Deltron 3030: un ritorno al futuro

Deltron 3030

Rombi metallici, macchine senz’anima e una singola voce, carica di rabbia. Dimentichiamoci il mondo così come lo conosciamo. Catapultati nel 3030, l’animo di ciascuno è tenuto sotto controllo: Deltron è l’unico a divincolarsi da questa morsa. Con lui, varchiamo la soglia di un mondo al collasso. Tra le mani una vecchia, ma inutile, cartina. Facciamo rotta verso un futuro che è distopia. Stavolta, laddove il silenzio fa da padrone, solo la musica riuscirà a salvarci.

Deltron 3030 : tra rap e circuiti

Il futuro è un territorio che nessuno conosce. Non esiste una mappa.”

Pensiamo alla vita come al logoro atlante che uno sconclusionato navigatore tiene fra le mani. Itaca non è nemmeno all’orizzonte. L’occhio, invece, si posa su alcune macabre sagome al confine tra terra e cielo. Distinguiamo a malapena l’immagine sfocata di un grande edificio. La ciminiera emette un vapore plumbeo, confondendosi con l’aria circostante. Il silenzio ha i tratti di una resa incondizionata alla dittatura delle macchine .

Gli immensi edifici sembrano parlarci, ma la loro voce è un muto ronzio, oppresso da suoni metallici. Oramai, è solo un lontano ricordo persino la luce. Il sole, asfissiato dal fumo si è ritirato. Chiudendo gli occhi potremmo immaginare di trovarci nella Metropolis che Fritz Lang affida al dominio di Joh Fredersen. Gli operai lavorano sotto il suo sguardo disinteressato e, intanto, la nostra mente attraversa la frontiera di una nuova distopia.

Lontani dalla cupa megalopoli ora siamo immersi in un labirinto di vie senza nome. Subito, penseremmo di poter incontrare il sovversivo Winston Smith che, invano, tenta di lasciarsi alle spalle la totalitaria Oceania. Dal confonderci tra una platea che osserva le macchine quasi con timore, passiamo ad essere protagonisti di questa surreale pièce. A guidare ogni passo, un suono meccanico che sembra provenire da un futuro lontano. Liberati dall’opprimente morsa del Big Brother, ci troviamo ora in una nuova utopia.

I Deltron 3030
I Deltron 3030

Deltron 3030 : barre dal futuro

Sul muro un calendario strappato. L’anno non è il corrente. Cerchiamo in rosso quei numeri che ora fanno viaggiare la nostra mente “3030”. Dimentichiamoci quel mondo di sogni astratti che immaginava Sun Ra. L’hip hop è morto e degli avari oligarchi ne sono i carnefici.

Mezzo mondo è un deserto in cui si può distinguere a malapena una voce che si ribella al silenzio. Sotto beat che sembrano prodotti ad hoc in un vecchio laboratorio, ecco una figura che emerge dal buio. Sembra l’unico protagonista in una grottesca pièce. A farle da sfondo, un mondo post-apocalittico morboso e orribile. Ogni sua barra ricostruisce l’universo dove ora ci fa da Cicerone.

Lo chiamano Deltron, leader di una ribellione dove la musica è la sua Marianne. Tra rovina e progresso, s’insinua la sua lotta contro quei computer che non possono comandarlo. Del non racconta solo una storia : con prepotenza, ci mette davanti ad un quadro dalle tinte oscure. I suoi versi sono come quel pennello con cui l’artista narra di sé.

Questa distopica città che sale è il mostro che ci tiene stretti nella sua morsa. I versi ci catapultano in una nuova avventura oltre i confini della galassia. Ribellatosi alle leggi assurde di questa metropoli, tenta di recuperare i frammenti di una cultura hip hop ormai scomparsa.  Del non è solo un fantasma intrappolato in un guscio, ma una sorta di archeologo cibernetico.

Del the Funky Homosapien
Deltron (ovvero l’alter ego di Del the Funky Homosapien), ci farà da Virgilio in un 3030 desolato e opprimente

Grazie ai suoi testi i segreti del passato celati da questo mondo oppresso dalla tecnologia, prendono forma.

Sensitivity ain’t the energy, brain chemically contorted
With no coordinates, to your ordinance

Un flow che sembra ossigeno liquido, che ci invita ad aprire – come l’oceano, per citare lo stesso Del le nostre menti. In questa distopia, ogni uomo è un’isola, bloccato in un corpo metallico. Nel 3030,  l’apartheid di cui ci parla Deltron, non è solo quello di un mondo ormai al collasso. Mentre ascoltiamo queste parole, siamo teletrasportati verso questo microcosmo di macchine e automi. Il tempo continua a scivolare e siamo sempre più soli, esclusi.

Così, ci tornano in mente le sue barre.

Everybody’s spirits are under control
Computers run with the soul

Sul palco, indossiamo per convenzione la maschera che la società ci ha imposto. Del ci esorta a toglierla e ogni barra sembra un manifesto rabbioso. Ogni nota è scandita dal magistrale lavoro di Dan the Automator. Non è solo un producer, ma anche un fisico nucleare, in grado di fondere la sua musica senza filtri.

Quindi, sotto la sapiente direzione di Dan e Kid Koala, l’altra mente dietro il suono futuristico di Deltron, finisce anche questo viaggio oltre la galassia.

It’s the year, 3030
And here the Corporate Institutional Bank of Time
We find ourselves reflecting
Finding out that, in fact, we came back
We were always coming back

Terminata l’epopea hip-hop di Del, da Mercurio a Plutone, passando per la nostra Terra, il mondo tace. Quella voce carica d’adrenalina, ora si spegne lentamente. Poco fa, ammoniva l’ascoltatore, ricordando che “provi a spingerti sotto, andrai sotto”.

Adesso, invece risuona un suono metallico, ma al tempo stesso nostalgico. Quasi ci ricorda un vecchio beat dei Daft Punk, forse solo più cupo. Questo sibilo impercettibile, prepara il palco per un ultimo messaggio.

Prende parola Damien Thorn VII – a.k.a. Damon Albarn, frontman dei Gorllaz. Proprio lui, aveva aperto la storia di Deltron, in questo desolato 3030.

Le sue parole vengono quasi sovrastate dal ronzio dello stesso dispositivo che le trasmette.

Socchiudendo gli occhi, possiamo immaginare di avere fra le mani la fotografia di un lontano istante immerso nel tempo. Il sipario cala, eppure, si vede ancora uno spiraglio.

D’altronde, come ricorda lo stesso Damon, siamo comunque destinati a tornare.