Abbiamo realizzato un’intervista a Inoki, a pochi mesi dal suo acclamato Medioego e fresco di pubblicazione di un nuovo EP.

Inoki è il rap italiano. Che piaccia o meno, il suo nome sarà per sempre legato alla storia di questo genere in Italia, avendo messo la firma su brani divenuti veri e propri classici ed avendo da sempre lottato per tenere alta la bandiera dell’hip hop, anche in periodi in cui la cultura delle quattro discipline sembrava ormai appartenere al passato.

Nella conversazione che abbiamo intrattenuto con l’artista originario di Ostia abbiamo cercato di farci spiegare la sua visione, giudicata da molti desueta, secondo noi invece meritevole di rispetto umano ed artistico.


Ciao Fabiano, benvenuto su Rapologia. Partiamo dall’evento digitale che ti vedrà come presentatore e performer, The Heel Strikers. Dimenticando per un attimo la virtualità del format, eventi come questo ti riportano un po’ ai tempi del 2theBeat? Lo spirito che si respira è simile?
«Lo spirito della sfida e dell’espressione è lo stesso. D’altronde la sfida è diventata quasi l’unico modo per emergere per tanti ragazzi. Tutto il resto è diverso: sono diversi il contesto e l’ambiente, al di là dell’online. Al 2theBeat ci si divertiva, c’era una bolgia di persone, si stava in compagnia, era proprio diverso.

Oggi invece eventi di questo tipo rischiano di essere l’unico modo per far emergere i più giovani. Poi il 2theBeat era un evento per artisti conclamati, non per emergenti».

Quindi credi che eventi di questo tipo siano ancora validi al giorno d’oggi?
«Innanzitutto bisogna divertirsi, come ti dicevo. Se diventano l’unico modo per emergere ti dico di no. Se invece si affronta tutto con lo spirito giusto, con passione e hip hop, hanno assolutamente senso. Comunque è figo (The Heel Strikers, ndr), ci divertiremo».

Hai vissuto in diversi Paesi e regioni e anche con Rap Pirata sei in tutta Italia. Da quello che hai visto, secondo te cosa manca in alcune regioni per far venir fuori gli artisti che meritano?
«Quando c’era una rete underground non c’era questo problema. Adesso che l’unica rete è il web ed è comandata dalle strutture che ci sono a Milano, le opportunità di un certo tipo sono solo a Milano, nemmeno a Roma o Bologna. Ma in questo momento storico, uscendo un attimo da questo discorso, siamo nella merda e quindi eventi di questo tipo sono luce assoluta nel buio.

Io sono d’accordo con i discorsi che hanno fatto Salmo e Tedua sul non pubblicare i dischi ora perché non si possono promuovere, però i ragazzi hanno bisogno. C’è bisogno di fuoco, di luce, di potersi esprimere, soprattutto in momenti come questo».

Il progetto che hai appena lanciato con Rap Pirata, con cui regali un disco in cambio del tesseramento, credo sia stato molto coraggioso e per certi versi va nella direzione opposta di alcune dinamiche dell’industria musicale. La situazione che stiamo vivendo ha influito in qualche modo in questa decisione?
«Con Rap Pirata è già il secondo anno che facciamo il tesseramento, quest’anno volevo fosse un po’ più “mainstream”, nel senso che mi sarebbe piaciuto che più persone possibili sapessero del fatto che siamo un’associazione e che è possibile tesserarsi.

Ho voluto regalare queste tracce che altrimenti sarebbero rimaste nel computer. Le scelte coraggiose fanno parte del mio modo di essere e di fare, e sì, proprio in questo momento in cui la gente è giù bisogna avere coraggio. Avevamo in testa l’idea di lanciare il tesseramento nel modo giusto e abbiamo pensato a questa cosa, anche perché i tempi sono quelli che sono ma noi non vogliamo abbandonare il progetto».

Ti faccio la classica domanda che si fa a qualche mese dall’uscita di un disco: sei soddisfatto dei risultati che hai ottenuto?
«A me dei numeri non è mai interessato nulla, se un po’ mi conosci lo sai. Se li faccio sono contento ma se non riesco sono contento nello stesso modo. Ciò che mi spiace è che non posso portare il disco in giro e quindi questo affetto non lo sento troppo. Ho bisogno di sentire l’affetto vero delle persone, non suonando questo disco live per certi versi è come se non lo avessi fatto. Non vedo l’ora di vedere le persone sotto il palco.»

In una recente intervista, Mecna, in veste di grafico, ha detto che la sua copertina preferita di rap italiano è quella di Fabiano Detto Inoki. Come nacque quella cover?
«Quella cover l’abbiamo fatta ad Amsterdam, l’hanno fatta Rocco e Galma, due amici di Shablo di Perugia che si erano trasferiti ad Amsterdam per fare i grafici professionisti. Loro all’epoca erano dei king di questa roba, io sono andato lì una settimana con tutte le mie foto per fare la grafica e l’abbiamo fatta, peccato che ho lasciato lì tutte le mie foto di una vita, anche quelle di quando ero piccolo e le ho perse per sempre».

In diversi punti di Medioego fai riferimento, più o meno velatamente, a una sorta di pace ritrovata, sia umana che nei confronti della scena. C’è stato un momento in cui hai capito che dovevi voltare pagina? E in un certo senso questi due aspetti si sono andati ad incrociare?
«Da quando il rap si è evoluto in cultura urban, per certi versi ha iniziato a piacermi quello che prima mi faceva schifo. Se prima mi stavano sul cazzo Salmo o Tedua, ho iniziato ad apprezzarli da quando è arrivato il filone della Dark Polo Gang ad esempio. Adesso mi sta simpatica anche la Dark, perché è arrivato qualcun altro che è ancora peggio (ride, ndr).

Per come la vedo io la musica sta peggiorando, mi dispiace dirlo, i contenuti non esistono mentre prima qualche messaggio c’era. Ho iniziato quindi ad aprirmi, capire i nuovi flow, sfidarmi – che è sempre stimolante – ed eccomi qui. A livello umano sicuramente il cambio di abitudini ha influito positivamente, musicalmente ti dico che non ho più voglia di combattere con gente disarmata che è una guerra persa in partenza».

Quindi oggi come stai?
«Cerco di vivermela il meglio possibile, di essere corretto, leale e di ispirazione ai ragazzi: un brav’uomo fondamentalmente. A livello di salute mentale, se mi ridate il palco io mi riprendo subito, non sto troppo bene perché son chiuso in casa da troppo tempo, ma credo come tutti».

Non voglio parlare di Medioego perché lo hai già fatto in tantissime interviste. Facendo quindi un passo indietro, tu hai messo la firma su alcuni brani divenuti veri e propri classici. Quando li hai registrati, in anni in cui il rap era da sfigati, c’era comunque l’ambizione di voler scrivere un piccolo pezzo di storia?
«Non pensavamo che la roba che stavamo facendo sarebbe morta, anche perché se ci credi sai che non morirà. Non essendoci un’industria dietro però si faceva tutto con spensieratezza e cerco di avere lo stesso approccio anche oggi. Credo che la musica debba far divertire prima di qualsiasi altra cosa. Peace, unity, love, and having fun come diceva Afrika Bambaataa. Io non avevo idea di cosa sarebbe diventato il rap e sinceramente non ho idea di cosa potrà diventare.

Quello che vorrei è che non diventasse grande solo a livello di business ma anche a livello artistico, perché nonostante il rap stia portando un sacco di soldi non è ancora riuscito a farsi rispettare, perlomeno in Italia. Quello che voglio dire è che a parte qualche nome, mi viene in mente Salmo o Clementino, non c’è ancora l’artista che fa sì che la nostra cultura venga rispettata dagli altri mondi. Credo che in tanti siano solo spaventati dai numeri del rap, ma non vedo quel rispetto artistico che meriteremmo. Cioè Paolo Conte per dire, è rispettato, mentre nei rapper non c’è nessuno, probabilmente, universalmente rispettato».

In questo discorso credi che collaborazioni come quella tua con Noemi possano aiutare?
«Io ci provo. Per quanto possa fare il coglione, con la musica sono sempre super serio. Io faccio la mia parte affinché il mondo del rap venga rispettato nel giusto modo. Se poi uno non mi conosce amen, mi conoscerà. In questo momento però secondo me al rap manca un po’ questa cosa: esser trattati meno da ragazzini e più come una cultura con radici solide che in Italia esiste da trent’anni».

Di chi sono le colpe principali secondo te?
«Dei media ma anche di noi che non ci siamo fatti rispettare. Le colpe e i meriti sono sempre di tutti se vogliamo essere un movimento, una cultura. Se ognuno ragiona per i cazzi suoi non andremo da nessuna parte e continueremo a scannarci, magari per soldi, che è la cosa più squallida che si possa fare».

E a Sanremo ci andresti?
«Perché no. Con la canzone giusta, la vibe giusta, andrei ovunque. Non è Sanremo o il Festivalbar il problema, il discorso è come ci vai. Io ovviamente mi sento a casa al centro sociale, ma non per questo devo rifiutare certe situazioni a priori».

Di tutte le città in cui hai vissuto, qual è il posto che senti casa? Da tempo parli di inquinamento e di situazioni simili, credi che il mito di vivere nella metropoli sia destinato a cadere?
«Non sento nessun posto casa, quindi automaticamente mi sento a casa ovunque. Mi sento a casa dove posso avere un tetto, un frigo pieno e delle good vibes. Io già da un po’ ho scelto di lasciare la città per tanti motivi: la vita costa meno, lo stile di vita, il cibo buono e l’aria buona. In Padania non si respira più. Però ti ripeto l’importante è stare bene con sé stessi, se stai bene lo sei ovunque. Non è tanto un discorso geografico ma emotivo».

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