Remapping Rome: Giulia Chimp, l’Hip Hop e il contesto urbano

Remapping Rome - A Hip Hop story 

Giulia “Chimp” Giorgi – regista e ideatrice, tra le molteplici attività che svolge, della rassegna Hip Hop Cinefest – ci svela il volto più passionale (leggi “de core”) di una città complessa, ma sempre affascinante. Remapping Rome – A Hip Hop story è un corto che tocca un punto fondamentale del rapporto che esiste fra la nostra cultura e il contesto urbano nel quale si sviluppa.

La città Hip Hop che vive dentro e spesso contro la città Ufficiale, la presenza attiva di piccoli nuclei di resistenza che dal centro alle periferie (quante!) ridefiniscono la percezione del luogo che abitano, portando finalmente il colore per controbilanciare quel grigio perenne e quell’aria pesante che Roma si porta addosso.

Remapping Rome racconta questo. Condensa quarant’anni di nascita, crescita e maturazione culturale di un movimento nella maniera più hip hop possibile: lo fa attraverso un veloce montaggio di interviste che lanciano spunti, lasciano riflessioni, agganciano temi. Lo fa attraverso gli attori che hanno animato questa Storia.

Il dono della sintesi è un dono prezioso. Riuscire a descrivere l’Hip Hop che vive dentro una città così complessa, e farlo rappresentando tutte le discipline coinvolte, è il pregio più evidente di questo documentario. Per chi non è di Roma è una presentazione efficace.

Così viziata e vissuta nello stesso tempo/insegna quante volte ch’ai da esse svelto/Troppe volte ha visto l’amore fasse rosso su una lama de cortello/Ma dimmi quante volte hai visto il cielo sopra Roma e hai detto, “Quant’è bello”/Viettelo a vedè dall’alto/Scavalca il muro al foro e viemme accanto/Eccola e stasera non farà la stupida/Darà le mejo stelle, la mejo luna che me illumina

Remapping Rome: l’atto d’amore di Giulia Chimp

Perchè Roma è Hip Hop? Perchè, forse, siamo un popolo antico…

Roma è grande. Dispersiva, impossibile, ingstibile. Roma è anarchico, in senso sia positivo, che negativo. Roma è una città antica nella quale i resti – i ‘cadaveri’ – di un “glorioso” passato (la storia del primo vero impero colonialista e “totalitario”) si fondono e si confondono con l’asetticità e l’impersonalità dell’urbanistica moderna. Acquedotti e palazzoni, monumenti e graffiti, il centro e le borgate.

La “Roma Hip Hop” nasce (non spontaneamente; viene importata) negli anni 80, un decennio segnato pesantemente dal precedente, quei famigerati anni 70 definiti spesso – erroneamente – “anni di piombo”. E dico erroneamente non perchè quel piombo, poi, non ci sia stato, intendiamoci. Dico solo che c’è stato (molto) altro.

Gli anni 70 sono stati – e mi riferisco in particolare al Movimento del 77 italiano – l’ultimo sprazzo di quella rivolta esistenziale nata nel Sessantotto, e sono l’humus culturale nel quale si sviluppa (a distanza di anni, e in maniera complessa) l’Hip Hop a Roma e in tutta Italia, nato (o piuttosto cresciuto) dentro quei focolai di resistenza alternativa che sono stati i Centri Sociali.

Questa Storia nella Storia si intravede appena (ma in maniera illuminante, secondo me) nel documentario, che mette in scena e focalizza la sua attenzione sulle strade, i quartieri, e gli abitanti concreti di quei luoghi. La Storia dell’Hip Hop a Roma è soprattutto la storia della periferia, delle borgate; è la storia degli ultimi.

L’ Hip Hop che viene narrato qui si configura quindi come viaggio fisico che porta la periferia in Centro, un viaggio d’andata e ritorno, che dona un nuovo senso d’appartenza e di condivisione, la città che si trasforma in un immenso cantiere artistico, una ridda d’incontri e di scontri, la partecipazione attiva e politica (in senso etimologico).

Roma è coatta

Gli spunti di riflessione che ci pone Giulia Chimp, attraverso la voce dei protagonisti della Roma Hip Hop, sono molteplici. Come una presa di coscienza collettiva sul territorio, i diversi punti di vista dai diversi punti della città, ci consegnano una nuova mappa di rapporti.

C’è tuttavia un punto del documentario sul quale mi soffermerei. Un punto essenziale, che mette in risalto le potenzialità e le ricchezze di un’arma come il dialetto, che resiste nonostante la colonizzazione culturale (e dunque anche linguistica) americana: la riflessione (fatta da Suarez) sul termine coatto.

Può sembrare un termine brutto – ma per noi romani non lo è – la coattaggine è una cosa a cui noi teniamo…per il mio slang – non solo mio – coatto è un termine positivo…secondo me Roma ha una coattaggine che la contraddistingue.

Oltre i giudizi estetici, le tabelle, le statistiche e i rapporti, c’è una sensazione viscerale, una caratteristiche fondante, che ogni città ha. Roma è coatta. E questo piccolo viaggio introduttivo dentro i posto che la animano, ne è la conferma.

Di seguito trovate il link per vedere il documentario Remapping Rome – A Hip Hop story gratuitamente su YoTtube.