C’è una linea sottile che separa il racconto dalla realtà e spesso il rap è l’unico linguaggio capace di attraversarla senza filtri. Petite, primo singolo dei 2SHOT, nasce esattamente lì: in uno spazio chiuso, l’Istituto Penale per Minorenni di Airola (BN), ma con lo sguardo costantemente rivolto fuori, lontano.
Il brano è disponibile su tutte le piattaforme digitali ed è la prima uscita ufficiale del duo salernitano per CCO Produzioni, con Lucariello ospite al microfono e guida artistica del progetto.
Petite dei 2SHOT: un debutto che nasce dietro le sbarre
I 2SHOT sono due gemelli ventenni cresciuti a Salerno, con una storia familiare complessa e un percorso segnato presto da scelte sbagliate. Il rap entra nella loro vita da bambini, come riflesso naturale di un linguaggio quotidiano che trova senso nelle rime, anche grazie a modelli come Clementino. Ma è solo durante la detenzione che quella passione si trasforma in qualcosa di strutturato.
Petite viene scritto e registrato all’interno dell’IPM durante i laboratori rap tenuti da Lucariello, su una produzione firmata Oyoshe, Shada San e lo stesso rapper napoletano.
Le strofe si alternano tra italiano e dialetto campano, mantenendo una durezza narrativa che però lascia spazio a parti melodiche e a un tono intimista, lontano dalla retorica del riscatto facile. New York diventa una metafora per rappresentare la necessità di immaginarsi altrove e non restare schiacciati dal presente.
Lucariello e il valore dei laboratori negli IPM
L’incontro con Lucariello è centrale. Il rapper napoletano, impegnato da anni in laboratori di scrittura e rap all’interno degli istituti penali minorili, non si limita a insegnare tecnica. Diventa una figura di riferimento, un padre artistico capace di trasmettere metodo, consapevolezza e soprattutto responsabilità. È qui che il rap mostra la sua funzione più autentica: dare strumenti, non illusioni.
Laboratori come quello condotto da Lucariello, e da altri rapper italiani impegnati in contesti simili, sono fondamentali perché portano attività, creatività e cultura in luoghi dove spesso manca tutto, tranne il tempo per pensare. Il rap diventa un mezzo concreto per rielaborare l’esperienza del carcere, per trasformare una condizione che segna a vita in una narrazione consapevole, capace di uscire dalle mura e arrivare fuori in modo professionale.
Il rap, in contesti come gli IPM, non salva da solo. Ma dà forza. Dà parole. E soprattutto restituisce a questi ragazzi qualcosa che il carcere tende a togliere: la possibilità di immaginarsi diversi, migliori. Petite è il primo passo. E, proprio per questo, pesa più di molti debutti costruiti a tavolino.
Buon ascolto!


