In occasione della pubblicazione del suo EP, abbiamo realizzato un’intervista a Caneda, uno degli artisti più completi della scena italiana.

Caneda è un artista a 360°: writer, producer, rapper, pittore, presente nella scena dall’inizio degli anni 90.

Nei primi anni è stato attivo nell’underground milanese, poi il periodo Dogo Gang, successivamente è diventato celebre per il ritornello del Ragazzo D’Oro e molti altri successi, precursori della trap. Ma Caneda è molto di più di un ritornello, è un artista a tutto tondo, completo come pochi. Riesce a conciliare la poesia con il suo essere “zarro”, la profondità di alcuni brani, con le punchline di altri.

Nel corso degli anni è riuscito a ritagliarsi il suo spazio, dal punto di vista artistico, diventando iconico e riconoscibile tra tutti. L’originalità è sempre stato uno degli elementi chiave dell’arte di Neda. Quest’anno non si è smentito, con la pubblicazione dell’EP LAREPUBBLICA.

In occasione dell’uscita dell’EP, ne abbiamo approfittato per fare qualche domanda a Caneda, per conoscere meglio l’artista e l’uomo, per scoprire qualcosa del suo passato e del suo futuro. Buona lettura!

Che rapporto c’è tra Cano pittore e Caneda musicista e rapper? In alcuni casi sembrano quasi due entità distinte, in altri, l’arte visiva e quella musicale sembrano compensarsi. L’una ispira l’altra o sono due aspetti diversi di Raffaello, l’uomo?
«Non vedo differenze tra scrivere una canzone e dipingere un quadro, si tratta sempre di creare qualcosa dal niente, da una tela bianca, da un foglio bianco: i muri nell’arte li vedono solo i sordi.»

Sei maggiormente soddisfatto della tua carriera da musicista o di quella da artista? Avresti voluto raggiungere un maggiore successo e popolarità? Hai degli obbiettivi davanti a te da raggiungere?
«Non sono mai stato soddisfatto di niente e non credo che lo sarò mai: esporre alla Biennale di Venezia o al museo di Buenos Aires è figo giusto per un giorno poi si ricomincia. Ma è questa la cosa che mi spinge a continuare la ricerca della perfezione. Migliorare sempre di più, sperimentare sempre di più, per essere migliore dell’album prima, del pezzo prima della rima prima, del quadro prima. Più che una carriera sto facendo una guerra e non credo nella popolarità.»

Qual è il tuo rapporto con la religione? Nella tua arte è citata spesso e tu stesso ti definisti un angelo da un’ala sola. Cosa rappresenta l’ala mancante? Ci sono delle mancanze nella tua vita che non ti hanno permesso di esprimerti al meglio?
«Non sono stato battezzato, vedo la religione da un punto di vista storico e poetico. Un’ala sola è solo una metafora per dire che nessuno è del tutto un angelo o del tutto un demone.»

Musicalmente sei stato un innovatore, anticipando la trap così come lo streetwear e alcune mode che negli anni futuri sarebbero diventati dei trend. Pensi che la scena ti abbia riconosciuto il giusto merito di questo?
«Sì, copiandomi. Se una gran parte della scena rap mi copia, non è perché io sia un genio, ma perché sono in un ambiente di inferiori che si credono superiori. Usano le mie idee, la mia musica e rifanno i miei ritornelli per fare i loro dischi.»

Nella tua carriera musicale sei passato attraverso moltissime etichette indipendenti (Hard As Hell, Vibrarecords, Harsh Times, Honiro Label, Newtopia…) ma mai una major. Pensi che te la saresti meritata?
«Non ho mai avuto né un etichetta né un contratto, perché non ho mai ricevuto delle proposte serie e professionali. Finora sono sempre stato indipendente, ma non per scelta. Più che altro è una major che si deve meritare un artista.»

Nella vita hai sicuramente avuto il coraggio di osare e non hai mai avuto cadute di stile, né quando criticavano la tua musica né quando ti minacciavano di persona. Hai sempre dimostrato di andare avanti per la tua strada. Ci sono volte che invece hai rischiato di cedere e rinunciare al tuo progetto musicale?
«Uno fa arte perché non può farne a meno. Se smetti, vuol dire che non sei mai stato un artista, fin dall’inizio.»

Cosa ti manca del periodo degli anni ’90, della crew 16K e degli Armata 16?
«Niente, è stato il più brutto periodo per il rap italiano, dove i rapper hanno ucciso il rap. L’unico che ha provato a costruire qualcosa di serio è stato DJ Albertino.»

Quali sono i tuoi ricordi più belli legati al periodo Dogo Gang? Vista da fuori sembrava una crew molto unita, con assidue collaborazioni tra tutti i suoi membri… Sei ancora in contatto con qualcuno di loro?
«Nessuno.»

Dopo album e mixtape negli ultimi anni avevi abituato il tuo pubblico all’uscita di brani singoli. Cosa dobbiamo aspettarci dopo LAREPUBBLICA? Ci sarà un nuovo album in futuro?
«Sì, sto finendo di scrivere i due prossimi EP e tra poco andrò in studio.»

Curiosità: perché il tuo primo album si chiama L’angelo da un’ala sola, Atto 2 e il tuo secondo album La farfalla dalle ali bagnate, Atto 3? Quale sarebbe l’Atto 1? È un progetto che si è perso?
«No, sto finendo di scriverlo e tra poco lo pubblicherò.»

Ultima domanda: c’è un libro che ti sentiresti di consigliare di leggere ai nostri lettori?
«Sì, Il Processo di Kafka

In attesa delle prossime pubblicazioni che ci ha promesso, se non lo avete già fatto vi consigliamo di ascoltare l’ultimo EP di Caneda!

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