Intervista a Heartman: la costruzione dopo la demolizione

Heartman

Cinque anni non sono solo tempo che passa: sono tentativi, passi falsi, intuizioni che si accumulano fino a prendere una forma precisa. Heartman arriva al suo primo album ufficiale, Più Che Solido, dopo un percorso lungo, tutt’altro che lineare, fatto di studio, evoluzione e una visione che si è affinata senza mai snaturarsi. Un progetto che parla di ricostruzione, ma che prima ancora racconta tutto quello che è stato necessario demolire per arrivarci davvero.

In questa intervista si entra dentro quel processo: dagli anni di gavetta al rapporto sempre più stretto con Lie O’Neill, fino a un disco che segna un punto di svolta personale e artistico. Con uno sguardo che parte dall’R&B e guarda lontano, tra influenze dichiarate come Drake e The Weeknd, ma con l’ambizione di costruire qualcosa di riconoscibile qui e ora.

Heartman ci racconta il percorso che lo ha portato ad essere Più Che Solido –  intervista

Sei uno che di gavetta ne ha fatta. La prima volta che ti abbiamo scoperto era il 2021 e già pubblicavi brani da un po’. Sono passati 5 anni ed è arrivato ora il tuo primo album ufficiale. Come è stato questo periodo? Quali ostacoli hai trovato nel tuo percorso?

«È stato un periodo, chiamiamolo, tumultuoso. Ma non credo di aver mai pensato che questa strada sarebbe stata facile. La musica è l’essenza che mi dà vita. Che sia l’essere deriso o marginato, sono ostacoli minimi quando quello che fai trascende l’approvazione della gente».

Ora che hai l’album fuori come ti senti? Quali obiettivi ti poni con la tua musica?

«Mi sento sollevato. Lo abbiamo lavorato per quasi un anno, con cambi di direzione a livello creativo. Ma sono felice che siamo giunti a una quadra e che finalmente sia nelle mani della gente».

Da sempre sei accompagnato da Lie O’Neill per la parte dei beat: come è il vostro legame e il processo di realizzazione/scelta delle strumentali?

«All’inizio del rapporto ci basavamo molto sulle reference e sui type beat. Con gli anni il nostro legame si è consolidato sempre di più e siamo riusciti a crearci un nostro sound, che si ispira naturalmente a diversi immaginari ma è modellato sulla nostra identità artistica. Ora, le strumentali, molte delle volte, le creiamo in studio insieme: ciascuno dà il suo input e il giudice di quello che ne viene fuori sono le orecchie. Se qualcosa suona bene o suona male ce ne accorgiamo subito».

L’immaginario attorno a questo disco è qualcosa relativo alla ricostruzione, al demolire per rinascere. Cosa ti stai lasciando alle spalle?

«Mi sto lasciando alle spalle la troppa criticità che spesso ho verso me stesso e i miei lavori, fidandomi molto di più del mio istinto e dello spirito creativo che mi guida. Analizzare troppo l’arte, specialmente quando la crei, finisce per ucciderne la bellezza e la magia».

Uno dei brani che più ci ha colpito è quello con Nerone: come è stato scriverlo? Come è nata la collaborazione con Max? Autore anche lui di una strofa molto toccante

«Chiamate Perse è un pezzo scritto di getto in studio, dedicato a mio zio scomparso l’estate scorsa. Scriverlo è stato naturale, parlarne lo è molto meno: è ancora una ferita aperta. Quella sera feci solo ritornello e prima strofa, non me la sentivo di andare oltre. Dopo qualche settimana ho pensato a Nerone per chiudere il pezzo: in Mezza Siga (un brano leggendario del rap italiano) era riuscito a omaggiare qualcuno di caro con un rap intenso ma mai forzato. Era la persona giusta. Con Max ho un rapporto speciale, raro in un’industria così piena di opportunismo. Sono felice di poterlo chiamare amico»

Hai pochi simili in Italia: come mai secondo te il tuo genere è difficile da trovare, ben fatto, nel nostro Paese?

«Quando ho iniziato a fare musica nel 2017 era difficile trovare artisti in Italia che avessero influenze R&B con cui collaborare. Ora c’è un underground di artisti fortissimi che fanno questo genere in tutte le salse possibili e immaginabili. Ce n’è davvero per tutti i gusti. Il pubblico italiano amante del genere, al giorno d’oggi, non ha di che lamentarsi».

Cosa hai provato quando hai capito di essere entrato nei radar di Drake e della sua OVO? Una label, tra l’altro, con esponenti molto in linea con te

«Il mio sound si ispira parecchio a Drake e, secondariamente, a molti artisti nel roster di OVO, da PartyNextDoor a Roy Woods fino ai dvsn. Ho passato anni ad ascoltare questi artisti ed è quindi naturale che la mia musica ne abbia assorbito le influenze. Realizzare poi che gli individui che hanno contribuito alla formazione della tua identità artistica, che credevi così lontani da te sia dal punto di vista geografico che di status, ti abbiano notato è una grande soddisfazione personale».

Quali sono i tuoi punti di riferimento nella musica? In Italia (se ci sono) e all’estero

«In Italia ti direi Zucchero, mentre all’estero The Weeknd».

Non possiamo che fare un grosso in bocca al lupo ad Heartman per la sua carriera, a partire da Più Che Solido, il suo primo album ufficiale.

Se ancora non l’hai ascoltato, lo trovi in streaming qui sotto: