Intervista ad Aleaka, fresco di nuovo album ricco di ospiti: The Almighty Birds.

Nel corso degli ultimi anni l’enorme ascesa di Instagram, soprattutto nell’ambito rap, ci ha lentamente messo nella condizione di valutare – spesso – un artista che non conosciamo per quello che appare, non per quello che fa. In altre parole se sul web sei poco presente, per molti ascoltatori non esisti, al di là di quanti brani tu abbia chiuso in carriera e di quanti anni tu abbia. Di Aleaka non si scopre molto cercando su Google, si fa fatica a trovare qualche foto e le uniche informazioni che si possono reperire sono nella sua discografia, sparse tra YouTube e Spotify.

Senza nulla togliere ad altri magazine o al lavoro degli uffici stampa, forse un portale dovrebbe fare proprio questo, dare voce alla qualità, anche se dietro a questa non vi è una label o un profilo Instagram luccicante. Questo non significa dare voce a chiunque, ma a chi fa il suo, portando avanti un progetto e delle sonorità originali, come Aleaka (e tanti altri). Alessandro Cirulli, questo il suo nome, viene da Torino e nel corso degli anni ha prodotto progetti molto interessanti – La Malattia con Cali su tutti – ed è recentemente arrivato al suo secondo producer album, The Almighty Birds, in cui ha ospitato tantissimi rapper, tra cui Jack The Smoker, Anagogia, Brenno Itani, Rischio e molti altri.

Di seguito trovate la nostra chiacchierata: buona lettura!

Ciao Ale, benvenuto su Rapologia. Come va? Come sta andando il disco?
«Ciao, tutto molto bene, son felice per l’uscita del disco dopo un po’ di tempo in cui da fuori sembrava fossi fermo. Il disco sta andando bene, sto ricevendo bei feedback e sono felice di questo. In più il fatto di aver aggiunto il vinile e il merch e aver fatto tutto da solo mi ha soddisfatto molto.»

In quanto tempo è nato The Almighty Birds? In che modo hai scelto i vari artisti?
«Non è nato come un disco. Semplicemente volevo fare dei pezzi per Instagram con la gente che stimo a livello musicale e con i broder con cui collaboro da una vita. Mi sono ingegnato per fare questi video collage e pubblicavo tutto nel momento stesso in cui avevo pronte le robe senza sponsor né nessun tipo di hype. Piano piano, vedendo che il progetto iniziava a prendere forma, incluso il fatto anche che tutti mi chiedessero la versione per Spotify di ogni pezzo, è uscito The Almighty Birds

Sembri essere molto legato alla parola almighty, oltre al titolo del disco c’è anche il tuo secondo nome d’arte Thealmightyslw. Cosa si cela dietro questo termine?
«Mi piace essere sentirmi un po’ onnipotente (ride,ndr). In realtà arriva per puro caso. Mi piaceva come suonava ed era bella epica come roba quindi l’ho inserito. Poi mi sento abbastanza padrone del mio suono, penso di fare una roba unica e riconoscibile in Italia, da qua arriva l’essere almighty

Nel disco è presente anche Cali, che torna sulla scena dopo un po’. Cosa pensi gli sia mancato per arrivare al grande pubblico? Qual è il brano preferito tra quelli prodotti da te?
«Sinceramente mi stanno un po’ sulle palle tutte ste robe che si dicono sempre su certi artisti, tipo “è uno di quelli che meritava di più”. Sicuramente Cali è tra i miei artisti preferiti in Italia, se non il mio preferito. Ero suo super fan da prima di farci un disco insieme. Purtroppo non basta fare musica bella per arrivare al grande pubblico. Noi eravamo coscienti al tempo de La Malattia di avere un disco di nicchia in mano, non per tutti. Un disco molto complesso. Son tanti i brani che mi piacciono ancora oggi, praticamente tutti, non saprei sceglierne uno.»

E tu credi di aver raccolto meno di quanto seminato nel tuo percorso?
«Non penso di aver seminato ancora così tanto. Ho fatto alcuni progetti e sono usciti senza alcuna fatica. Tra me e me penso di aver appena iniziato. Penso di aver raccolto quello che meritavo di raccogliere. Nella musica a parer mio ci si ferma quando si muore (artisticamente o mentalmente) e non penso sia il mio caso. Produco ancora come quando avevo 20 anni con la stessa voglia.»

Come sei arrivato a produrre?
«In realtà da ragazzino odiavo l’idea che tutti nel rap dovessero fare per forza qualcosa. Mancava ai tempi la figura dell’ascoltatore. Quindi io mi volevo reputare uno di quelli. Un giorno un mio carissimo amico (Matteo ti voglio bene) mi ha consigliato di iniziare a produrre perché diceva che avevo dei buoni gusti musicali. Da lì, dopo un po’ di diffidenza iniziale, è iniziato tutto. Avevo 18 anni.»

Quali software e quali hardware utilizzi nel tuo processo di creazione?
«Utilizzo Logic Pro. Ai tempi de La Malattia ero un collezionista di sintetizzatori. Ne avevo parecchi e mi piaceva utilizzarli. Col tempo però ho voluto vendere tutto perché a livello logistico risultava tutto troppo complicato ritrovandomi a produrre anche in altre città fuori da Torino. Quindi son tornato alle mie origini, un MacBook e un paio di cuffie. Nient’altro.»

Che rapporto hai con la scena torinese?
«Ho conosciuto negli anni molti esponenti della scena torinese. Ma in realtà ho lavorato sempre poco o nulla con loro. Dei ragazzi nuovi non conosco molto. Sicuramente per i miei gusti quello che apprezzo di più a Torino tra i giovani al momento è Brattini, che oltre a essere un fratello da anni ho sempre stimato tanto a livello musicale. Lui anche è in The Almighty Birds con Qualcuno Fuori . Poi sto facendo un progetto con Kiffa, anche lui un amico prima di tutto ma anche un’artista che stimo da prima ancora che iniziassi con sta roba.»

C’è qualcosa che faresti di diverso riguardo le tue scelte passate?
«Sinceramente no. Probabilmente sarei salito su più treni, ma se non ci sono salito un motivo ci sarà stato.»

L’Aleaka ascoltatore quali gusti ha? A chi ti ispiri invece per produrre?
«Ascolto veramente di tutto per quanto riguarda il rap. Ma ascolto praticamente solo rap da sempre. Sono poche le cose che ascolto fuori dal genere. Molta gente non se lo aspetta ma sono super fan delle cose grezze e “ignoranti”. Ultimamente il mio produttore preferito in America è Wheezy e il mio artista preferito è Gunna. Ma passo dai Mobb Deep a Chief Keef senza alcun problema quando parte la riproduzione casuale. Fin dalle prime cose facevo un beat cercando di copiare spudoratamente qualche produttore statunitense ma non ci riuscivo, quindi usciva roba mia. Non penso di ispirarmi a qualcuno, esce tutto così casualmente.»

Hai mai collaborato con l’estero? Se no, come mai?
«Collaborare con l’estero sarebbe letteralmente il mio sogno, soprattutto negli States. Non ho semplicemente ancora avuto l’opportunità. Ai tempi ci fu un contatto per un bel periodo con Phat Kat, mc di Detroit che ascoltavo a palla. Purtroppo finí tutto nel dimenticatoio.»

Progetti futuri? Con chi ti piacerebbe collaborare?
«Al momento sto lavorando con più persone a più progetti. Come dicevo prima sto lavorando a un progetto con Kiffa. Poi Sebastian pochi mesi fa mi fece scoprire un artista di cui mi sono innamorato subito, si chiama Riko Noshi. Con lui stiamo lavorando tantissimo, nel mio disco c’è un pezzo con lui (Zona X) e abbiamo fatto uscire un singolo dal titolo Au revoir che è su tutti i digital stores. In più sto lavorando a un’altra progetto con Zeno, altro artista che mi rende felice di fare ancora musica ogni volta che mi manda un provino. Anche Zeno è nel disco con un pezzo intitolato Levitico. La gente mi chiede ancora dopo anni se ci sarà un sequel a La Malattia. Chissà.»

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