Avviciniamoci all’intimità di Madame attraverso Clito, il singolo che ha segnato la sua rinascita personale ed emotiva.

Quando si parla di sessualità, si ha sempre un piede nella consapevolezza e l’altro nel fraintendimento. Non è così per clito, il nuovo singolo di Madame, apparso lo scorso 6 novembre, con cui la rapper si è messa a nudo senza cadere nella trappola della provocazione tout court.

Non solo. Scomodando Dante e le sue dritte per una lettura interpretativa dei testi, potremmo dire che clito si apre a più livelli di comprensione: quello letterale, quello allegorico e quello morale. Il primo livello raffigura le istantanee di una relazione con sfumature saffiche; il secondo mima nel rapporto sessuale quello che Madame ha con la vita; il terzo, infine, riguarda la storia di una ragazza che, nell’esplorazione di sé, ha trovato una strada per diventare adulta. In questo senso, non è un caso che Francesca Calearo, vero nome di Madame, a soli diciott’anni figuri nella lista di candidate stilata dal magazine D – la Repubblica delle donne, volta ad eleggere la donna dell’anno 2020.

Il suo personaggio, di fatto, rappresenta un unicum nel rap italiano, cioè un esemplare mai visto fino ad oggi sulle scene. E non parliamo soltanto della sua bellezza androgina e accessibile insieme, ma anche e soprattutto di un modo di porsi che, nella sua autenticità, sta scardinando quasi inconsapevolmente quell’accozzaglia di clichés legati al gentil sesso.

Perché “quasi inconsapevolmente”? Perché Madame, nei suoi testi, lascia sempre agli ascoltatori un libero spazio per personalissime visioni e rielaborazioni. Partiamo, ad esempio, dal titolo: clito non è soltanto un riferimento abbastanza esplicito all’organo dell’apparato genitale femminile, ma anche una probabile citazione mitologica.

Nel dialogo di Platone, Crizia, Clito è una bellissima fanciulla rimasta orfana in età di marito e a cui Poseidone si legherà, dando alla luce dieci figli. Per proteggere Clito, il dio del mare le riserva sull’isola di Atlantide una collina che renderà molto fertile e, al contempo, irraggiungibile dagli uomini. L’idea di inaccessibilità e di fecondità sembra legarsi in modo così naturale all’intimità femminile, a quel giardino segreto in cui ogni donna riserva gelosamente i propri piaceri: il clito, appunto. A prescindere dal parallelismo inconscio o voluto con il mondo antico (e non stupirebbe la seconda ipotesi, vista la conclamata passione di Madame per la letteratura), la rapper vicentina definisce sin dal ritornello di apertura il campo semantico della sua storia e del suo corpo, e il modo in cui negli stessi si muoverà.

La narrazione di clito, dunque, parte in medias res:

“In giro “ni-no”, fra per chi?
C’è Simo in giro o è da Spi?
La vita mi fa “click” sul clito, eh
Sa che godo quando preme il dito, eh
In giro “ni-no”, fra per chi?
C’è Simo in giro o è da Spi?
La vita mi fa “click” sul clito’, eh
Sa che godo quando preme il dito, eh”

Un’onomatopea (“ni-no”) ci segnala la presenza di probabili forze dell’ordine, mentre Madame si domanda se un certo (o una certa) Simo sia in giro oppure a casa di Spi (che nelle stories di Instagram, la rapper ha identificato con tal Jacopo Spillere): insomma, uno squarcio di vita quotidiana reso ancora più concreto dall’uso di un registro linguistico informale e dalla presenza di nomignoli tipicamente gergali.

In questo flusso libero di parole, si arriva subito al cuore del testo: “la vita mi fa click sul clito/ sa che godo quando preme il dito“. L’analogia tra la pratica della masturbazione, che acquista maggiore intensità con la pressione del dito sul clitoride, e la “pressione” della vita, che fa sentire la sua presenza nell’attrito con le vicissitudini dei comuni mortali, acquista tutta la sua fisicità non solo nell’utilizzo di un’ulteriore onomatopea (“click”), ma anche nella presenza di assonanze (chi : Spi), rime (clito : dito), e dell’allitterazione della i (“In giro ni-no fra’ per chi?/ C’è in giro Simo o è da Spi/ La vita mi fa click sul clito“). Quest’ultima figura retorica, in particolare, velocizza il ritmo del racconto, riproducendo di riflesso quell’accelerazione che, nell’atto masturbatorio, è necessaria per raggiungere l’acme dell’eccitazione.

In poche parole, la vita è un gioco di stimoli: assecondandoli, l’essere umano risponde alla sua naturale inclinazione, nonché all’espressione più profonda dei suoi impulsi, carnali e non.

“Vita troia fotte da vestita, io a novanta
Lei col mitra sulla mia fica, rido e mica
Ci ride su con me, ci rido su, com’è
Che rimango incinta di una sfiga? Fumo siga’ così nasce storta, bam-bam
La storia di una lady un po’ si schifa
Soprattutto quando nulla nel vissuto la fa figa
A volte o fai la zoccola o la bella malandrina
Quando non hai mai sparato, ma hai sperato in una fine o la tua fine, bang”

Nella prima strofa, il linguaggio diventa ancora più esplicito: la crudezza del sesso non è ora emblema del godimento, ma di quel senso di devastazione e, allo stesso tempo, di vuoto che l’atto stesso lascia al suo termine. Non è per nulla casuale, infatti, che la parola fottere (“Vita troia fotte da vestita“) tragga origine dal latino futùere e dal greco phyteyc: si allude al pianto, quale metafora di creazione, e di conseguenza, anche alla Bibbia. “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli“: così Dio ammonirà Eva dopo aver mangiato e condiviso col marito la mela del peccato. Così, in un modo molto simile, Madame si renderà consapevole dei frutti della sua colpa (“Com’è che rimango incinta di una sfiga?”), generati a loro volta da errori, inciampi continui, continue debolezze.

Analogamente, lo stile mima il sentire di Madame, quasi affannato e convulso: permane l’allitterazione della i e anche della t (“Vita troia fotte da vestita, io a novanta / Lei col mitra sulla mia fica, rido e mica La storia di una lady un po’ si schifa/
Soprattutto quando nulla nel vissuto la fa figa“), delle onomatopee (bam bam e bang), delle assonanze (mitra : fica; sfiga : schifa), si aggiungono le rime al mezzo (fica : mica; sfiga : siga). Non solo. Abbiamo un’annominazione (figa: sfiga), due paronomasie (con me : com’è; sparato : sperato) e un poliptoto (rido : ride : rido), cioè tre meccanismi diversi di variatio che rispondono al medesimo obbiettivo: generare dei cambiamenti di suono, di senso, di ordine.

Nella strofa, dunque, si evince un senso di instabilità continua cui si può porre fine per proprio volere (“non hai mai sparato“) o per iniziativa altrui (“hai sperato in una fine“). E, a volte, per accelerare i tempi, basta scendere a compromessi, svendendo se stesse (“o fai la zoccola“) o derubando gli altri (“o la bella malandrina“).

“Le punto addosso il dito, ma lo ciuccia, pippa dalla cannuccia
Chiama le sue amiche e poi si azzuffa
Scivolo su una buccia, poi ride di me
Mentre la faccia mi si sbuccia, poi ride di me, ride di me
A volte rido e non ne capisco il motivo, ya
A volte vivo e non capisco se respiro, ya
A volte inciampo e non capisco che cammino, ya
Non sulla terraferma, ma su un filo, ya”

Nella seconda strofa post ritornello, Madame riprende le redini del discorso, utilizzando nuovamente un registro basso e delle espressioni colloquiali (“lo ciuccia“) e gergali (come “pippa dalla cannuccia“, che allude all’atto di sniffare la droga). Il meccanismo della suzione diventa così ambiguo, perché oscilla tra la pratica erotica e la poppata del neonato, tra il mondo adulto e quello illibato dell’infanzia. Il richiamo a Freud è quasi inevitabile, così come il torbido legame tra sesso e dipendenza: Madame gioca con il fuoco per poi scivolare in quelle fragilità bambinesche (“scivolo su una buccia“) che sono oggetto di derisione (“poi ride di me“) altrui e di intimo sconforto. La faccia “si sbuccia perché si scortica con le prime esperienze mature; la faccia “si sbuccia” anche perché è scavata dalle lacrime di chi sta pagando il suo ingresso in una nuova fase della vita.

Ecco, allora, che i toni cambiano, e che il vorticoso andamento di rime (ciuccia : cannuccia), assonanze (cannuccia : azzuffa) e annominazioni (buccia, sbuccia) lascia spazio ad uno stile più piano, quasi narrativo. L’anaforaa volte” e i fitti richiami sonori di frasi tra loro quasi simmetriche (pensiamo all’assonanza tra rido e vivo, tra motivo e cammino o alla rima motivo : vivo, solo per fare qualche esempio) ricalca l’incedere lento dei pensieri di Madame, che diventano gradualmente presa di coscienza su ciò che sta diventando. A rimarcare questi indugi, la ripetizione di “non capisco” (o “non ne capisco“), che sembra rievocare il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” di Montale in Non chiederci la parola.

“A volte dormo su un letto di fiordalisi, yea
A volte muoio su un letto che non è il mio, ah
A volte sogno che sta troia vada via, ya
Ma alla fine lei è mia”

La figura retorica dell’anafora accompagna altre immagini molto evocative e, nello stesso tempo, antitetiche. Il “letto di fiordalisi” racchiude la dolcezza e la leggerezza del sogno: secondo la cultura orientale, infatti, questo fiore è donato dagli innamorati alle loro amate come speranza di felicità. Di contro, quel “letto che non è il mio” rappresenta una purezza sgualcita tra le lenzuola e, quindi, lo scontro con le proprie mancanze e con chi condivide quello spazio così segreto. Madame, però, non ha intenzione di separarsi da chi le sta accanto: la sua, in realtà, è una fame più emotiva che sessuale.

“Mama, mama
Tu sî na condanna, ‘ndanna
Mi ami o non mi ami, mama
Non capisco nada, nada
Mama, mama
Non lasciarmi in strada, ‘trada
Baciami con calma, calma
Finché non ti stanchi di me”

L’outro, infatti, è una richiesta di amore: quel mama potrebbe essere anche letto come una forma univerbata (cioè unita graficamente) di mi ama. L’allitterazione della a, le assonanze mama : nada : strada: calma, la ripetizione delle parole rappresentano un desiderio di attenzioni ossessivo e, insieme languido. Madame stacca i petali dai suoi fiori, in balìa di sé e di quel nuovo corpo che cresce (anche) nelle mani degli altri.

Personalmente, credo che clito rappresenti un ulteriore tassello che Madame ha aggiunto al suo percorso di crescita artistica e personale: il linguaggio e i contenuti ora rispecchiano il corpo e la mente di una donna, questa volta pienamente consapevole del suo potenziale. Siamo quindi lontani dai versi di 17, in cui la rapper diceva di avere “i denti in ordine sparso/ Il volto storto da un lato/ Il culo grosso ma piatto“. Siamo, invece, sempre più vicini a quella femminilità priva di ideali e, per questo motivo, piena di personalità. Una femminilità che, per dirla alla Gianna Nannini, “ha il suo corpo a cui sa cosa chiedere“.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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