Abbiamo voluto dire la nostra sul nuovo disco di Claver Gold, “Requiem”, uno dei migliori album di questo 2017

Quella di Claver Gold è una favola a lieto fine. Io non ho mai amato le favole, perché le ho sempre ritenute qualcosa di artificioso e poco credibile, ma la storia di Claver è diversa, è autentica. Esattamente come quei racconti formarono buona parte del nostro cervello quando eravamo più piccoli, la musica del rapper marchigiano ‒ e indirettamente la sua storia ‒ può avere lo stesso effetto, in un certo senso “pedagogico”, per le nostre teste adulte.

Già immagino cosa molti di voi staranno pensando: “ecco la solita leccata di culo fatta ad un rapper da parte di un portale che parla di hip hop“. Siete liberi di pensarlo. Tuttavia credo che le liriche di Claver ‒ e nello specifico il suo ultimo disco “Requiem” ‒ meritino di essere lodate, decisamente più di molti altri artisti “propsati” gratuitamente da altri “addetti ai lavori”.

Ora cercherò di spiegarvi il perché.

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La prima chiave di lettura che voglio utilizzare, forse prevedibilmente, è quella della droga, l’eroina nello specifico. Nonostante se ne parli sempre meno e tutti credono sia qualcosa di lontano dalla nostra quotidianità, il suo consumo sta vertiginosamente aumentando.

Difatti, numeri alla mano, anche grazie a nuove modalità d’utilizzo, la sostanza che Lou X definirebbe “merda che sa di vaniglia”, fa fatica a scomparire.

Claver Gold, in alcune interviste, ha più volte affermato di esser venuto a contatto con questa sostanza e ciò è evidente anche nelle sue liriche. Sicuramente l’artista ascolano non è il primo e non sarà l’ultimo a parlare di droghe, ma il suo modo di farlo è nettamente diverso da quello dei suoi colleghi, sia nella forma che nell’oggetto.

Daycol parla dell’eroina come un mostro sconfitto, seppur ancora pericoloso e mai di quest’ultima o di altre droghe come un ideale da perseguire. Ma al di là di questo, nonostante avrebbe credibilità per parlarne in ogni modo fino alla nausea, non risulta mai nemmeno ridondante, retorico o ampolloso.

Potrebbe sembrare un discorso ovvio, ma non è così: non sono poche le tracce che lodano l’utilizzo di diverse sostanze, ben oltre la banale marijuana, presenti nel nostro rap game. Mi spiego meglio. Il rapper della Glory Hole non ha quasi mai dedicato un’intera traccia all’eroina e quando lo ha fatto, come nel caso di “Quando sei con Lui”, è stato con strumenti metaforici brillanti e mai scontati.

Un verso che mi ha particolarmente colpito di questa traccia, ad esempio, è questo:

«Dagli orinali, sono origami
Dove si sono sfiorate le mani»

Con un ascolto superficiale, sia della barra che della traccia, si potrebbe pensare di trovarci di fronte ad una canzone d’amore, invece il rapper si riferisce ai bagni dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna, luogo citato anche da Murubutu (autore peraltro dell’intro di “Requiem”) che pare essere punto di ritrovo per diversi tossico dipendenti.

In poche parole, l’artista marchigiano, grazie alle sue abilità descrittive riesce a creare dei veri e propri disegni nella mente dell’ascoltatore, a mio avviso in un modo unico.

Mi viene in mente Mistaman, che realizzò una traccia chiamata “Parole” senza mai citare il titolo. Parimenti, Claver è abile nell’utilizzare forme retoriche efficaci per parlare della sostanza, come:

«Nei giorni di alluminio che vedevo il circo in stanza»
(“Ballo coi Lupi”)

o  anche:

«La vita che strilla e la pupilla spilla dallo sballo
Scivolando lenti come pennarelli sul metallo»
(“Un motivo” feat. Egreen);

Il bello di “Requiem”, secondo noi, risiede proprio nel doppio volto lirico: d’impatto ed immediato da un lato ma criptico dall’altro.

Non so in quanti, ad esempio, avranno notato la citazione del pezzo di Left Side “Una vita non basta” in “Un Motivo” con Egreen, quella a Uomini di Mare nello storytelling “Luca”, ma anche il richiamo a “La coscienza di Zeno” in “Ballo coi Lupi” e di quello a Goya ne “La notte delle Streghe” .

In ogni caso, pur essendoci punti di contatto con lavori passati, “Requiem”, a nostro avviso, è il più emblematico della carriera di Claver Gold. Dicendo ciò vogliamo intendere che siamo di fronte se non al disco migliore, quantomeno a quello in cui vengono fuori nel modo migliore le abilità e i contenuti propri del rapper.

Il merito è sicuramente in buonissima parte di Daycol, ma non solo: ospiti del calibro di Ghemon, Egreen, Lord Bean, Rancore e Fabri Fibra hanno indubbiamente conferito un peso specifico maggiore a “Requiem”.

La cosa ancora più interessante è che tutti hanno prodotto delle strofe, oltre che di spessore, davvero omogenee con tutto il disco e questo non era scontato. Al di là del loro valore artistico, credo che il loro apporto così prezioso è anche spiegato dal rispetto che praticamente tutta la scena ha nei confronti dell’artista ascolano. Il rispetto, specialmente nell’hip hop, non si compra. Claver se lo è conquistato nel corso degli anni, arrivando anche a scomodare Fabri Fibra, un anno fa, per il remix di “Idee Stupide”.

Proprio questa, a mio avviso, può essere la seconda chiave di lettura di “Requiem”. Di cosa sto parlando? Di quella che molti definiscono la quinta disciplina (a discapito di altre come il beatboxing), difficile da spiegare con un sinonimo italiano, ma di certo è qualcosa che ha a che fare con il rispetto e la credibilità.

Molti rapper, infatti, si autoproclamano “king dell’underground” o simili, ma a conti fatti hanno ben poche ragioni per farlo. Claver invece si è ritrovato più volte a contatto con le major (come quando rifiutò di firmare con la Universal che voleva modificare i beat del suo “Mr. Nessuno”) e non è mai sceso a compromessi artistici per la sua musica. Non che le major siano il male assoluto, però sfido chiunque a mettere di fronte al denaro di una casa discografica, l’orgoglio della propria musica e la convinzione che prima o poi i numeri avrebbero fatto ricredere tutti. Ora che Claver è nelle orecchie di tutti è facile parlare, ma qualche anno fa un po’ meno.

Lui stesso in “Non c’è show” dice:

«Riprendo fiato per restare ancora zitto e muto
Metrica d’Hokuto vero, fiero non mi son venduto»

e ancora, in “Libertà” con Tmhh:

«Dimmi tu che racconti delle scarpe nuove
Del tuo fan più grande, forse è nato nel 2009
Io che racconto di me stesso quando fuori piove
Per chi ancora è libero e sorride quando si commuove»

Quindi che disco è “Requiem”? Il “solito” pippone sull’undergound e l’old school con un po’ di eroina dentro? No.

Claver, come dicevamo, è probabilmente ‒ se non il migliore ‒ uno dei migliori artisti ad incarnare quella che io definisco empatia musicale, ovvero la capacità di far emozionare l’ascoltatore come pochi riescono. Ci riesce con il suo modo di scrivere, che sì comprende i temi succitati, ma mai cantati in modo banale e soprattutto esclusivo.

In “Requiem”, infatti, c’è anche spazio per l’amore, come ce n’è sempre stato molto nella discografia del rapper. Nello specifico possiamo citare due tracce: “Notte di Vino” con Shorty“Prima di decidere” con Ghemon.

Volendo tirare in ballo un’altra parola chiave, credo che l’unico altro concetto che mi possa aiutare a spiegare l’arte di questo rapper possa essere un termine portoghese: saudade. Questa parola non ha traduzioni precise in italiano, quella che forse ci si avvicina di più è la “nostalgia istantanea” che canta Dargen D’Amico. Non è facile sviluppare questa immagine, ma credo che chiunque abbia ascoltato questo lavoro, o qualsiasi altra canzone di Claver, possa capirmi.

A dover di cronaca c’è da dire che, forse più di altri album passati, “Requiem” è un disco davvero ben bilanciato, tutto sembra essere al suo posto, nessuna strofa è di troppo, nessun ritornello risulta forzato e nessun beat fuori luogo. Per quanto riguarda i beat, infatti, siamo di fronte a un disco particolarmente organico e brillante, grazie al lavoro di: Dj West, Kuma, K Done, Hybrido, Kintsugi, James Logan e Lil Tugh.

Concludendo, tornando all’inizio di questo articolo, perché quella di Claver è una favola? Perché è la testimonianza che la vita vince sulla droga e che la musica vince sul denaro, per quanto troppo smielato possa apparire scriverlo.

Non ci sembra poco e “Requiem” è un perfetto ritratto di tutto ciò.

 

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 Artwork by Manuél Di Pasquale.

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