Shiva, Vangelo non è così diverso da come ce lo aspettavamo

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C’era parecchio hype attorno a Vangelo, il nuovo album di Shiva. Un’attesa alimentata non solo dai fan e dagli addetti ai lavori, ma anche da media più generalisti, inevitabilmente attratti dal momento delicato dell’artista dopo i suoi guai giudiziari. Il roll out aveva spinto forte su un concetto chiaro: questo sarebbe stato “un disco diverso dagli altri”. Ma ascolto dopo ascolto, la sensazione è che la promessa sia rimasta più nella comunicazione che nella sostanza.

Vangelo, un disco che resta nella comfort zone di Shiva

Vangelo si muove su coordinate piuttosto familiari. C’è il classico equilibrio tra tracce più marcatamente rap e aperturTutti gli articolie melodiche, senza particolari strappi rispetto alla discografia recente di Shiva. Se proprio si vuole trovare una leggera variazione, si può notare una presenza meno marcata di quei tentativi più radio-friendly e amorosi, a favore di un ritorno a tematiche più legate alla strada e ai problemi con la legge. Tuttavia, non si tratta di territori inesplorati: sono elementi che fanno parte del suo immaginario da tempo, così come di quello di molti altri rapper della scena.

A emergere davvero sono le tracce più introspettive, dove Shiva riesce a dare qualcosa in più in termini di profondità e scrittura. Sono questi i momenti in cui il disco acquista peso e lascia intravedere quel potenziale “diverso” che però non viene mai sviluppato fino in fondo.

Sul fronte featuring, spicca sicuramente la presenza inaspettata di Tiziano Ferro, una collaborazione che incuriosisce e rompe gli schemi almeno sulla carta. Non tutti gli ospiti però risultano incisivi: alcuni passaggi sembrano più riempitivi che realmente funzionali al progetto. Al contrario, Kid Yugi si distingue con una performance solida in Babyface, tra le più convincenti del disco.

Ma il concept?

Il vero nodo resta però il concept. L’immaginario legato al “vangelo”, alla religione e ai riferimenti ecclesiastici è stato centrale nella comunicazione, quasi a voler costruire un filo conduttore forte. Nel disco, però, questi elementi emergono solo a tratti. E quando lo fanno, funzionano anche bene, risultando tra i passaggi più interessanti.

Se io sono la prova che Dio, no, non esiste
Fra conferma il fatto che siamo tutti coerenti
Non cerco il paradiso, cerco una direzione
Voglio avere il potere per donarlo ai più deboli
La mia adolescenza è il risultato dei miei traumi
Ho solo invertito l’ordine degli addendi
Espiando i miei peccati e quelli dei miei conoscenti
Son volti sconosciuti anche quelli dei parenti
Non scordo ciò che ho detto verso Giuda e i suoi serpenti

Il problema è proprio la loro discontinuità: con uno sviluppo più coerente e approfondito, Vangelo avrebbe potuto davvero rappresentare una svolta.

Alla fine, Shiva resta un rapper valido, con un’identità precisa e riconoscibile. E chi lo liquida a priori probabilmente sottovaluta il suo percorso. Ma in questo caso, più che un’evoluzione, sembra di trovarsi davanti a una conferma. Che può bastare ai fan, ma lascia qualche dubbio a chi si aspettava qualcosa in più.

Ascolta di seguito Vangelo di Shiva: