Remapping Rome: la nostra intervista a Giulia Chimp

Remapping Rome Amir
Foto di Niccolo Verrecchia

Genericamente, credo che nelle interviste “ufficiali” manchi sempre lo spazio, all’ artista, di addentrarsi nelle domande in maniera libera, e spontanea. Il successo dei podcast – da un lato – e l’ esplosione delle riviste settoriali e specialistiche (e specializzate) – dall’ altro – sono qui a testimoniarlo. In questa breve intervista a Giulia Chimp, la regista del documentario Remapping Rome – A Hip Hop Story.

Abbiamo cercato di dare ampio margine alla protagonista, cercando di non scivolare nell’ ovvio, e nel banale. Giulia ci ha raccontato la sua visione di Hip Hop. Una visione-contro – una contro-visione – che si allontana radicalmente dagli standard attuali, una visione REALE, viscerale. Una visione di resistenza, di opposizione. E vivere all’opposizione, è dura. Ma è uno sforzo (e un dolore) necessario.

Alla scoperta di Roma e di Remapping Rome con Giulia Chimp

La prima domanda è quella che apre il tuo documentario, e che vorrei girarti: perché, secondo te, Roma è Hip Hop? E quali sono le tue “radici” Hip Hop?

«Il mio amore per l’Hip Hop è iniziato verso i 13 anni, mettendo insieme pezzi diversi. Da un lato c’erano i graffiti: io sono di San Lorenzo e il quartiere all’epoca era completamente taggato, inoltre c’era un negozio di dischi storico, Disfunzioni Musicali, che aveva le serrande dipinte; ogni volta che ci passavo davanti, quella visione mi ipnotizzava. Dall’altro c’era la musica. Già da un paio d’anni captavo segnali tra MTV e le radio, ma erano stimoli confusi, frammenti di un mondo che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Poi, arrivò la scossa definitiva: sentii Gimme Some More di Busta Rhymes. Lì mi scoppiò letteralmente la mente. Fu il momento in cui tutti quei pezzi sparsi trovarono un senso. Da quel giorno la ricerca divenne metodica. Stavo attaccata alla radio con il dito pronto sul tasto rec per registrare i pezzi, sperando che lo speaker non ci parlasse sopra. Cercavo input ovunque, ricordo ancora quando scovai alla libreria della Stazione Termini ‘La cultura hip hop’ di Hugues Bazin: quel libro per me fu fondamentale, perché mi diede le chiavi per capire che quello che stavo vivendo non era solo musica, ma un movimento sociale profondo. Insieme a quello, divoravo riviste e ogni frammento di informazione che riuscivo a trovare, ma non sapevo ancora come condensare tutto e trovare i miei simili.

All’epoca ci vestivamo con abiti giganti scovati a Porta Portese, da Mas o a Via Sannio. Poi arrivarono le superiori: eravamo solo in sei in tutta la scuola, ma finalmente non ero più sola. Lì è iniziata l’avventura: le domenica pomeriggio a ballare all’Hangout a Garbatella, il Frutta e Verdura a piazza Vittorio, le prime tag, le rime, le jam. Passavamo il tempo a doppiare cassette e ad attraversare la città per incontrarci e andare a ogni singolo evento; nessun posto era troppo lontano se c’era l’Hip Hop. È così che ho iniziato a tracciare la mia mappa di Roma: a piedi, in autobus, in motorino. Ho conosciuto i miei migliori amici, che sono tali ancora oggi, più avanti ho iniziato a ballare Breaking, organizzare eventi, scambi culturali, concerti, conferenze, fare cinema.. e quel legame, oggi, è più forte che mai. Roma è Hip Hop perché è la città dove sono cresciuta e dove, insieme a me, è cresciuto questo amore».

Come nasce quest’ opera? Raccontaci come lo hai pensato, organizzato, vissuto. Hai avuto dei “modelli”?

«Sei anni fa ho ideato l’Hip Hop CineFest, un festival nato dalla necessità di scambiare cultura Hip Hop a livello globale attraverso il cinema. Grazie a questa esperienza, siamo diventati tra i maggiori esperti mondiali di questo genere. Nel 2024, mentre curavo una conferenza per Hip Hop al Parque a Bogotà, mi è stato chiesto di raccontare come fosse l’Hip Hop a Roma, la casa del nostro festival. L’idea è nata così, ed è per questo che il documentario ha un formato corto. Abbiamo girato tutto in tre settimane e chiuso la post-produzione in un mese e mezzo grazie al supporto di professionisti che sono parte della scena. In Colombia la risposta è stata incredibile: due ore di dibattito su soli 15 minuti di film. Lì ho capito che Roma come protagonista era la chiave giusta. Ho provato a proporre a più livelli il progetto per trasformarlo in un lungo o in una serie, avendo molte ore di girato, ma non ho trovato l’interesse che speravo. Mi ero data una deadline: se non fosse arrivato il supporto economico, avrei continuato in modalità guerrilla indipendente, come tutto era iniziato. E così ho fatto. Ho deciso di lanciare il corto nel posto che oggi sento il più Hip Hop di Roma: BackYard, per poi rilasciarlo immediatamente online. È stata una scelta distributiva consapevole, basata sull’esperienza del festival: troppi film vengono penalizzati dalla distribuzione classica. Questo corto è il mio ‘City Anthem’, la mia ode a Roma, e voglio che sia libera e accessibile a tutti.

A livello d’ispirazione, mi sono basata sul linguaggio visivo con cui sono cresciuta: i video musicali. Insieme al mio DOP, Andrea Starvaggi, abbiamo scelto di non usare immagini di repertorio, ma di lasciare che fosse la città a parlare attraverso gli intervistati. I movimenti di camera e le inquadrature sono una dichiarazione d’amore ai video rap: palazzi, reti, treni e graffiti mixati ai monumenti classici. Abbiamo usato fisheye, slow motion e droni per dare quel tocco ‘coatto’ necessario. Per questo motivo, per l’editing della seconda camera ho scelto di collaborare con Gafeto, un regista della Costa Rica che apprezzo moltissimo. Data la sua grande esperienza nei video musicali, il suo occhio è stato fondamentale per restituire quel dinamismo e quella precisione ritmica che cercavo per il progetto.

Le mie reference sono un tuffo nell’immaginario: c’è il viaggio nella città de Il Cielo su Roma del Colle der Fomento, ci sono i palazzi alla Shit is Real di Fat Joe, la città dinamica di Electric Relaxation degli A Tribe Called Quest e la periferia di Petit Frère degli IAM. Ho cercato i primi piani di When i B on the Mic di Rakim, l’interazione con elementi urbani di Nappy heads dei Fugees e le camminate di Respiration dei Black Star. E poi il fisheye di Intergalatic dei Beastie Boys, riprese dal basso e slow motion come nei migliori video di Breaking. Fondamentale ispirazione anche fotografi / b-boy come Little Shao, Miniboj o il team della Stance Elements: gente che è passata dietro la camera e di cui si sente da dove viene il flava. Insieme al progetto documentario abbiamo costruito anche una mostra fotografica scattata d Niccolò Verrecchia, che spero diventerà presto un libro e che adesso è sul nostro Instagram».

remapping rome roma
Foto di Niccolo Verrecchia

Sarebbe interessante capire quale è stato il metodo di selezione e ricerca delle “fonti”, delle voci che ci hanno raccontato Roma. Come hanno accolto questo tuo progetto?

«Devo dire che tutte le persone che ho intervistato mi hanno detto subito si, è stato un viaggio breve e conciso con una visione chiara di quello che dovevamo fare e per questo credo abbia funzionato molto bene, perché abbiamo tutti delle vite molto frenetiche e pianificare a lunga distanza non sarebbe stato possibile. Per la selezione delle voci, ho cercato personaggi che ricorressero la città negli ambienti in cui li riprendevamo. Volevo che fossero connessi a quei luoghi in modo viscerale, perché ci erano cresciuti o perché li avevano vissuti e fatti propri. Questo mi ha permesso di mostrare la vastità e la diversità di Roma non solo a livello umano, ma anche architettonico e strutturale.

Ho voluto toccare le quattro discipline muovendomi nel tempo, ma senza la pretesa di essere esaustiva: sarebbe stato impossibile racchiudere tutto. Mi sono concentrata meno sui ‘grandi nomi’ e più sulle persone che rendono vivo questo mondo, che siano sul palco, in prima linea o di passaggio. Infine, in una cultura che storicamente appare prettamente maschile, ho voluto fortemente una presenza femminile costante e rappresentativa in ogni disciplina. Non come eccezione, ma come parte integrante e fondamentale della mappa. Remapping Rome è il racconto di chiunque viva questa cultura, senza gerarchie».

È ancora possibile, oggi, vivere “fisicamente” l’ Hip Hop?

«Assolutamente sì, ed è proprio quello che abbiamo cercato di mappare con il film. L’Hip Hop non è un genere che si può consumare solo in cuffia o su uno schermo; è una cultura che ha bisogno del cemento. Vivere fisicamente l’Hip Hop oggi significa riappropriarsi della città: è il ballerino che cerca il pavimento giusto, il writer che studia il muro, l’MC che misura il respiro nel cerchio. Se togli il corpo e lo spazio fisico, l’Hip Hop diventa un prodotto di marketing; se lasci il corpo, resta un atto di resistenza. Roma è una città enorme e dispersiva, ma l’Hip Hop crea dei centri di gravità — che sia una piazza, un centro sociale o una sala prove — dove le persone si incontrano fisicamente per scambiarsi visioni, come succede a Back Yard o al “Passaggio” dei ragazzi di Ateneo oggigiorno. Finché ci sarà un corpo che si muove o una mano che traccia un segno, l’Hip Hop sarà l’esperienza più fisica che si possa fare in una metropoli. Vivere l’Hip Hop fisicamente oggi non è solo possibile, è necessario, per non farsi cancellare dall’algoritmo e restare umani, sporchi di vernice o sudati sul pavimento, ma vivi».

Guarda il documentario di seguito: