Abbiamo cercato di analizzare il rapporto tra rap e salute mentale, provando a dimostrare come il rap possa arrivare laddove altri hanno fallito.

Qualche tempo fa mi è capitato di guardare un film intitolato “5 giorni fuori”, il quale trattava ‒ in modo serio ma al contempo simpatico ‒ il tema della depressione. Il protagonista è un ragazzo adolescente affetto da manie suicide ricoverato in una piccola clinica psichiatrica nella quale ha avuto modo di conoscere persone di tutti i tipi, ognuno lì per un motivo diverso. Un dettaglio che mi ha particolarmente colpito della pellicola è il ruolo che in essa ricoprono l’arte e la musica: da un lato figurano come strumenti di aggregazione per tutti i pazienti ricoverati, dall’altro sono oggetto di vere e proprie terapie.

Senza entrare eccessivamente nella trama del film (per evitare di far scappare più lettori di quelli che saranno usciti dalla pagina leggendo la parola “depressione”), vi sono scene nelle quali lo spettatore percepisce in maniera forte e diretta la potenza della musica, come se fosse quasi un espediente narrativo. In verità, però, di fantasioso non c’è nulla e da sempre è riconosciuto alle forme musicali ed artistiche in genere un ruolo di primo piano nella cura di alcune patologie, più o meno gravi.

Il rap, a suo modo, può dire di avere un posto privilegiato in questo discorso, almeno stando ad alcune ricerche, oltre che all’esperienza diretta di ognuno di noi. Il motivo è abbastanza intuitivo e sta nella fortissima empatia musicale che può evocare un brano rap. Chiaramente una traccia particolarmente introspettiva può creare più facilmente un’intesa con l’ascoltatore, ma non è il solo caso, anche brani più aggressivi o al contrario più leggeri possono sicuramente coinvolgere, andando in un certo senso a sfogare quei lati rimasti inespressi in coloro che ascoltano.

La depressione è una malattia e la salute mentale non è una salute “di serie B”, come purtroppo molti continuano a credere e proprio per questo ho voluto mettere a sistema questi due universi. Oltre all’enorme influenza che al giorno d’oggi possono avere i rapper sulle generazioni più giovani e non solo, credo che il rap possa essere il genere più adatto a parlare di certi argomenti, sia a livello autobiografico che per tutti coloro ai quali è diretta la musica e che ne fruiscono.

Due esempi su tutti, a mio avviso, possono essere molto rilevanti: il primo è la pluripremiata “1-800-273-8255” di Logic, una canzone che ha letteralmente salvato centinaia di vite, affrontando il tema del suicidio e intitolandosi con il numero del relativo sportello d’aiuto statunitense; il secondo è la traccia di Vinnie Paz  “Is Happiness Just A Word?”, nel quale il rapper americano affronta un tema delicatissimo e sconosciuto ai più: la sindrome di depersonalizzazione.

Dopo averli ascoltati, credo che un minimo vi sarete emozionati. Ma al di là di questo, ciò di cui sono convinto ‒ e credo si evinca da brani come questi ‒ è che le tematiche succitate trovano nel rap un perfetta modalità d’espressione. Una prima motivazione credo sia meramente numerica: il rap utilizza più parole di qualsiasi altro genere e questa caratteristica può essere sicuramente utile nell’affrontare alcuni discorsi in maniera seria, oculata e non superficiale. Un altro motivo credo possa essere, ricollegandoci anche alla ricerca succitata, l’impatto che il rap provoca nell’ascoltatore, grazie alla sua forma stilistica, arrivando a toccare le più trasversali fasce d’età, in un modo sicuramente forte.

Non dico che l’hip hop sia l’unica via e che sia la branca musicale migliore in assoluto, ma al netto dei gusti personali, penso di poter dire con semi-oggettività che pochi altri generi musicali riescono a toccare le corde dell’animo umano come lo fa il rap, soprattutto nelle età più vulnerabili e nei momenti più delicati che ognuno di noi può vivere.

Ma se è abbastanza immediato capire come possa aiutare gli ascoltatori, la bellezza di quest’arte sta anche nella voglia, nella capacità e nel coraggio di mettersi a nudo degli artisti stessi. Con l’ampliarsi dei sottogeneri facenti parte del rap, è venuta meno per fortuna anche la convinzione che un rapper, per essere tale, non potesse mostrare le sue vulnerabilità.

Pensate all’ultimo disco di Kanye West, “ye”, onestamente quanti al posto vostro avrebbero avuto l’audacia di ammettere di essere affetti da un disturbo bipolare davanti a, più o meno, tutto il mondo? È una trovata pubblicitaria? Non possiamo saperlo, ma già il fatto che la copertina del disco abbia fatto parlare le persone di una patologia seria come questa, può essere considerato un successo.

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Spostandoci in Italia, per evitare il perenne richiamo agli States ‒ nei quali altri nomi interessanti sono sicuramente quelli di Kid CudiJ Cole e non solo ‒ un po’ di settimane fa mi ha colpito ascoltare Rkomi affermare in un’intervista di esser stato in psicoterapia per dei lunghi periodi. Lo stesso fece anche Izi in un’altra intervista tempo addietro. Può sembrare un qualcosa di banale e non degno di nota, ma se ci pensate qualche anno fa sarebbe stato utopico ascoltare giovani rapper, per di più con un giovane pubblico, parlare apertamente di tematiche simili.

Quello che mi ha spinto a scrivere questo articolo ‒ come forse è immaginabile ‒ deriva in parte dalla mia storia personale, ma non è di certo questo il luogo nel quale parlarne. Ciò che però, anche a distanza di tempo, continua a rendermi avvilito, è il riflettere su una dinamicala perenne sottovalutazione che l’italiano medio ha verso tutto ciò che ha che fare con la psicologia e la salute mentale. Ironicamente è lo stesso atteggiamento che hanno moltissime persone nei confronti del rap. Entrambi i punti di vista sono accomunati secondo me da una semplice e chiara emozione: la paura di qualcosa che non si conosce, concretizzata nel giudizio affrettato e inconsapevole.

L’unione di queste due dinamiche si realizza spesso in occasione di articoli riguardanti la salute mentale di personaggi famosi: ogni qual volta esce una notizia a riguardo (come fu la morte di Avicii, della quale non a caso ha parlato Marracash nel suo ultimo inedito), infatti, puntualmente arrivano orde di idioti (passatemi il termine) che, dall’alto delle loro conoscenze psichiatriche, chiedono con apparente superiorità, come sia possibile che una persona ricca sia potuta diventare depressa. Maledetta ignoranza.

Come si può combattere tutto questo? Parlandone, facendo conoscere alle persone la realtà dei fatti.

Per questo sono felice che si stia cominciando sempre più ad affrontare determinati argomenti nei brani e nelle interviste, c’è bisogno di far capire alle nuove generazioni ‒ in un momento storico delicato come questo ‒ che non c’è nulla di cui vergognarsi nell’andare dallo psicologo o nel farsi aiutare. Voler conoscere meglio se stessi e voler uscire dalle difficoltà con tenacia non deve essere visto come qualcosa di fuori dal normale.

Il nostro Paese è vittima di retaggi culturali grazie ai quali alcuni discorsi continuano ad essere un vero e proprio tabù e la risposta migliore non può che provenire da nuovi stimoli culturali e sociali che vadano a sovvertire questa pesante eredità. Fortunatamente, grazie ad alcuni artisti ‒ basti pensare a Ghemon ‒ qualcosa si sta finalmente muovendo e qualche vita, ne sono certo, ne avrà giovato.


 Grafica di Matteo Da Fermo

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