotto artigianale, slegato da ogni tipo di mediazione. È atto fortemente politico volto ad una rivalutazione delle parole. Utilizzo in questo frangente un passo tratto dall’opera:

“Lo slam è un atto radicalmente politico: non solo perché riporta il poeta nella polis, ma perché rivendica il nostro diritto di essere ancora proprietari della lingua con la quale parliamo, con la quale amiamo ed odiamo, gioiamo e soffriamo, con la quale accettiamo quell’altro che ci sta di fronte e occupa uno spazio che, se non ci fosse lui, potrebbe essere nostro, ma che, se lui non c’è, non avrebbe alcun senso di essere”

Altro non è se non una celebrazione della sacralità della poesia in quanto fatto sociale. Nemico da contrastare è la poesia “plasticata” propinata dai salotti letterari borghesi e dalle accademie. Il Poetry Slam lotta contro l’auto referenzialità della poesia istituzionale o istituzionalizzata. La poesia così intesa è medium per aprire un dialogo volto a risvegliare la coscienza critica. Non c’è un unico vincitore, ad uscirne vittorioso è infatti il pubblico: Poetry Slam non è sinonimo di solipsismo, ma al contrario si inserisce in un contesto di puro collettivismo.

“Chi vince o perde davvero in uno slam non sono i poeti, ma il pubblico: vince se riesce davvero ad emozionarsi e riflettere sulla poesia, a partecipare ed a prendersi per una volta la responsabilità di scegliere a proposito di forme. Perde se si limita a far caciara, a “tifare” per gli amici e gli amici degli amici”

Altra consistente connotazione della disciplina in questione è il suo carattere fortemente inclusivo, al punto tale che Miguel Algarìn – fondatore dello storico Nuyorican Poets Cafe – ha coniato l’espressione “democratizzazione del verso”.

La poesia non è quindi res elitaria; deve esserci una rivalutazione sociale della stessa. Aprendo una piccola parentesi potremmo anche interrogarci riguardo a quale sia il ruolo della poesia di questi tempi, fortemente caratterizzati da una “frammentazione del quotidiano” a causa delle derive consumistiche ormai imperanti cui sembriamo essere assuefatti. In questo senso il Poetry Slam si rivela pratica utile per aprire un varco spazio-temporale – slegato dalla contemporaneità – in cui dare apertamente spazio al proprio ego lasciando impersonificare il flatus di ciascuno di noi.

Ecco allora che gli slam si assurgono a “simposi in chiave moderna”, con una rivisitazione del ruolo del poeta inteso come “servitore del popolo” a prescindere dal ceto sociale di appartenenza del pubblico a lui sottostante. A sostegno di ciò sono di preminente importanza i luoghi riservati alle competizioni di Poetry Slam: quali spazi migliori, riservati a simili competizione popolari, se non locali, piazze o bar? Come non organizzare serate del genere in punti di ritrovo abituali?

Mi accingo ora verso la conclusione di questo approfondimento sul Poetry Slam esprimendo un parere personale.

L’elemento più interessante del Poetry Slam è il continuo encomio riservato alla poesia, benché molti critici o professori di accademie, con le loro parole altisonanti, abbiano spesso e volentieri definito il Poetry Slam un “cabaret passeggero”. È proprio questo lo snodo focale di tutto il discorso. Il Poetry Slam, così come il rap e tante altre discipline o culture underground, sono armi in mano al popolo, ai più deboli. Sono strumenti in mano alla comunità, nei quali i più si identificano ed attraverso cui il volgo è in grado di esprimere la propria opinione. In periodi di crisi economica e politica come quelli attuali, con una diffusa diffidenza verso “il diverso”, l’arte rimane l’unica bussola da seguire. È l’elemento che ci accomuna, rendendoci tutti uguali.

Vorrei lanciare un appello generale: non lasciamoci sopraffare da chi ci guarda con aria di superiorità e sfida. Continuiamo invece a coltivare le nostre passioni come il Poetry Slam e ringraziamo Lello Voce, slam papi italiano e figura di notevole importanza insieme ad altri “grandi” tra cui lo stesso Bulfaro o Sergio Garau, per credere e sperimentare continuamente in una simile scienza. Crediamo nel Poetry Slam ed espandiamo il suo raggio d’azione. Potrebbe rivelarsi un efficace deterrente alla noiosa monotonia riservata agli insegnamenti umanistici – sopra descritta – che ho potuto vivere in prima persona dietro i banchi di scuola. Lo stesso Davide Fant, in Pedagogia Hip-Hop, sosteneva la valenza didattica di tale disciplina.

Comprate questo saggio ed approfonditene l’argomento: il lettore potrà incredibilmente riscoprire il fascino della poesia.

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