C’è una citazione di Wu Men che Claver Gold porta cucita addosso come un abito scelto con cura: «Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili, questa è la miglior stagione della tua vita.» Da lì nasce La Migliore Stagione, il suo nuovo album, uscito a quasi quattro anni di distanza da Questo non è un cane, senza comunicati altisonanti, senza campagne promozionali costruite a tavolino. Solo la musica, lasciata parlare da sola.
Claver Gold, nato e cresciuto ad Ascoli Piceno, formatosi a Bologna tra l’Accademia di Belle Arti e i centri sociali, da vent’anni voce fuori dal coro del rap italiano, torna con un disco figlio di un periodo di trasformazione profonda: la paternità, la meditazione, la lettura, un bilancio onesto con sé stesso e con il mondo che lo circonda. Un disco in cui il singolare e l’universale si intrecciano senza forzature, in cui la Palestina entra in una canzone d’amore e i fratelli maggiori diventano personaggi di un racconto amaro e necessario.
La Migliore Stagione è prodotto interamente da Gian Flores, con un suono caldo e meditativo che abbraccia l’intero progetto, e ospita collaborazioni costruite su legami reali: Dargen D’Amico, Ghemon, Davide Shorty, Al Castellana, Subconscio. Nessun featuring di facciata, nessuna concessione alle logiche dell’algoritmo. Un lavoro che si colloca fuori dal tempo delle classifiche e dentro quello, più lento e più duraturo, della scrittura vera.
Lo abbiamo raggiunto per parlare del disco, della strada percorsa e di ciò che, a oltre quarant’anni, resta ancora da imparare.
Claver Gold, La Migliore Stagione: il disco della maturità, della paternità e della libertà – La nostra intervista
Il titolo del disco viene da Wu Men: «Se la tua mente non è annebbiata da pensieri inutili, questa è la miglior stagione della tua vita.» Dopo quasi quattro anni da Questo non è un cane, in che momento della tua vita hai sentito che era arrivata questa stagione?
«Potrei dirti che tutto è cambiato quando è nato mio figlio, ma non sarebbe del tutto vero. Prima c’è stato un tempo di assestamento: quando nasce un figlio cambia tutto, e con lui cambiano anche le priorità. Poi, a un certo punto, ho capito una cosa molto semplice: non potevo più morire. Quello che avevo lasciato al mondo non bastava più. Da lì ho iniziato a vivere davvero, a godermi l’attimo, ogni singolo momento della giornata. In quel periodo mi sono immerso nella lettura e nella meditazione. È stato un percorso intenso, quasi necessario, che alla fine mi ha portato a elaborare questo disco.»
L’album si apre con Ho fatto un sogno, un intro in cui metti subito in chiaro le coordinate: politica, potere, masse anestetizzate. È stata una scelta deliberata partire con quei temi o è venuto naturale?
«L’intro la scrivo sempre alla fine. È l’ultimo brano che affronto, quando tutto il resto è già accaduto. Solo così riesco a guardare l’album nel suo insieme e a costruire un tappeto che accompagni l’ascoltatore dentro quel mondo nel modo giusto. L’ultimissima cosa che ho scritto, però, sono stati i “cappelli”: le piccole introduzioni dei singoli brani. È stato lo stesso processo dell’intro, ma in miniatura — ogni volta concentrato su un frammento, su un singolo elemento della storia.»
In Amore Goodbye canti: «Nel tuo ultimo sbadiglio mi domando / se mio figlio sconterà quel sangue in Palestina.» Inserire la geopolitica dentro una canzone d’amore è un rischio stilistico alto. Come hai trovato l’equilibrio tra il personale e il geopolitico senza far sembrare uno strumentale dell’altro?
«L’orrore della guerra entra nelle nostre case, che lo vogliamo o no. Non possiamo evitarlo, possiamo solo scegliere come stare dentro a quella consapevolezza. Sta a noi filtrare le informazioni, elaborare i sentimenti, trovare un modo per conviverci senza smettere di sentire. Il mio è un modo per dire: mentre qualcuno si annoia, io mi sto chiedendo se mio figlio un giorno pagherà il prezzo della nostra indifferenza. Non riesco a strumentalizzare le emozioni. Le domande mi nascono dalla curiosità, e spesso sono proprio le risposte a trasformarsi in versi.»
Dario e Pepo è quasi un racconto breve su due esistenze ai margini. Da dove vengono questi due personaggi: sono reali, sono archetipi o sono pezzi di te?
«Dario e Pepo sono i miei due fratelli maggiori. Potrei raccontare molte cose, ma preferisco dire che avevo bisogno di restituire un pezzo della loro storia senza trasformarla in un processo.
Nelle famiglie gli errori esistono, ma non sempre hanno bisogno di essere demonizzati. La chiave di tutto è in una frase: “Ed io mi specchio nel mio sangue per capire ciò che sono.”»
In Equilibrio rappi «Ed ho milioni di streaming senza un paio di Jordan» e in Squarciagola e Spaccacuore dici «Noi ridevamo dopo aver rifiutato una major.» C’è quasi un’estetica della scelta consapevole di restare underground. Ma c’è mai stato un momento in cui quella scelta ha vacillato?
«La mia è sempre stata una scelta. Fin dall’inizio ho voluto seguire una strada che mi rendesse libero. E mi considero fortunato: oggi vivo di musica facendo esattamente ciò che amo.
Con Requiem ho avuto un momento di esitazione. Mi sono chiesto se non fosse il caso di fare qualcosa di più strategico, di accettare qualche compromesso. Poi alcuni meccanismi hanno iniziato a rompersi, certi legami si sono sciolti. E allora ho fatto esattamente il contrario di quello che ci si sarebbe aspettati: un EP di sette tracce, senza featuring e senza promozione. Il lupo di Hokkaido.»
Dargen D’Amico in Favola porta un’energia e un registro completamente diversi dai tuoi. Come nasce una collaborazione così? E come si decide chi cede terreno all’altro nel mood del pezzo?
«Con Dargen ci conosciamo da una vita. Ho sempre avuto una grande stima per il suo lavoro. Posso dirlo senza esitazione: quando Dargen decide di rappare davvero — fin dai tempi delle Sacre Scuole — non ce n’è per nessuno. Di solito lascio molto spazio creativo agli artisti che invito nei miei brani. Con lui ho dovuto fare un passo indietro in più. Avevo scritto anche il ritornello, poi mi ha guardato e mi ha detto: “Sei sicuro di quel ritornello? Perché io ne ho scritto uno fortissimo“. Aveva ragione.»
Il tema della maternità torna spesso nel disco: in Camelia scrivi «Mamma vorrei dirti scusa», in Equilibrio rievochi tuo padre, in Dario e Pepo il ritornello è «Le madri sbagliano, poi piangono e non cercano perdono.» Sei diventato padre anche tu: quel passaggio ha cambiato il modo in cui scrivi di questi legami?
«Credo che il punto più profondo del rapporto con mia madre stia in Memoriale: “Mo che ho visto cosa fa una mamma per un figlio, mamma vorrei dirti scusa.” Dentro quella frase c’è tutto: il giudizio, ma soprattutto l’autocritica. Diventare padre mi ha insegnato una cosa fondamentale: osservare senza intervenire. Essere presenti. Il tempo che passo con mio figlio è qualcosa che non ha prezzo. E per questo provo una gratitudine enorme.»
Il disco si chiude con 7 Samurai, una posse track con nomi dell’underground. In un’epoca in cui i featuring si fanno per algoritmo e visibilità, hai costruito questa traccia solo con amici storici: come li hai scelti? C’è un collegamento tra la scelta di concludere il disco con questa traccia e quella di concludere Mr. Nessuno con Pollici Opponibili?
«Era dai tempi di Mr. Nessuno che volevo tornare a fare una posse track. Poi Gaz mi ha detto: “Perché non facciamo direttamente l’outro?“. Così ho chiamato solo persone a cui voglio davvero bene in questo ambiente — persone che sento vicine e che, in un modo o nell’altro, hanno camminato con me lungo questo viaggio.»
In Amore Goodbye dici: «Terza guerra mondiale, quarto Reich in azione / poi c’è il quinto potere della televisione.» Scrivi questi dischi mentre il mondo sembra in fiamme. Ti sei mai chiesto se la musica serve davvero, o ti sei risposto come in Sconosciuti: «Mi han detto che la musica qui può salvare vite / ma non le nostre abbandonate nell’indifferenza»?
«Il fatto che io sia ancora qui, dopo tanti anni, a fare questo tipo di musica — mettendoci dentro tutto me stesso e tutto l’amore che ho per la scrittura — dice già molto. La musica può salvare le persone. Io sono una di quelle.»
Sei nato e cresciuto ad Ascoli Piceno, nel quartiere Tofare, un contesto popolare che affiora spesso nelle tue barre. In Origami rappi: «Il primo morto trascinato sulle scale / quella merda era letale ed ero in terza elementare.» Quanto pesa ancora oggi quel contesto nella tua scrittura?
«Il luogo in cui sono nato mi ha segnato per sempre. Dinamiche familiari e sociali difficili da dimenticare hanno forgiato la persona che sono diventato. Ricordo perfettamente quel giorno: la testa che sbatteva sulle scale, un rumore sordo che rimbalzava nel silenzio della notte. Ci sono cose che il tempo non cancella.»
Gian Flores è il tuo produttore di fiducia da anni: come funziona il dialogo tra voi due? Porti prima i testi e lui costruisce il suono, oppure è il beat a precedere la scrittura?
«Con Gian c’è un’intesa naturale. Musicalmente abbiamo una grande coesione e un’alchimia che si sente subito. Non seguiamo mai uno schema fisso: il processo cambia ogni volta. A volte parte tutto da una sua bozza, su cui intervengo con qualche aggiustamento. Poi lui rielabora, io scrivo, e alla fine arriva la versione definitiva su cui registro. L’ispirazione può nascere da qualsiasi cosa.»
Il 17 aprile 2026 suonerai al Locomotiv Club di Bologna. Tornare lì con questo disco, nella città che ti ha formato, che emozioni ti provoca?
«Suonare a Bologna per me è sempre un momento speciale. L’ultima volta, per i dieci anni di Melograno, non ho mangiato per tre giorni: solo acqua e frutta. Mi prende un vuoto allo stomaco che non riesco a spiegare. Bologna, per me, è una seconda casa.»
In Fino all’ultimo giorno con Davide Shorty canti: «Se lo voglio imparerò fino all’ultimo giorno.» A quarant’anni, cosa senti di dover ancora imparare come rapper, come uomo, come padre?
«Come padre ho ancora tutto da imparare. Ma già il fatto di esserci, di essere presente, mi dà una grande serenità. Come uomo — nel mio percorso interiore — sento di essere arrivato a un punto importante: sto bene con me stesso e con gli altri, so chi sono e cosa voglio essere. Come rapper, invece, è una domanda che non mi pongo troppo. Nel mio caso non esiste una vera separazione tra la persona e l’artista: sono la stessa cosa. Essendo anche un lavoro, però, c’è sempre da studiare, da migliorare, da spingersi un passo più in là.»



