A pochi giorni dalla scomparsa di MF DOOM, vi proponiamo l’approfondimento su Madvillainy: il classico realizzato insieme al producer Madlib.

Il 31 ottobre di uno sciagurato 2020 ci ha lasciato a soli 49 anni il rapper e producer Daniel Dumile, in arte MF DOOM: uno degli MC più influenti ed iconici della nostra epoca. Prima di diventare The Illest Villain, Dumile – ai tempi Zev Love X – aveva già avviato la sua carriera nei primi anni 90’ assieme al fratello Dj Subroc, con il quale formavano il gruppo K.M.D. Sfortunatamente, poco prima dell’uscita del loro secondo album Black Bastard (previsto inizialmente per il 1998) un tragico incidente tolse la vita a quest’ultimo, gettando delle pesanti ombre sulla vita di Daniel che fu costretto a fare i conti con il suo dolore per circa un anno prima di tornare a rappare. Si dice persino che abbia dormito nelle panchine di New York per diversi mesi, in solitudine.

Dovremo quindi aspettare il 1999 perché Dumile indossi letteralmente una maschera per fronteggiare il suo dolore. La stessa maschera di metallo – ispirata dal villain Marvel Dottor Destino – che gli permetterà di registrare il suo primo album da solista Operation Doomsday, nonché il primo di numerosi progetti realizzati per un intero decennio sotto i vari pseudonimi di The Metal Face, Man and the Mask, Viktor Vaukn, King Geedorah e Metal Fingers:

“It’s music we’re selling. Not my face”

La scomparsa di MF DOOM è stata silenziosa, lontana dalle luci dei riflettori e pregna del dolore incancellabile che si è portato negli anni anche a causa di quel grave lutto. Non c’è stato nessun fumetto celebrativo ad annunciarne la scomparsa, come accade per ogni villain Marvel che si rispetti.  Però sono rimasti i suoi dischi, sono rimasti i suoi numerosi alias cui doveva rendere conto durante il processo creativo ma soprattutto è rimasto intatto il suo untouchable flow.

Tra queste memorie, la più sensazionale – ma non necessariamente la migliore – è il progetto Madvillainy realizzato da MF DOOM assieme al guru Madlib: un producer dalla caratura massimale, anch’esso alle prese con le sue molteplici personalità (Quasimoto, Yesterday New Quintet) e conscio che Dumile aveva un qualcosa dentro che altri artisti non avrebbero potuto dargli.

This Villain was a ruthless mass conquerer
With aspirations to dominate the universe

Un disco come Madvillainy è storia già dalla copertina realizzata dall’art director Jeff Jank che lo ritrae in primo piano con la sua maschera di metallo. Ma è storia anche per l’anno in cui esce, il 2004, in cui ci sono delle release importanti come quelle di Kanye West, Nas ed Eminem. Ma anche Jadakiss, i Mobb Depp e Ghostface Killah. Madvillainy di MF Doom e Madlib però è molto più di un semplice disco rap. È piuttosto il personalissimo  mondo dentro cui si muove l’artista,  ricco di metafore , di introspezione e di raffinate citazioni, filtrate a loro volta da storytelling spesso intristi di humor nero e con dei forti tratti surrealisti.

Il disco è composto da 22 tracce perché Madlib era così ossessionato dalla ricerca del suono perfetto che mandò a DOOM circa 50 beats – perlopiù loop e sample retro – di cui il rapper ne scelse almeno uno ogni quattro. In alcune tracce il loop del beat veniva suonato in fase di registrazione dallo stesso produttore – col rapper che ci scriveva sopra, spesso in una take – per poi essere mixato a dovere soltanto in un secondo momento.

The doctor told a patient “It’s all in your imagination negro”/Ahh, what do he know?/ About the buttery flow, he need to cut the ego

La particolarità di questo intenso scambio creativo  tra i due risiedeva però nella breve durata delle strumentali di Madlib, che spesso si tenevano sotto i 2 minuti. Grazie a questa loro caratteristica DOOM poté focalizzarsi pienamente sulla forma e sul contenuto piuttosto che sulla struttura, concependo un unico ed intenso verso per molti dei brani che compongono il progetto. Gli esempi migliori in questo senso sono Accordion e Figaro: due tracce dallo schema metrico irreale, piene zeppe di rime interne, similitudini ed assonanze. Una complessità tecnica di cui godono praticamente tutte le liriche presenti nel disco.

Questa struttura – libera da ogni vincolo o logica commerciale – permette all’ascoltatore di recepire limpidamente lo sforzo comunicativo degli artisti, che lungo il disco si alternano tra skit strumentali, alter ego, vintage soundings e persino una prova d’autore da soprano in Rainbows.

Per citare lo stesso DOOM, questo disco è come un Bistro in cui puoi esser sicuro di trovare “the finest of the finer things”:

“Ladies and gentlemen, welcome to the debut grand opening
Of Madvillain Bistro Bed and Breakfast Bar and Grill
Cafe lounge on the water”

“Where we offer you the finest of the finer things
Twenty four hours a day, seven days a week
Three hundred and sixty five days a year”

“Live on the beats, we have the one and only Madlib
We also have King Geedorah on the mix
Yesterday’s New Quintet’s here, Viktor Vaughn, Quasimoto
And I’m your host, ‘The Supervillain'”

Dalla traccia Curls in poi il racconto inizia a farsi più sofisticato ed introspettivo. C’è la critica sociale e religiosa di Strange Ways proposta con tagliente ironia (They pray four times a day, they pray five/ Who ways is strange when it’s time to survive); c’è il malessere per una relazione andata male raccontato nella traccia Fancy Clown, che fa emergere il lato più oscuro della sua mente. E c’è anche la traccia Great Days, che lo definisce come un grande scrittore – oltre che come un grande rapper – sulle calde note del jazz di Madlib.

A tratti è come se DOOM fosse esausto di questa sua continua ricerca – tra un’analisi dei problemi dell’uomo comune in Money Folder ed un trip off psichedelico con Meat Grinder – tanto da lasciare il posto di one man show  ai suoi numerosi alter ego, come accade con la presenza dell’alias Viktor Vaukn proprio in Fancy Clown. Oppure cedendo la scena a delle voci estranee come accade in Hardcore Hustle, in cui Madlib torna a collaborare con il suo primo partner: Wildchild dei Lootpack.

Così come accade anche nell’ interlude Eye cantata da Stacy Epps, che – oltre a spezzare il ritmo del racconto – sembra essere come la quiete dopo la tempesta.

Credo anche che questo episodio in particolare – insieme ad altri – possa  essere considerato come uno dei primo esperimenti di Lo-Fi risalente a quando il Lo-Fi non esisteva ancora. Lo stesso Lo-Fi che ha creato quel filone “noir” molto presente nel rap di oggi. A Madlib inoltre va il merito di apportare a Madvillainy una forte componente spirituale e filosofica, forse più lucida e ragionata rispetto a quella di MF DOOM e che ben si sposa con le calde atmosfere soulful presenti lungo tutto il disco.

Una traccia chiave in questo senso è Shadows of Tomorrow, in cui insieme al suo alter ego Quasimoto ci presenta la riflessione del “non devi venerare il sole, ma la luce che vedi“. Un tributo a Sun Ra che è presente anche nel loop della traccia introduttiva del disco, “mascherata” dagli estratti dei film Frankestein (1931) e The Wild One (1971) con Marlon Brando, l’antidivo per eccellenza.

Sun Ra che tra l’altro non è il Dio Sole. O meglio lo è, ma il riferimento qui è al compositore, poeta ed intellettuale americano omonimo.

“The music is different here, the vibrations are different
Not like planet earth
Planet earth sound of guns, anger, and frustration
There was no one to talk to on planet earth who would understand

And set up, a colony here…”

Infine, il modo in cui si chiude l’album parla da sé, lasciando all’ascoltatore la sensazione di essersi immerso in un viaggio interiore nell’io dei due artisti (3, o forse 4, considerando gli alias di entrambi) che si sono messi completamente a nudo, credo più per una necessità personale che per una questione di cultura o di vendita.

Rhinestown Cowboys sintetizza infatti tutti gli elementi caratteristici sviluppati da MF DOOM nel disco. Qui utilizza il suo Villain Character per l’abbattimento della quarta parete in un momento in cui la sua coscienza è costretta ad esser giudicata da un “tribunale delle anime”, rappresentato da una platea teatrale entusiasta dello spettacolo cui ha assistito. Forse uno degli esempi di meta-linguaggio più efficaci della storia del rap, uno stream of consciousness con davvero pochi pari.

MF DOOM godrà forse di maggior fama e considerazione dopo la sua morte. Succede sempre così e forse è anche normale che lo sia. Accetteremo con il cuore pesante questa scomparsa, così come abbiamo fatto per quella di Sean Price o per quella di Prodigy. Forse un disco come Madvillainy di MF Doom e Madlib non esisterà mai più nonostante entrambi abbiano aperto più volte ad una possibile seconda parte. Forse Madvillainy è uno di quei dischi che – più di altri – hanno accompagnato la transizione del rap da underground a middleground, in quella terra di mezzo dove provano a convivere l’arte ed il riconoscimento del grande pubblico.

Mi piace pensare che un disco raffinato come questo abbia fatto scuola, creando un personaggio intriso di fascino e mistero e comunicando un’estetica ed una cifra stilistica ben precisa. La stessa a cui collettivi come Griselda ed artisti come Roc Marciano hanno guardato con fiducia, provando a far convivere i numeri e l’arte sotto il grande ceppo di un liricismo più ricercato. Come peraltro il Wu-Tang aveva già fatto in anni insospettabili. Metaforicamente parlando invece, la differenza tra questo filone e quello del “solito” mainstream è un po’ come la differenza tra un vinile limitato ed una crack di Spotify. Te lo godi diversamente.

Nonostante oggi i gioielli e gli orologi siano sintomo di successo – nonché un traguardo al quale ambire per i rapper della nuova generazione – MF DOOM (da scrivere sempre ALL CAPS, come ci ricorda la traccia omonima) rimane la dimostrazione di come un rapper possa essere grande distinguendosi non per le catene che indossa, quanto piuttosto per la sua sensibilità artistica ed il suo uso infinito delle parole. E forse Madlib è il motivo principale se oggi producer come Alchemist, Daringer o Harry Fraud sono considerati come i veri Re Mida dell’Hip Hop.

Daniel Dumile a.k.a. MF DOOM  (Londra, 9 gennaio 1971 – 31 ottobre, 2020)

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