In occasione dell’uscita di Ali, abbiamo realizzato un’intervista con Il Tre parlando del suo percorso musicale e dei suoi obiettivi.

La prima volta che vidi Il Tre su un palco rimasi piacevolmente sorpreso, specialmente dal punto di vista tecnico. Non è passato moltissimo dalla sua esperienza a Real Talk, quella che potremmo definire come la sua vera prima rampa di lancio. Quindi, aspettarsi qualcosa di non ancora ‘maturo’ era abbastanza lecito. Ciononostante posso asserire tranquillamente che lui stesso dimostra sempre di più di poterci stare. Il suo posto nel mondo è tra i grandi.

Ali – Per chi non ha un posto in questo mondo, questo il titolo del primo album ufficiale de Il Tre prodotto per Warner Music Italy. Contiene 15 brani con all’interno delle collaborazioni piuttosto interessanti: da Clementino a Emis Killa, a Mostro, Nayt e Vegas Jones. Un passaggio che segna la prima tappa fondamentale del percorso del giovane Guido.

Con temi quali l’importanza per le piccole cose, l’attaccamento alla famiglia e agli amici di sempre, il rimanere sempre fedeli a sé stessi nonostante i cambiamenti, la fragilità, la consapevolezza di sé e il credere nei propri sogni, Il Tre ha dimostrato di portare un suo proprio modo di farsi strada nella musica. Ali è un guardarsi indietro e in avanti prima del grande salto. È una presa di coscienza di cosa si è guadagnato e di cosa si è perso.

Questo è quello che è venuto fuori da questa nostra nuova intervista con Il Tre:

Ciao Guido bentornato su Rapologia. L’ultima volta che ci siamo visti ci avevi promesso un salto in avanti per la tua carriera. Effettivamente, sei ufficialmente fuori con Ali, il tuo primo disco. Come hai vissuto quest’anno? Com’è stato esordire in un periodo così particolare delle nostre vite?
«Quest’anno diciamo che l’ho vissuto in maniera molto frettolosa. Parliamoci chiaro, io sapevo di dover far uscire un disco. Ho un rapporto maniacale con la gestione della mia roba. Sapevo di dover fare il prima possibile. L’ho vissuto a pensare, a registrare idee, scrivere testi e ragionare sui beat con i rispettivi produttori. A primo impatto forse un po’ sconclusionata, poi però mano a mano che andavo avanti, tutti i tasselli sono tornati a loro posto.

Purtroppo mi sono dovuto adattare un pochino a quello che era un po’ la situazione. Si sapeva che non si potevano fare instore e che non si potrà stare a contatto con la gente. L’unica cosa che ho potuto fare è quella di rilasciare i biglietti per le date future di Milano e Roma. Un appuntamento a vederci lì. Un po’ un segno lasciato per comunicare di esserci nonostante tutto. Posso dirti che avrei comunque fatto uscire quest’album con o senza pandemia. Ho dovuto fare i conti inevitabilmente con la mia carriera e quindi è stato giusto che sia uscito in questo momento. Anzi, non vedevo l’ora».

Torniamo un po’ indietro. Nel tuo ‘viaggio’ su You Tube hai raccontato del tuo passato, dando particolare attenzione alle tue esperienze nel mondo delle battle. Quanto ha influito quel periodo sulla tua musica? Pensi possa essere un passaggio ancora necessario per la formazione di un rapper?
«Il fatto che io personalmente mi sia formato tramite questi eventi, che siano battle o contest, ha sviluppato in me un meccanismo di combattimento. Mi pongo in una determinata maniera quando mi rapporto all’idea di far uscire un singolo o di andare a fare un live. Penso sempre a come poter essere il migliore. Lavorare passo passo per poter arrivare ad essere il numero uno. Un po’ quello che facevo io in preparazione della battle. Chiaramente venendo da lì, cresci e sviluppi una certa forza.

Ad oggi, il mondo delle battle e dei contest è un po’ dimenticato. Credo di aver preso uno degli ultimi treni disponibili in questo senso. Già quando partecipai io, stavano quasi per sparire. Non ne sono sicuro ma credo si siano un po’ spente queste situazioni, purtroppo anche a causa della pandemia.

Tuttavia, non lo reputo un passaggio fondamentale o una tappa per la quale bisogna passare necessariamente. Però è chiaro che affrontare le battle e farsi una buona gavetta è diverso da pubblicare un singolo e diventare virale. In entrambi i casi hai un determinato tipo di successo, ma nel secondo è decisamente più difficile mantenersi. Nel primo avendo delle fondamenta abbastanza solide, invece, dovresti essere in grado di durare nel corso del tempo».

Se oggi potessi parlare con il Guido appena adolescente, cosa gli diresti?
«Paradossalmente non gli direi nulla. Aveva già le idee chiare. Nonostante le disapprovazioni, insulti e risultati che spesso non arrivavano. Sapeva cosa doveva fare. Ecco perché ad oggi penso che non cambierei nulla».

Abbiamo avuto il piacere di ascoltare Ali. La prima cosa che ho notato è la differenza lampante che c’è tra la tua figura e quella del trend dell’artista trap odierno. Ma ci sono dei momenti in cui vorresti essere più “arrabbiato” o “polemico”?
«Diciamo che quello che scrivo rispecchia sempre quello che provo dentro. Sarebbe difficile per me esprimermi in maniera diversa. Trovarmi in un pezzo simile a quello dei trapper di questa nuova wave è più che improbabile. Non ho proprio quella attitudine lì. Se devo fare un pezzo in cui sono più ‘arrabbiato’ provo a dirvi la mia in un certo modo. Come ad esempio in Io non sono come te. Un pezzo dove mi sono sfogato su diversi aspetti che caratterizzano la generazione di oggi, ovviamente non tutta. Sarebbe stupido fare di tutta l’erba un fascio. Però ho riflettuto e ho confrontato come sono cresciuti molti di loro e i loro valori con ciò che è stato insegnato a me dieci anni fa. È proprio un mondo diverso.

Davvero la minor parte di noi spendeva tempo in piazza a farsi le canne. Mentre ad oggi non mi fa più così specie vedere un tredicenne in queste condizioni. Adesso è la normalità. Questo, per me, è un problema. La cosa si è normalizzata ed è totalmente sbagliato. Mi schiero nella vita. Mi sono sempre schierato e sempre lo farò. Voglio rimanere l’outsider anche nei confronti della mia generazione. Osservo e ci tengo molto al rapporto che hanno con me sia i miei coetanei ma anche gli adulti».

Ci parleresti del disco dal tuo punto di vista? Cosa rappresenta Ali per te?
«Ali rappresenta la mia costante evoluzione. Data dal fatto che ci sono dei pezzi al suo interno che tu puoi ascoltare per poi dire: “non posso credere che questo sia Guido”. Un pensiero che potrebbe essere interpretato sia positivamente che negativamente. Ma nonostante ciò, grazie ad Ali, sono esattamente nel posto dove dovrei essere: il mio posto sicuro».

Pensi che il prodotto finale abbia rispettato il giusto compromesso tra i tuoi extrabeat e questa nuova esperienza nel “cantato”?
«All’interno dell’album c’è il perfetto equilibrio tra quello che mi piaceva e quello che mi piace ad oggi. Nel frattempo ho cambiato gusti, oltre ad aver visto e sentito un sacco di cose nuove. Il mio pensiero è quindi senz’altro variato. Sicuramente ci sono una buona quantità di pezzi rap, tanto quanto c’è del pop. Purtroppo o per fortuna, a me quel mondo del cantato piace un sacco».

Come hai lavorato sulla scelta dei beat?
«Faccio i complimenti a tutti i produttori all’interno dell’album. Perché hanno saputo capire e cogliere quello che mi piace e quello che riesco ad ispirargli. Ormai riesco a scrivere su qualsiasi cosa, però senza la giusta ispirazione, quello che scriverò su quel beat non sarà mai sentito».

Si percepisce forte il tuo legame con il tuo paese di origine. È un modo per celebrarlo oppure una sorta di saluto in attesa di poter spiccare il volo per altrove?
«Certamente il posto dove sono nato e cresciuto mi ha dato tanto. Non intendo solo le strade ma anche le situazioni e le persone che non hanno creduto in me. Ma non ironicamente, anzi. Non penso che abbandonerò il posto dove sono cresciuto, semplicemente se ho l’occasione e c’è la vibes giusta di celebralo in un pezzo, con diversi punti di osservazione e diverse sfaccettature, lo farò sempre.

Perché è anche un bel messaggio a mio parere. Ovvero quello di portare in alto il posto nel quale si è diventati qualcuno. Se da Santa Maria sono arrivato a questo punto vuol dire che non mi è servito nient’altro. Il talento e le persone giuste al mio fianco. Assieme al posto c’è anche la compagnia. Senza quest’ultima il posto è relativo».

Come sono arrivate le collaborazioni presenti del disco?
«C’è ovviamente un rapporto di stima. Sono feat dettati da situazioni nel corso del tempo. Per me è un grande onore aver collaborato con personaggi del calibro di Clementino, Emis Killa, Mostro, Vegas Jones, ma anche lo stesso Nayt. È bello perché riesco a vedere fin dove mi sono spinto. Sono artisti dei quali devi avere il rispetto e la stima prima di poter fare una strofa con loro. Per me che ci sono cresciuto, è un enorme passo fare una canzone assieme a loro»

Ti manca tornare sul palco? Hai già riflettuto un po’ sul come vorrai mettere in scena i nuovi brani?
«Il fattore live è più della metà del progetto. Portare Ali in live è il mio sogno che spero si realizzi quanto prima. Dobbiamo sicuramente fare un qualcosa in più. Quando potrò eseguire questi brani dovremo essere pronti ad un nuovo live de Il Tre. C’è un’evoluzione anche solo a livello melodico, quindi dei beat. Ciò ti porta ad un qualcosa di più. Forse una band, cose a cui non avrei mai pensato. L’idea è quella di pensare in grande».

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