Dopo averci portato nello Xenoverso, Rancore torna sulla Terra ma non è più lo stesso: Fanfole è il primo segnale concreto del nuovo corso, un brano che anticipa il prossimo album e che si presenta come qualcosa di volutamente spiazzante, quasi indecifrabile, ma proprio per questo estremamente coerente con il percorso dell’artista.
Cosa sono le fanfole e perché contano davvero se a raccontarle è Rancore
Nel racconto che accompagna il brano, Rancore viene rispedito nel nostro mondo senza memoria e senza più traccia del viaggio appena compiuto. Eppure qualcosa resta. Quando prova a raccontare ciò che ha vissuto, il linguaggio si rompe: le parole si deformano, diventano neologismi e suoni. Chi ascolta non riesce a comprenderlo, perché quel codice non appartiene più alla realtà condivisa.
È qui che nascono le Fanfole. Non sono semplicemente parole senza senso, ma costruzioni linguistiche che sembrano vuote solo in superficie. In realtà contengono significati potenzialmente infiniti, impossibili però da decifrare con gli strumenti tradizionali. Una lingua diverse, che mette in crisi il bisogno di capire tutto immediatamente.
Lo stesso Rancore lo spiega così:
Ho fatto un lungo viaggio e, quando sono tornato a casa, le parole che uscivano dalla mia bocca sembravano senza senso, sebbene in realtà ne nascondessero infiniti. Non capisco mezza parola di ciò che dici mi dicevano. Io però ero convinto che la musica fosse questione solo di sensazioni e nient’altro, quindi ho continuato nei miei raplaplà
Tra critica sociale e sperimentazione sonora
Fanfole funziona anche come riflesso piuttosto lucido della contemporaneità. In un contesto in cui l’attenzione si ferma sempre più spesso alla superficie, alle frasi ad effetto o al titolo, il significato profondo passa in secondo piano. Puoi dire qualsiasi cosa, persino usare lingue diverse o inventarne una, come fa Rancore nel brano: gran parte del pubblico si fermerà comunque all’impatto immediato, senza scavare.
In questo senso, il non-senso diventa una provocazione. Un modo per mostrare quanto spesso il contenuto venga sacrificato a favore della forma o della percezione rapida.
La produzione di Meiden e il groove del basso di Jano accompagnano perfettamente questa direzione. La musica non cerca di “correggere” il caos linguistico, ma lo amplifica, trasformandolo in ritmo e struttura narrativa.
A chiudere il cerchio c’è la copertina: Il Giardino Segreto di Luigi Serafini. Un’immagine fortemente evocativa, piena di colori e simboli, che dialoga in modo naturale con l’universo di Rancore e con il concept dello stesso disco, “da colorare“.
Se queste sono le premesse, il nuovo album potrebbe spingersi ancora più in là nella ridefinizione del linguaggio rap. Intanto, riproviamo a capire meglio queste Fanfole:
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