Back in the crates, 2: Ultimo Anno Di Luce (2015)

Ultimo Anno Di Luce MC BBO

Nel grido di ogni uomo/negli occhi di paura/nella voce della gente/sento i ceppi della mente” (William Blake) – Sono le 3 e 33 e siamo da qualche parte. Sembra di camminare dentro i lucidi deliri di Andrea Pazienza, insieme a Pentothal e Pompeo; di correre fra gli zombie morfici di Claudio Caligari e Irvine Welsh; di fermarsi a bere fra i mostri così umani di Edward Bunker e Charles Bukowski. La vita non ci ha ancora preso alla gola. Un ultimo anno di luce.

Mc BBO e Madrock, con Ultimo Anno Di Luce, consegnano alla posterità dell’underground hardcore italiano un manifesto di potenza evocativa e tragicità poetica, un grido di rabbia, di panico, di esasperazione; ci lasciano una testimonianza importante di un malessere che non può, oggi, non essere condiviso.

Ultimo Anno Di Luce è un disco oscuro, notturno. E potrei dilungarmi con una pletora di aggettivi che ne qualifichino il sound, che lo definiscano: sporco, crudo, azzardato, controtendente, in anticipo sui tempi…un disco assolutamente immune da una certa ipocrisia, quella del politically correct, che non ne avrebbe permesso, oggi, la pubblicazione:

Bbo chi? quello che a trent’anni ancora rappa?/Che ha venduto il suo migliore amico per un bicchiere di grappa/E in questa storia malata non esiste più il bene/È rosso sangue come la cappella di un cane.

Ultimo Anno Di Luce: MC BBO, Madrock e la rabbia esistenziale

L’avventura in cui ci siamo imbarcati, pone alcune problematiche essenziali: come recensire un disco uscito più di dieci anni fa? Come rendere conto del ‘contesto’, in un’età come questa che divora stagioni, mode, emozioni? Come spiegare un disco come questo?

A molti di voi non (re-)susciterà nessun ricordo, nessuna emozione. Per alcuni di noi, invece, è un culto. Custodito gelosamente tra gli ascolti ‘privati’. Un culto legato indissolubilmente ad un artista scomodo, ‘altro’, marginale, che ha disseminato la sua parabola artistica di pezzi incredibili, di un realismo crudo così ‘integralista’ da spiazzarti, e lasciarti con le lacrime agli occhi.

MC BBO è la penna che si nasconde dietro pezzi come Separati in Casa, Giada, Paziente 1, Non crediamo in niente Lebowsky, Ehi Paul, Norman l’allevatore di mongoloidi… musica triste dai contenuti forti, dai contorni folli. Cuore e anima non vendibili, assolutamente poco commerciabili. Parlando di BBO e del suo rap, mi viene in mente l’espressione di rabbia esistenziale: una definizione che qualifica la sua scrittura, calzante eppure ancora troppo fosca e indefinibile. Una rabbia corrosiva che è una reazione all’esistenza e alle sue follie, ai suoi mali (e alle sue strazianti costanti).

Ultimo Anno Di Luce è il portato finale in un percorso di scavo interiore, che illumina le zone d’ombra e i recessi più scomodi di un’anima tormentata: dal rapporto con le droghe a quello con la società, dal senso di estraneità nutrito nei confronti della musica e dei rapporti inter-personali e familiari. Ultimo Anno Di Luce è il diario di una sconfitta annunciata. Chi lo ascolta e ne rimane stregato troverà nelle liriche e nei beat anime affini, che parlano la lingua della disillusione. L’anima nera della nostra società al collasso, che – oggi come nel 2015 – è sempre più vicina al suo baratro necessario.

Lode alla notte: il realismo crudo del rap di BBO

Parlando di un disco del passato, lo scrivente non può fare a meno di rivedersi, per un breve attimo di lucidità onirica, nel momento in cui quel disco usciva: è il 2015, cammino per la città universitaria solo e ubriaco, non so cosa fare della mia vita e mi sento fuori dal mondo e dal tempo. Il rap sta tornando prepotentemente in auge, l’apice del Trap è alle porte, e io sto esplorando ogni angolo dell’underground italiano. Tra gli ascolti in rotazione nell’MP3, suggerito da un amico, entra MC BBO e la sua ultima release.

Nella mia esperienza personale, Ultimo Anno Di Luce si lega alla fine della mia adolescenza, ai primi passi dentro l’età adulta, a quel periodo universitario vissuto come un limbo caotico tra la serenità tossica e le necessità lavorative, una breve parentesi tumultuosa di feste, lavori saltuari, THC ed XTC.

Un disco complesso, con una scaletta ‘monstre’ (22 brani, tra i quali intro, outro e interludi parlati) e pochi featuring mirati. Una pioggia di liriche malate, un insieme di pagine di auto-terapia che, nelle orecchie del post-adolescente che ero, rendeva facile il rispecchiamento e l’identificazione.

BBO parlava (e parla ancora) alla schiera di disadattati, artistoidi, iper-sensibili e romantici utopisti ancora indecisi sul da farsi, oppressi dal ritmo della vita che incalza, confusi e in uno stato semi-depressivo, dal quale uscirne è complicato, senza una mappa. BBO e la sua rabbia esistenziale sono un sostegno, e un modo per non sentirsi soli. Oggi, come allora.

Il suo è un ‘realismo crudo’ con una forte impronta visuale. Grottesco come il cinema di genere degli anni 70, romantico – in senso lato – come lo potrebbe essere un Baudelaire o un Tarchetti. Appassionato come solo un writer sa esserlo. Quando la passione resta tale, nonostante tutto.

Cosa trovate nel disco

La ricerca sonora è un percorso potenzialmente infinito. Inesauribile e stimolante, procede in maniera a-temporale, a volte senza logica. L’ascoltatore attuale che si accosta per la prima volta a questo disco troverà un affresco di dolore brutale, realistico e tragicamente poetico.

C’è chi molla e c’è chi rimane attaccato come la colla/Ad un pensiero malato isolato nel lato nascosto e frutto della psiche/Dove vivono i mostri malvagi giorni grigi, sogni Parigi?/E rimani sempre nel solito posto a lamentarti della tua vita (Lode alla Notte)

Mi piglia male, dormo e stringo il guanciale/Tra i denti un pugnale e in testa rimpianti e mi assale/Un pensiero: il primo il suicidio, il secondo l’omicidio/Il terzo è un rimorso uno scherzo ti odio/Mi si è rotta la radio un sbirro ha ucciso il mio cane/La poesia non mi dà il pane solo pene e si pone/Il solito stupido quesito se impiccarmi con una fune/O morire di fame e di sete nel deserto tra le dune (La ballata del baratro)

Karim che lecca il collo ad una tossica bambina/Il diavolo taglia l’eroina con la neoborocillina/Batte per due botte e sette euro per il taxi/Sopra un letto di blatte si sottomette a sette cazzi/Santa Gnugna dacci oggi il nostro pane quotidiano/L’acqua nella siringa e lo zucchero nel cucchiaino/Una siringa sempre piena e un Cristo con la Maddalena/Che la distribuiscano agli apostoli nell’ultima cena (Karim lo Sputa Palline)

Karim lo Sputa Palline, Barnard 68, Serenata storta, l’insostenibile leggerezza dello stipendio; e poi Lode alla notte, la ballata del baratro, The Hanghover, Come dipingere una tela, sono solo gli apici di un percorso di scrittura che tocca i punti più tetri dell’animo umano, le discese esistenziali più infauste.

Scrittura come catalizzatrice di rabbia, come esorcismo liberatorio. Come esercizio libertario e psicoanalitico. Uno stile lontano dai canoni puristi del rap e vicino alla libera espressione – caotica e ‘totale’ – della psiche, dei suoi mostri e delle sue ossessioni.