Abbiamo avuto il piacere di partecipare ad una round table in occasione della partecipazione di Willie Peyote alla 71° edizione del Festival di Sanremo con Mai Dire Mai (La Locura).

Ormai è già qualche anno che non è una novità trovare dei rapper a Sanremo. Ma poter parlarne ad una “tavola rotonda virtuale”, assieme ad altri giornalisti di settore, con Willie Peyote è stata davvero un’esperienza stimolante, divertente e per alcuni tratti paradossale. Ebbene, l’artista torinese da sempre controverso e irriverente che non le manda a dire, si ritrova “inspiegabilmente” (a sua detta, con tono piuttosto ironico) a gareggiare con altri 25 artisti nella categoria Campioni della 71° edizione del Festival della Canzone Italiana.

Il brano di Willie Peyote in gara s’intitola Mai dire mai (la locura) e sarà disponibile in tutti gli store digitali per Virgin Records subito dopo essere stata presentata sul palco del Teatro Ariston. Forse è il pezzo che non ci si aspetta all’interno della giostra sanremese che è solita girare grazie alla ricerca dello stile e della sensibilità di canzoni che costituiscono la rappresentanza della musica italiana. Fiore all’occhiello di un Paese che necessita di portare avanti la celeberrima tradizione.

Ma a Guglielmo, se pur lieto di poter partecipare, non sta poi così comoda. Quindi con discreta sobrietà, entra a gamba tesa come Glik (non a caso) su Giaccherini in un derby della Mole di qualche anno fa. Mai dire mai (la locura) è una critica musicale, ma simpatica, a tutto ciò che il nostro paese prova a nascondere, pur di mandare avanti il gioco e soprattutto: lo spettacolo.

“Cosa ci vuole a decidere “tutta ‘sta roba c’ha rotto i c*glioni”?
Questi piazzisti, impostori e cialtroni a me fanno schifo sti c*zzi i milioni
“le brutte intenzioni…” che succede? Mi sono sbagliato
Non ho capito in che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato”.

Gli autori di Mai Dire Mai (La Locura) sono Guglielmo Bruno (nome all’anagrafe di Willie Peyote), Carlo Cavalieri D’Oro, Daniel Gabriel Bestonzo e Giuseppe Petrelli. A dirigere l’orchestra ci sarà il maestro Daniel Gabriel Bestonzo. Il tutto si aprirà con una citazione di Valerio Aprea tratta dalla serie Boris che tutti conoscono come il monologo della “Locura”.

“Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette mentre fuori c’è la morte” – Le sue impressioni durante la round table

Il preziosismo di inserire Boris all’interno del proprio brano è una mossa senza dubbio vincente. In quanto, con l’avvento della possibilità di poter fare un rewatch su Netflix e con la successiva notizia dell’arrivo di una nuova stagione, si è creato un certo hype attorno alla figura di Renè Ferretti e alla sua equipe, da parte di nuovi e vecchi fan della serie. Lo stesso Willie ci ha tenuto a spendere due parole su questa scelta:

«Con i miei amici ormai parlo solo attraverso citazioni di Boris. Nel momento in cui ho riguardato l’episodio, quella frase mi ha dato un vero e proprio schiaffo. Perché la considero più attuale oggi, di quanto praticamente lo fosse all’epoca. Quindi ho pensato che potesse essere un bel troll andare a Sanremo, far partire il pezzo dicendo “Questa è l’Italia del futuro” proprio a Sanremo. “Un paese di musichette mentre fuori, c’è la morte”… Pezzi in cui prendo un po’ per il culo tutti, me stesso compreso, ne ho fatto qualcuno in carriera. Mi piaceva l’idea di propormi come una versione di Ricky Gervais ai Golden Globe dell’anno sorso, però a Sanremo».

Nel corso della chiacchierata si è arrivati anche alla curiosità di poter comprendere la scelta di lavorare con Samuele Bersani nel giorno delle cover. Infatti, l’inedita coppia presenterà Giudizi Universali, famosissimo brano del 97′ scritto e interpretato dallo stesso Bersani e diventato una delle canzoni più amate da pubblico e critica della storia della musica italiana. Scelta davvero coraggiosa e motivata così:

«Con Bersani è stato molto più facile di quello che mi aspettavo. Perché è vero che viene da un mondo diverso, anche anagraficamente parlando, ma è altrettanto vero che io sono cresciuto ascoltandolo ed ho imparato molto a scrivere da lui. Anche perché alcune frasi di quel brano mi ci rivedo tantissimo. Nel senso: “Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane” rappresenta il fatto che penso troppo e poi vado a rovinare, a volte, le mie cose. Mi ci sono rivisto sempre in questa canzone. Vi dico già che non farò del rap su quel pezzo lì, non come ho fatto per Il Bombarolo. Canto così come il pezzo deve essere perché con Bersani vicino, fai quello che ti dice lui. Penso realmente di essermi fatto un regalo portando uno dei brani più belli della storia della nostra musica degli ultimi trent’anni».

Non sono mancate delle suggestioni davvero molto interessanti anche su collaborazioni totalmente rap, che in questo Sanremo non mancano (Vegas Jones, Neffa, Nesli):

«Fibra e i Dogo. Perché sono quelli con cui mi si è aperta la testa a 17-18 anni. Con Fibra porterei “Se Non Dai Il Meglio” di Turbe Giovanili e con i Club Dogo penso “Cronache di Resistenza” di “Mi Fist”. Tra l’altro mi è già successo di fare “Cronache di Resistenza” con Don Joe su un palco a Milano. E quindi lì, la spilletta me la sono già messa! Sono un fan dei Dogo da sempre. E ho messo pure una mia strofa in quella occasione, prima quella di Jake, poi quella di Gue e poi la mia! Lì me la son già tolta la soddisfazione».

Sempre parlando della corsa negli ultimi anni dell’hip hop alla conquista della scena musicale italiana siamo giunti ad ascoltare i suoi giudizi sulla rappresentanza rap di quest’anno al Festival:

«Non possono nascondersi sotto la sabbia senza rendersi conto che il rap domina le classifiche e gli ascolti dell’Italia intera. Quindi non possono più prescindere dal rap. Direi che sia diventato, invece, più un problema nostro. Dobbiamo essere noi stessi: sta a noi portare il rap a Sanremo e non viceversa. Sanremo ti invita perché fai potenzialmente audience, ma poi sei tu che dai valore al rap o a quello che fai in base a ciò che decidi di proporre. Vero è che ho diversi colleghi che hanno già fatto un grandissimo lavoro su quel palco. Lo stesso Rancore, che l’anno scorso si è portato a casa il premio Bardotti per il miglior testo, ha dato finalmente la dimostrazione al nostro paese che nel rap teoricamente si possono trovare anche i testi migliori. Sono molto curioso di vedere le altre performance. In particolar modo vi dico Madame. Perché di tutta la nuova wave, è sicuramente una tra le più interessanti. E anche quella che potenzialmente può incontrare il gusto nazional-popolare in senso buono. Può essere compresa pur rimanendo una roba che non capiscono del tutto. Poi ci sono io, ci sono i Coma Cose che fanno un rap comunque fluido. Mi piace l’idea invece che abbiamo creato un modo di fare rap molto italiano. Forse un po’ troppo italiano come direbbe Stanis. Però che affonda le radici nella canzone d’autore. Secondo me, oggi, ci sono espressioni sempre più ‘nostre’, ma comunque apprezzabili».

Seguono alcune riflessioni sulla scelta di proporsi in gara che a molti potrebbe essere sembrata inusuale da parte del rapper torinese, ma che hanno lasciato degli spunti davvero stimolanti:

«Due dischi fa, dicevo che sarei andato a Sanremo senza paranoie. Perché non avevo paura di espormi davanti di fronte a chi non è d’accordo alla mia idea. Secondo me, il messaggio passerà, per chi vuole capire, poi magari non è detto. Ho accettato e scelto di fare Sanremo proprio perché quest’anno è importante. È un anno che non lavoro. La gente che lavora con me è un anno che è ferma. Sanremo, oggi, è l’occasione giusta per mandare un segnale in favore della musica in Italia. Portare un pezzo d’amore già non era nelle mie corde a prescindere, ora anche di più. Non potevo prescindere dal dire le mie cose. Anche per i lavoratori dello spettacolo. Nel mio modo, che può essere giusto o sbagliato, ma è il mio. Perché ho i miei musicisti che son fermi da un anno. E a me queste situazioni non mi fanno più dormire la notte. Non posso andare a Sanremo a far finta di niente».

Si è parlato anche di premio della Critica, sempre molto ambito dai concorrenti in gara, ma visto con un’accezione diversa dal nostro Guglielmo:

«Personalmente non vado a Sanremo per vincere il premio della critica, ma per giocare. E penso che ascoltando il pezzo e leggendo il testo ve ne siate accorti. Il paradosso è che se poi finisse che veramente mi premiano, mi farei delle domande seriamente sul come e sul quanto ho fatto bene il mio lavoro. Perché sarebbe folle! Ma non perché non mi farebbe piacere, attenzione! Ma vorrebbe dire che non hanno capito il mio ruolo all’interno di questo Sanremo. Di fare un po’ il giullare, il guastatore dall’interno. Faccio parte della gara, sì, ma la prima volta che ho fatto sentire il pezzo ad Amadeus, ho specificato le mie intenzioni. Di quei temi ne avrei parlato comunque. Le parolacce non le avrei tolte. La citazione di Boris l’avrei fatta lo stesso. E lui mi ha risposto che invece era proprio così che gli piaceva. Penso, quindi, che abbia capito e che la responsabilità se la prenderà anche lui. Quando sono andato a fare la fotografia per Tv Sorrisi e Canzoni, c’ero io lì in mezzo a tutti gli altri, con la posa da Mago Silvan e poi appena sotto il mio testo pieno di parolacce. Se vinco io, è veramente il paradosso. Sarebbe meraviglioso per certi versi, però non me lo aspetto».

Rimanendo sul brano abbiamo parlato di una possibile continuità tra l’influenza elettronica percepita in Iodegradabile e la proposta in gara di quest’anno, anche riflettendo sul bel rapporto tra lo stesso Willie e i suoi cari Subsonica che ha seguito ultimamente nel loro tour:

«L’influenza elettronica in questo brano è anche maggiore del disco. Nel senso che c’è la cassa dritta a 140 bpm. Non è assolutamente quello che potreste aspettarvi da me. Però fa proprio parte del mio spettacolo. Vado a Sanremo con: un pezzo in cassa dritta, il ritornello in una certa maniera, l’orchestra che suona con i violini sopra… E ci sarà anche una citazione che ho messo nella partitura dell’orchestra, precisamente nel bridge che qualche appassionato di rap riconoscerà! Intanto, prendo per il culo tutti! È tutto un carrozzone! Però musicalmente a me piace il pezzo, devo dirvi la verità. Non so se sono stati i Subsonica direttamente. Sicuramente mi piace cambiare e provare cose nuove. Fermo restando che per me loro sono mamma e papà, non si toccano!»

Infine, tornando su un aspetto un po’ più pratico della vita di un artista è stato chiesto come vivesse finalmente il ritorno all’esibizione dal vivo e di come si potrà affrontare questo aspetto nei prossimi mesi:

«Per i concerti persi, non ho delle risposte. Un altro di quegli argomenti che mi lascia poco tranquillo è la questione dei biglietti già venduti. Non dipende da me, siamo tutti sulla stessa barca. Dipende dalle scelte complessive di tutta l’industria live. Purtroppo siamo molto lontani dal sapere come andrà a finire. Intanto, l’aspetto personale che apprezzo di questo periodo è la meraviglia del suonare con quell’orchestra. Mi godo il momento di condivisione con questi grandi musicisti. Tra le prove e le esibizioni che andrò a fare. Mi godo il fatto che loro si prendono bene a suonare il pezzo con me.

D’altro canto so che non è un concerto vero. È un programma televisivo. Paradossalmente a Sanremo è meglio per me che non ci sia il pubblico in sala. Posso anche però dire che mi è dispiaciuto il momento in cui si è discusso di “pubblico si, pubblico no”. Mi sono confrontato anche con tanti dei miei tecnici che sono parte delle varie organizzazioni di categoria, come ad esempio “Bauli in piazza” o “La musica che gira“. Penso che abbiamo perso un’occasione tutti: io, Sanremo e anche loro. Per mettersi al tavolo tutti insieme e studiare un metodo per trasformare Sanremo in un laboratorio di gruppo nel quale si poteva davvero immaginare un modo per ripartire. Mentre ci siamo un po’ persi, come al solito, tra le tifoserie. Mi dispiace tantissimo.

Vi posso dire che per quello si poteva fare meglio. Non ho qualcosa da ridire a qualcuno in particolare. È solo che ho provato a capire quale fosse il motivo delle arrabbiature da parte di tutti, il mio team compreso. Tra il problema dei figuranti, manco fossimo in Black Mirror e il ministro Franceschini che si è imposto sul no categorico, in un momento in cui il governo era addirittura caduto, alla fine n’è venuto fuori un casino in cui non abbiamo parlato proprio di niente. Si è parlato dei concerti veri in qualche modo? No! E da persona che gode nel suonare dal vivo, mi sento come se fossi in digiuno forzato. Sto morendo di fame sotto da questo punto di vista. Mi è dispiaciuto perché è un‘occasione persa. Ora ci proveremo comunque. Sono in contatto con diversi altri artisti come Lo Stato Sociale. Abbiamo ognuno la propria idea del cercare di portare un messaggio relativamente al discorso del tornare sul palco. Cercheremo di fare il nostro seppur non ci siamo confrontati fino in fondo. In questo paese purtroppo molto spesso ci perdiamo le occasioni per confrontarci in maniera intelligente».

Commenti