Tre anni possono essere un’eternità o un battito di ciglia. Per Clementino, i tre anni che separano il suo ultimo lavoro dal nuovo album GRANDE ANIMA (Epic Records Italy/Sony Music Italy), in uscita il 25 luglio, rappresentano una vera e propria metamorfosi. L’artista napoletano ha messo in pausa le “turbolenze” di una vita vissuta a mille all’ora per intraprendere un viaggio diverso, più profondo, dentro e fuori di sé. Un percorso fatto di viaggi in solitaria tra le foreste della Costa Rica e le rive del Gange, di quasi cinquanta libri letti all’anno e di una scoperta fondamentale: la meditazione.
GRANDE ANIMA è la mappa di questo percorso, un disco intimo, spirituale e marcatamente cantautorale, dove Clementino, a 43 anni, si mette a nudo per raccontare il suo “qui e ora” con una trasparenza e una maturità inedite. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questo risveglio, artistico e umano.
Intervista a Clementino: dal rap alla meditazione, il suo viaggio nella Grande Anima
Ciao Clemente, sono passati tre anni dal tuo ultimo disco. Un periodo che, ascoltando GRANDE ANIMA, sembra essere stato di grande trasformazione. Quali sono le prime cose che ti vengono in mente pensando a questi ultimi anni?
«Che bella domanda, grazie. Sicuramente c’è stato un giro di boa, un cambio nella mia vita. Non è stato voluto, però è nato tutto da solo. Vengo da dieci anni di turbolenze tra dipendenze, serate, alcol eccetera. Poi, forse nel 2021-2022, è iniziato a cambiare qualcosa in me. Ho cominciato a leggere tanto, leggo attorno ai 50 libri l’anno, e ho iniziato a fare meditazione e anche a legarla ai viaggi. Sono stato in Costa Rica, in India e in molti altri posti. Questa cosa sicuramente mi ha cambiato, perché evidentemente, anche musicalmente parlando, a 43 anni avevo bisogno di dire qualcosa di diverso rispetto agli ultimi dischi. Nella scrittura, gli ultimi due o tre anni rispecchiano forse anche quello che ho ascoltato. Sicuramente ascolto sempre tanto rap perché vengo da lì, continuerò a farlo e lo ascolterò sempre, però si è aperta questa parentesi che ho chiamato “Grande Anima”. Nelle mie playlist, oltre al rap, è arrivato molto di De André, Lucio Dalla, Pino Daniele, Battiato… Questo mi ha aiutato anche a scrivere, perché mettendo insieme i libri, gli ascolti dei cantautori, la meditazione e i viaggi da solo, mi hanno portato in questa situazione. Non ti direi che ho cambiato genere, ma ho semplicemente preso una pausa dal rap in senso stretto. Considera che ho scritto più di 120 canzoni nel corso di questi anni e alcune sono super rap, super IENA White. Ma volevo pubblicare qualcosa di diverso, quindi ho messo insieme i pezzi più cantautorali in questo progetto. Questo significa però che in futuro usciranno miei nuovi progetti di impronta più rap e più reggae. Ma in questo momento qua avevo bisogno di raccontare il mio qui e ora, e il mio qui e ora adesso è introspettivo e cantautorale. Il titolo è appunto “Grande Anima” perché quando inizi a meditare parli a te stesso, e dentro di te ho iniziato a togliere il superfluo e a cercare l’essenza, quella che è la parte importante della vita. Tutte le sfumature dell’anima: l’amore, la speranza, la spiritualità.»
In questo discorso non è un caso che il disco si apra con “Risveglio”, un flusso di pensieri che fa capire subito i temi dell’album. Ho letto che è nato a seguito di un rito sciamanico: come nasce quindi questo brano e come sei arrivato a scegliere di inserirlo nel disco?
«Proprio “Risveglio” l’ho scritta in Costa Rica. Andavo a fare le cerimonie di ayahuasca con gli sciamani. È un qualcosa che ho fatto forse 50 o 60 volte. Ci sono stato tre anni fa, due anni fa, l’anno scorso e ora ripartirò a settembre. Mi ha attirato tanto questa cosa. Io vengo dal freestyle, ti lascio immaginare quanto mi piace il rap. Io ti dico che, ad oggi, metto la meditazione alla pari del rap. Quella passione e quella curiosità che mi accendevano da adolescente, oggi ce l’ho per la meditazione. Guardo documentari, seguo determinate cose, leggo libri riguardo questo tema. Ho conosciuto persone che mi hanno raccontato cose fantastiche, le loro esperienze, tutte cose che mi hanno influenzato. Gli sciamani mi hanno parlato anche della religione sciamanica, che non è nient’altro che credere nella forza della natura e dei suoi elementi. Paradossalmente, poi, se torni a Napoli, parlo di natura anche in Pino Daniele e tanti altri artisti. Lui ne parlava tanto: mare, fuoco, montagne, sole, pianeti. Quindi questo un po’ mi ha avvicinato a certe culture, ma senza abbandonare le mie radici hip hop e Napoli. Infatti l’album parte con il “Risveglio” che dice “ecco, questo è quello che sta succedendo”, poi c’è un’analisi, i peccati fatti in passato, il mondo che ho visto… Poi si sposta sull’amore e anche sulle mie radici. Ho cercato di trasmettere un concetto di giro del mondo e ritorno a casa, un po’ come nei libri di Jules Verne che mi ha tanto influenzato, in cui questo concetto è molto vivo.»
Come sei riuscito a mettere insieme nella tracklist tutte queste idee e stimoli?
«Mi sono fatto guidare dall’istinto. Anche sui featuring. Se vedi, infatti, nel disco non ho messo i nomi che mettono tutti ultimamente, chiaramente col massimo rispetto, ma questo non era il disco adatto. Ho cercato di collaborare con artisti che erano giusti in questo momento della mia vita, in questo disco. Ho messo Gigi D’Alessio perché è un grande amico e ultimamente ci ho condiviso molto tempo. Andrea Settembre mi ha aperto i concerti l’anno scorso, poi ha vinto Sanremo Giovani ma già ci conoscevamo da tempo. Stesso discorso per i Negrita, che ho beccato semplicemente allo stadio e lì ho avuto l’illuminazione. Mi sono lasciato andare e guidare dalle proposte della vita. Non sono andato a cercarli forzatamente o a fare chiamate a manager. Anche per la stesura dell’album, il vero fuoco del processo creativo è venuto tutto da solo, ho scritto ad Amsterdam, Napoli, Milano, Los Angeles. Quando ho visualizzato l’album, l’ho voluto così: l’album dei viaggi, di compagnia, che puoi ascoltare quando vuoi perché c’è anche introspezione. Appena ho scritto le prime canzoni ho capito che dovevo andare in quella direzione, quindi quelle avanzate ho deciso di metterle da parte per il futuro. Non ho voluto fare un mischione, come si dice a Napoli, una “ammesca francesca”*. Non mi sembrava giusto mettere qui pezzi super rap, mi sembrava fuori fuoco. Quando andava la trap, io ho fatto “Black Pulcinella” che era boom bap; ora che va il boom bap, io sto facendo cantautorato. Senza volerlo, forse ho sempre anticipato i tempi. Forse avrei dovuto fare oggi “Black Pulcinella”, ma non era in linea con la mia persona di oggi. L’anno prossimo sono 20 anni dal mio disco “Napolimanicomio”, chissà che non sarà proprio l’occasione per puntare nuovamente sul boom bap (ride, ndr). Credo comunque che lo scopo dell’artista sia la metamorfosi, cambiare, non rimanere impigliato nelle stesse cose. Alla fine ho 43 anni, non posso raccontare quello che raccontavo a vent’anni, e così è nato il disco.»
Leggevo che Giorni Nostri è un brano che arriva da prima del 2020 che però hai deciso di inserire qui. Quindi, in un certo senso, questo fuoco più cantautorale ardeva dentro di te già da tempo?
«Sì, se pensi ai miei vecchi brani come “O’ Vient”, “Quando sono lontano”, “La cosa più bella che ho…”, sono brani cantautorali, ma non avevo mai creato un intero album così. Pensa che questo brano nacque a Compton prima del Covid e il disco che arrivò dopo fu “Black Pulcinella”, ma quel brano non aveva a che fare con il resto dell’album. Quindi l’ho conservata e quando ho chiuso “Grande Anima” l’ho recuperata e ho pensato potesse essere l’outro del disco e l’ho piazzata lì.»
Già da Tarantelle iniziasti a parlare delle dipendenze in un certo modo. Quanto è importante per te farlo oggi? È un modo per buttare fuori certi fantasmi?
«Onestamente, credo che il rap debba essere vero. Quindi quando un artista si mette a nudo non fa altro che fare il suo dovere. Perché nascondere certe cose? Un bravo rapper è un bravo rapper quando racconta la verità, quando descrive il suo vero io. Non dire cose fake giusto per farlo. Un artista secondo me ha il dovere di essere trasparente. Se io posso provare a espormi con un messaggio e far capire alle persone che le dipendenze sono davvero un tunnel, e farlo in una maniera sincera tramite il rap, perché non farlo? Non è detto che il rapper che parli di droga sia artisticamente migliore, perché tanto il rap lo misuri in altro modo. Onestamente, tutti i bravi freestyler che ho conosciuto nella mia carriera, per esempio, nessuno ha mai elogiato le dipendenze. Ma anche uscendo da quel tema, credo sia giusto dare una speranza ai ragazzi dicendo la verità. Io, Geolier, Luchè, Rocco Hunt, Ntò, abbiamo dimostrato che un’altra strada è possibile e nessuno di noi veniva da contesti privilegiati. E non è poco. Io posso dare la speranza a un ragazzo che viene magari dalla provincia, che domani può diventare qualcuno. È un esempio gigante che noi possiamo dare e non ha senso quindi essere fake.»
Parlando di Napoli, ripensando a quando eri un ragazzo che iniziava a fare musica, avresti mai pensato che un tuo brano diventasse una specie di inno per tutti i tifosi napoletani?
«Sono onorato, ma devo dire che non ho fatto nulla (ride, ndr). Io ho semplicemente cantato, poi sono stati i tifosi a sceglierlo come una delle colonne sonore dello scudetto. Ho fatto la versione italiana del brano di Quevedo un po’ per caso, lui e Bizarrap mi hanno ripostato e quindi poi sono stato “costretto” a fare il video ufficiale davanti allo stadio perché era diventato virale. Ma è nato tutto per caso, ci tengo a dirlo. Se avessi scritto appositamente qualcosa non sarebbe mai arrivato così lontano. Lo stesso discorso per me vale per Sanremo: non ha senso scrivere “il brano per Sanremo”; credo sia più sensato fare dieci o venti tracce e ne selezioni poi una da inviare a Sanremo, per dire.»
Parlando di libri e di viaggi, se dovessi scegliere un viaggio e un libro da consigliare, quali diresti?
«Posso dirne due e due? (ride, ndr). Per i libri ti dico tutta la bibliografia di Jules Verne e ci aggiungerei il viaggio in Giappone, perché Tokyo, Kyoto, Osaka e non solo hanno davvero una magia particolare. Per quanto riguarda qualcosa di diverso direi “Il codice dell’anima” di Hillman. La prima volta l’ho letto e l’ho sottolineato quasi tutto e poco dopo l’ho riletto. Da accoppiare a un viaggio in Costa Rica.»
La tua fanbase è una delle più affezionate d’Italia, un legame che si vede chiaramente nei live. Quando hai creato un disco così personale e diverso, hai pensato a come l’avrebbero potuto recepire?
«Sono abbastanza tranquillo, devo dire. Non è il mio secondo album, è il tredicesimo, quindi le persone hanno ascoltato e assimilato chi sono. Ho fatto questo disco per un’esigenza e sono sicuro che in tanti lo capiranno. Ma come ti dicevo, più avanti forse altri dischi faranno contenti gli appassionati più di rap o di reggae. Adesso avevo bisogno di questo disco. Forse non ho una fanbase enorme a livello di numeri, però sicuramente è molto affiatata e, se devo dire una cosa, ho pochissimi hater. Non so veramente perché, forse perché sono simpatico, mi sono sempre tanto esposto e fatto vedere come realmente sono, forse mi vogliono davvero bene. Forse mi hanno imparato a conoscere anche grazie alla TV… Credo che alla fine possa premiare dire sempre la verità, come ti dicevo: se ti mostri trasparente poi alle persone arriva, senza sovrastrutture. Perché solo così dimostri la tua voglia di raccontare e la tua ossessione per la musica. Per me è meglio fare un album come questo piuttosto che fare un mischione di cose, come dicevo prima.»
Ti capita ancora di seguire il freestyle?
«Sì, lo seguo e lo faccio ancora. Non lo faccio più come prima, che stavo tutti i giorni sulle panchine con le canne e alle battle (ride, ndr). Oggi lo seguo, a volte mi chiamano a fare la giuria, ma soprattutto lo faccio nei live. Nemmeno lo prevedo, ma spesso viene spontaneo in base ad alcune cose che succedono. Vengo da quella scuola là e sono sinceramente grato al freestyle. Se sono arrivato fin qui, è soprattutto per il freestyle. Ho firmato i primi contratti grazie al freestyle.»
Riguardo la tua carriera da attore, ti piacerebbe fare qualcos’altro nei prossimi anni?
«Sì, mi piacerebbe fare un film comico, magari con la regia di Nunziante. Quei film comici ma con quel fondo di verità. È una cosa che mi manca. Ho fatto piccole parti in film, ma mai coinvolto al 100%. I due film più importanti sono “Il materiale emotivo” con Sergio Castellitto, in cui avevo un ruolo minore, e poi mi è piaciuto far parte del documentario di Trudie Styler, la moglie di Sting, che ha fatto questo documentario su Napoli. Io ho curato la colonna sonora ed è stato bello ma complesso fare questa canzone che parla dalla nascita, dalla fondazione di Partenope sino ai giorni nostri. Però ecco, mi piacerebbe avere un ruolo centrale, il protagonista in un film, e magari chiamarmi proprio Clementino, un po’ come Totò una volta o come Checco Zalone, che rimangono loro stessi ma vengono proiettati in un film.»
Rispetto ai giovani di oggi, tu la gavetta vera l’hai fatta, ti sei fatto conoscere pian piano ma hai mantenuto il tuo status. Oggi forse è più difficile emergere e durare, come la vedi?
«Credo che la musica rap sia universale e ha quindi dentro di sé diversi sotto-approcci, e ognuno ha il suo posto. Sicuramente tante cose sono cambiate nel corso degli anni e ne ho visti passare tanti e fatti altrettanti. Però credo davvero che se sei bravo duri, e se non sei bravo no. Potremmo parlare di tanti nomi che sono spariti dopo pochi mesi o anni. Un esempio secondo me, uno che rimarrà, è Lazza, perché lui è un rapper che viene dai freestyle ma, essendo anche un bravo musicista, ha creato una dimensione unica destinata a rimanere. Magari tanti altri possono durare qualche mese in classifica e poi vanno giù. Si dice “il tempo è divino”: il tempo dirà chi è bravo e chi no. È sempre stato così.»
*Termine dialettale napoletano che indica una confusione disordinata, un miscuglio di cose mal assortite.


