Un writer non diventa ricco. Non vive della sua arte. Si muove nell’ombra. Il suo gesto è una pura manifestazione di presenza, un esserci in uno spazio anonimo. La legittimità di questo gesto – che per noi è, ovviamente, scontata – è materia di dibattito tra mondi sociali – e idee politiche – differenti. Negli ultimi anni il dibattito è stato polarizzato da una figura ‘strana’, particolarmente difficile da racchiudere entro rassicuranti maglie interpretative. GECO, prolifico writer romano, noto per la grande estensione e la posizione ‘impossibile’ dei suoi lavori – identificato e incriminato per deturpazione di beni pubblici e privati nel 2020 dal Comune di Roma, che si è reso parte civile, durante l’amministrazione Raggi – ha scritto e diretto un docu-film sul mondo dei graffiti, The art of disobedience.
La proiezione di quest’opera – itinerante, come la materia della quale tratta – è già avvenuta in parecchie città, italiane ed europee: Lisbona, Atene, Budapest, Bruxelles, Barcellona; Milano, Bologna, Firenze, Perugia. E ovviamente Roma. Le ultime tappe di questo viaggio saranno Lecce (Arci Rubik) il 3 agosto, Roma (Casilino Sky Park) il 5 e Seneghe, in provincia di Oristano (Cabudanne de sos poetas) il 30.
GECO, the art of disobedience e quella dell’ostinazione
Una firma misteriosa che comincia a comparire ovunque. La volontà ostinata di imporre il proprio nome. Impostare una sfida sul terreno dello stile, del coraggio, e della legalità. Perchè la disciplina del writing si muove agitata nelle sabbie mobili di ciò che alcuni chiamano vandalismo. Un problema che chiama in causa la questione del bene pubblico, dell’Arte, e del rapporto tra individuo e collettività.
L’eccezionalità di GECO, del suo personale gesto, la sfida e il rapporto posto dall’artista allo spazio urbano (collettivo) ha comportato l’espansione, l’ampliarsi di un discorso generalmente specialistico – carbonaro, quasi – oltre i confini di una disciplina ben codificata. Il dibattito tra Arte e Non-Arte si riaccende, e dal ristretto mondo dell’Hip Hop diventa di portata generale (e generalista).
Perchè di GECO si è parlato alla tv. Lo si è definito, alternativamente, street artist e vandalo, vittima e ‘carnefice’; nel gioco delle parti imposto dalla società si è giocato ad entrare nella complessità di un mondo artistico, spesso, con la superficialità dell’inchiesta da salotto, sottacendo un retroterra ben più ampio. Un retroterra fatto di persone che si muovono nell’ombra, con strumenti atti a colorarla, quell’ombra.
Si è giocato al massacro contro un mondo – quello dei graffiti – che, nell’epoca della Cooltura, è diventato appetibile per una fetta abbastanza ampia di mercato. Non può che venirci in mente il nome di un altro artista fortemente divisivo, come Banksy. Il paragone non mi sembra del tutto azzardato.
Pensiamo a “31 works of art in 31 days”. Operazione pubblicitaria, esperimento sociale, opera collettiva… come giudicare il suo lavoro? Commercializzazione della protesta? Restituzione dell’Arte al pubblico? Azione volta ad illuminare un mondo nascosto? Geco e Banksy si somigliano perchè entrambi sollevano dubbi.
La differenza, tuttavia, è sostanziale. Banksy e la sua Opera sono stati cannibalizzati dalla Cultura Ufficiale, diventando mostre, collezioni, Museo. L’arte di GECO è l’arte della disobbedienza. Quella della resistenza. L’arte di chi non ha nulla per farsi sentire. Ha solo colore, e un nome. Poche semplici lettere che da espediente stilistico si fanno messaggio politico.
Più di questo, purtroppo, non so dirvi. Queste poche righe dovranno servire ad alimentare un dibattito. E a spingere per vedere questo documentario. Immediatamente, Come potete.
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