Nel 2007, il complesso Robert Taylor viene demolito. Open Mike Eagle, cresciuto tra quelle strade, vuole ricordarle. Un ragazzo, guarda fuori dalla finestra di casa, con un’espressione malinconica. Osserva l’ambiente circostante, oramai spoglio. Sembra di trovarsi davanti ad una sorta di natura morta con tinte urbane. Il silenzio è scalfito a malapena dal sibilo del vento, mentre la mente torna improvvisamente al passato. Il mondo appariva come una cartolina in bianco e nero e quegli spazi vuoti erano riempiti da maestosi edifici. Quel ragazzo ora è cresciuto. I piedi ben saldi sull’asfalto, lo sguardo rivolto verso il luogo che lo ha visto crescere. Siamo nel complesso residenziale Robert Taylor. Dal South Side di Chicago, scrutiamo il paesaggio che ci circonda dagli occhi di Michael Eagle.
La storia di questo spiraglio di Chicago, viene raccontata dall’uomo, oggi Open Mike Eagle, in Brick Body Kids Still Daydream. Pubblicato nel 2017, è una sorta di memoriale e, ogni barra, fa rivivere ciò che non esiste più
C’era una volta… il complesso Robert Taylor
Con Nas, abbiamo visitato il Queensbridge, lungo il suo viale dei ricordi. Common, invece, in The Corner, descriveva uno scorcio di quei violenti quartieri che lo videro crescere. Poco lontano, Mike osserva malinconico le strade oramai vuote.
We live in a space that should have never existed
Tra le barre, rivive il ricordo del complesso Taylor. Oggi, al suo posto, c’è solo uno spiazzo tanto immenso quanto desolato. Con Mike, vaghiamo per le rovine della mente, ricalcate sui luoghi della sua infanzia. Tolstoj direbbe che il tempo é un guerriero. Qui con noi, invece, mette le armi da parte: sarà un semplice spettatore. Ricostruendo i ricordi, scopriremo la storia del complesso. Demolito nel 2007, ha dato i natali all’uomo dietro Open Mike: Michael.
Brick Body Kids Still Daydream è un manifesto per il ghetto: tra barre e case popolari
Accompagnati dal beat, veniamo trasportati all’interno del complesso. In “How could anybody feel at home“, la nostalgia sarà l’unica nostra compagna. Oramai, quei posti che hanno visto crescere un giovane Mike, non ci sono più. Con uno sguardo al passato, il rapper riflette: ha vissuto in luoghi che non sarebbero mai dovuti esistere. Il rapper mette anche il microfono da parte, seppur per pochi istanti. Indossa una maschera, diventando Iron Hood. Con Brick Body Complex, conosciamo un Superman del ghetto, unico guardiano di quelle case ora distrutte. Se il “corpo è un tempio”, ora assume invece una forma familiare. Tra le barre, mattone dopo mattone, riaffiorano i ricordi. Nel video ufficiale del pezzo, Mike, affronta un peculiare avversario. Non siamo nella fittizia Latveria spesso richiamata da MF DOOM: stavolta il nemico è davanti a noi. L’uomo, in giacca e cravatta, si scaglia contro le case, per ridurle in macerie.
Can I make an impact if I strike the right tone. And keep saying words into microphon.
Iron Hood ha perso. Quell’uomo ben vestito guarda tronfante le rovine del complesso. Oramai non esiste più ma ogni barra fa danzare i ricordi. Daydreaming in the project non è solo una traccia ma una testimonianza tra kick e snare. Tra il silenzio e le strade, l’importante è sopravvivere. Lo dice anche il rapper, questo è un pezzo dedicato a chi è come lui. Chiudendo gli occhi, immaginiamo di poter sentire ancora quei ragazzi che combattono draghi fra le case popolari. Mike non è solo un rapper, ma un artista che imprime su tela – o meglio, su beat – la nostalgia.
Uno spiraglio sul ghetto
Ghetto in the way I move
Watch me groove, I’ma sing my blues
Cos’è il ghetto? Questa è la domanda che riecheggia fra le note di Breezeway Ritual. Col rapper, respiriamo l’aria pesante delle case popolari. Il silenzio è rotto dalle urla spensierate di chi ormai vede solo l’ombra di casa sua. “Ghetto” ossia un mausoleo di sogni e memoria. Prende vita la storia di chi, per un po’ di calore, puo solo accendere i fornelli. Sono le giornate monotone di chi, semplicemente, sopravvive. Mike colleziona ricordi e sangue, mentre osserva il mondo per capirlo.
“Ghetto”, ovvero quelle strade che Michael sente come casa. Lui stesso ammette le sue difficoltà a riconoscersi come “rapper di Los Angeles”. L’uomo dietro il microfono è cresciuto nella Chicago che racconta fra i versi. Ogni persona con cui ha condiviso quelle strade, può raccontare qualcosa. My auntie’s building fa risentire le loro voci, altrimenti disperse nello spazio vuoto lasciato dal complesso demolito. Mike descrive lo sguardo apatico di chi erige e distrugge quegli appartamenti. Ed infine, nonostante le macerie, quelle storie continueranno a vivere.
Quel ghetto con cui si identifica non esiste più: il suo stesso corpo è stato sradicato da terra.
That’s the sound of them tearing my body down, to the ground


