«La notte è una dimensione che vivo molto, soprattutto a livello compositivo» – Intervista a Murubutu

A pochi giorni dall’uscita di Tenebra è la notte (ed altri racconti di buio e crepuscoli), il nuovo album di Murubutu, abbiamo contattato telefonicamente il professore per saperne di più.

Più o meno un anno fa abbiamo avuto il piacere di intervistare Alessio Mariani, in arte Murubutu, una delle migliori penne che abbiano mai calcato un palco italiano. Questa volta però lo abbiamo contattato per poter parlare del suo nuovo disco intitolato Tenebra È La Notte (ed altri racconti di buio e crepuscoli) uscito per Mandibola Records e Glory Hole e curato musicalmente da nomi di spessore come Il tenente, Dj West, XxX -Fila, Swelto, Dj Fastcut, SuperApe e R-Most.

Non nascondo all’inizio di essermi trovato nella stessa difficoltà di chi c’è stato prima di me, se non peggio. In effetti l’andamento di una conversazione di questo tipo è sempre un po’ difficile da poter pronosticare, specie perché di fronte ci troviamo una persona che con la cultura si guadagna da vivere.

Quindi esattamente con lo stesso timore addosso che avevo al liceo di essere chiamato a raccontare di poeti e scrittori, ho cercato di mettere del mio per preparare a puntino un’intervista che potesse risvegliare l’interesse di tutti e allo stesso tempo coinvolgere Alessio senza avere grossi problemi di incomprensione.

Credetemi, viaggiare sulla stessa onda del professore è un’esperienza a dir poco stimolante, quasi extrasensoriale, ragion per la quale consiglio di non perdervi cosa ci siamo detti.

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Ci siamo lasciati da poco con il lungo tour de L’uomo che viaggiava nel vento. Come mai un’uscita così ravvicinata e dove hai trovato il tempo di scrivere?
«Si, beh chiaramente era già da un po’ che scrivevo. Diciamo che sono uno che ama suonare spesso, ma con una certa ciclicità. Nel senso che difficilmente durante l’anno mi esibisco più di una volta a settimana. Anche perché dovendo lavorare, gestendo una famiglia, ecc… Comunque era già un anno che mi dedicavo a quest’album. Quindi appena terminato il tour de L’uomo che viaggiava nel vento, avevo già pronto questo nuovo.

Il segreto risiede nel fatto che, a differenza di molti colleghi, per me non è un lavoro. Per me è un piacere. Continuo a scrivere perché facendolo come attività extra dal mio lavoro normale, che è quello di insegnante, non lo vivo con stress. Anzi, mi serve proprio per allentare».

Chi ti segue ormai sa quanto per te sia importante l’aspetto legato alla divulgazione del cosiddetto rap didattico. Immaginando di essere alla cattedra di una delle tue classi, quali brani sceglierebbe questa volta per fare lezione?
«Sicuramente la Notte di San Bartolomeo! Pensa che ho colleghi che me l’avevano chiesta in anticipo per fare lezione in classe. Cercavo un avvenimento storico notturno che si prestasse per questo nuovo album. Inizialmente tra le mie idee, c’era anche la notte dei lunghi coltelli».

Conosciamo abbastanza bene i tuoi due precedenti lavori incentrati rispettivamente su altri due concept naturali, come il mare e il vento. In questo caso quale significato daresti alla notte?
«La notte ha tanti valori diversi. È certamente un comune denominatore, come lo erano il mare e il vento. Nel contempo ti confesso che ho anche un piccolo disturbo del sonno, per cui sono spesso sveglio la notte. È una dimensione che vivo molto, soprattutto a livello compositivo. Tant’è che sia l’album precedente che questo, li ho scritti principalmente (verso le 02.00 o le 03.00) nel cuore della notte. Vorrei dare l’impressione ogni volta di cambiare tema e quindi di continuare a cercare dei concept per gli album. Tuttavia chi mi ascolta da tempo sa bene che fondamentalmente scrivo per un unico tema: la sofferenza dell’uomo».

Tra l’altro l’album inizia e si conclude con lo stesso titolo, composto dalla traduzione ellenica della notte (Nyx). È evidente anche in questo caso un’altra connotazione didattica che hai dato all’album.
«Si, si. Trattasi di un incipit e di un’uscita e sono assolutamente volute. Addirittura ti rivelo che l’outro doveva essere l’intro. Poi ad un certo punto, mi è arrivata questa produzione incredibile di R-Most e non ho resistito dal realizzare la strofa».

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Hai tenuto a precisare che in Tenebra È La Notte hanno collaborato i migliori artisti distinti per scrittura ‘alta’. Potresti spiegarci meglio questo concetto?
«Vorrei dimostrare come sempre, che si può fare rap con un tipo di scrittura alta. Specialmente in questo periodo, dove si è diffuso un tipo di scrittura molto integrata allo slang, molto superficiale e anche molto scarna di contenuti. Sarebbe fantastico se anche i “giovanissimi” si interessassero, da subito, a questo modo di fare musica e scoprissero che alcuni artisti lo fanno già da tempo. Quindi riunirli tutti in un solo album per me è stato fondamentale per viaggiare, in un certo senso, verso una sola direzione. Queste qui presenti, secondo la mia opinione, sono certamente tra le migliori penne che abbiamo in Italia. Ovviamente altre le avevo messe nell’album precedente».

Quindi è per questo motivo che vi sono anche dei campionamenti di precedenti collaborazioni (Dargen D’Amico, Rancore, Ghemon), giusto?
«Si, difatti ne La Stella E Il Marinaio ci sono questi frammenti “scratchati” di precedenti collaborazioni, proprio perché mi sono accorto che parlavano tutti delle stelle. Riascoltando quei pezzi, mi è venuto in mente di ricondurli tutti in quest’album che per l’appunto parla della notte».

Molti dei tuoi fan erano davvero incuriositi dal tuo feat con Caparezza. Com’è stato lavorare con uno dei maggiori liricisti italiani?
«Michele lo stimo tantissimo. Per me è un punto di riferimento, soprattutto per quello che rappresenta. È riuscito a portare una certa tipologia di scrittura alta al grande pubblico. Ed è stato il primo in assoluto a farlo. I testi di Caparezza andrebbero letti poiché contengono tantissime sfumature che ad un primo ascolto si perdono e invece sono pienissimi di significati e di metafore o citazioni. In questo senso lo considero un vero e proprio faro. Quindi ci tenevo tanto a collaborare con lui e ci siamo riusciti. Tra l’altro una persona molto disponibile e squisita. Ha dimostrato di essere quello che già pensavo di lui».

C’è anche molta libertà di espressione artistica in queste collaborazioni. Ognuno degli artisti presenti (MezzoSangue, Willie Peyote, Dutch Nazari, Claver Gold) ha mantenuto la propria identità.
«Esatto. Ho scelto appositamente basi e tematiche che mi sembrassero consone con l’identità degli artisti. Anche perché sono io in prima persona che amo viaggiare tra stili diversi. Inoltre il collegamento così profondo che ho con la narrativa, mi permette di attraversare dimensioni differenti. Solo la narrativa ha uno spettro così ampio di proposte. Si tratta di un linguaggio universale».

Anche in questo album sono presenti delle donne (Dia, Daniela Galli). Cosa ne pensi della scena rap femminile e delle nostre rappresentanti?
«A me piacciono molto le voci femminili. Mi ci sto avvicinando sempre di più, tra l’altro sono sempre un grande fan dell’hip-hop soul e quindi sono abituato alla presenza della voce femminile. Tant’è che quest’estate mi ero incontrato con alcuni tuoi colleghi al live di Lauryn Hill a Parma. Insomma, ci tengo perché mi piace un certo tipo di musicalità. Mi piacerebbe sapere che ci siano delle buone penne femminili nel nostro paese. Tuttavia ad oggi mi sembra che quelle più esposte ripropongano in modo pedissequo dei modelli maschili. Quindi non ho ancora trovato qualcuna di veramente interessante. Ed è veramente un peccato, perché dalle donne ci si aspetterebbe un po’ più di identità».

Cosa ti aspetti da quest’album? Servirà a consolidare la tua posizione nella scena oppure credi che possa essere una buona occasione per cercare di oltrepassare per la prima volta, il confine del cosiddetto mainstream?
«Ah beh, guarda, non mi pare che questo album abbia delle sonorità e delle potenzialità vere da mainstream. Sto cercando di portare avanti quello che ho sempre fatto, ovvero riempire il rap di concetti e in un qualche modo aiutare l’ascoltatore, soprattutto quello più giovane, ad avere un certo tipo di interesse anche verso la cultura. È sempre stato il mio obiettivo principale. Diciamo che un altro mio intento, per soddisfazione personale e per il tipo di proposta che offro, è anche quello di portare il rap all’interno dei temi culturali. Vorrei emanciparlo dall’immagine di musica per solo adolescenti e dello stereotipo di musica vuota, composto da soli cliché. Esattamente come sta avvenendo negli altri paesi (ma come al solito noi arriviamo molto in ritardo). Credo che sia necessario cercare e interessarsi di chi faccia certi tipi di proposte. Qualcosa si sta già muovendo ma al contempo si diffondono anche altre forme diverse».

Ti ripropongo una questione con noi già affrontata tempo fa. Avresti qualche nome che ti ha impressionato tra le nuove leve?
«Nel panorama dei giovani esordienti, sicuramente continuo a citare Carlo Corallo che considero davvero un talento. Ascolto tantissimo rap italiano e ascolto un po’ di tutto. Contrariamente a quello che si possa pensare nemmeno cose troppo raffinate. Dal punto di vista contenutistico non ho ancora sentito dei giovanissimi che mi abbiano attirato come Corallo. Mentre dal punto di vista tecnico è indiscutibile che ce ne sono tanti».

Tenebra È La Notte conclude una sorta di trilogia di album basati su concept naturali?
«Mah, se questa sarà la fine di una trilogia di concept, sinceramente non lo so. A me i concept piacciono. Detto sinceramente, non mi sto attivando per trovare forme alternative. Quindi ti lascio questo punto interrogativo per quanto riguarda il futuro. Tante idee, tanti progetti, ma sicuramente di base c’è che lo storytelling non mi ha ancora stancato. Però non ti saprei dire altro. Oggi come oggi, vedo di godermi i risultati di quest’ultima fatica e poi vedremo».

È già uscito un primo elenco di date appartenenti al tuo prossimo tour che comincerà a breve. Mi ha colpito molto l’idea di aggiungere una componente grafica live durante le esibizioni. Com’è nata la collaborazione con Roby il Pettirosso?
«Il Pettirosso mi ha approcciato da fan. Ha cominciato a dipingere e ad illustrare le mie canzoni quando non ancora ci conoscevamo. Mi ha proposto molti progetti ed ho notato che non solo era bravo tecnicamente ma anche che avevamo una sensibilità molto comune, molto affine: c’era un’intesa. In molti tratti riusciva ad inquadrare bene il sentimento che c’era dietro i miei brani oltre che ai contesti. Abbiamo già fatto delle robe insieme dal vivo, dove lui illustra ciò che esibisco nei miei live in tempo reale attraverso la pittura digitale. Questo format piace molto soprattutto a teatro, dove magari c’è più possibilità di osservare lo show con tranquillità. Come hai potuto leggere sui social, lo riproporremmo nelle prime date del tour. Abbiamo ideato qualche nuovo progetto che però è ancora troppo presto per svelare».

 L’assetto dei tuoi show è solitamente composto da T-Robb in console e U.G.O. in coppia con te sul palco. Avremo modo di vedere anche gli altri partecipanti presenti nell’album?
«In linea di massima si. Stiamo cercando di organizzare un tour che dia la possibilità di intervenire, in alcune date, anche agli ospiti presenti in Tenebra è la notte (Caparezza escluso). Ci stiamo impegnando in questo senso. Sai che le cose poi possono sempre cambiare. Comunque la nostra idea rimane questa».

Grafica di Lorenzo Alaia e Ciro Maria Molaro.