In occasione dell’uscita di Floridiana, il suo nuovo disco, abbiamo realizzato un’intervista a CoCo. Tra una curiosità e l’altra abbiamo cercato di scoprire cosa si cela dietro l’animo di uno degli artisti più preziosi della scena rap italiana.

La prima volta in cui realizzai un’intervista a CoCo fu quattro anni fa. Doveva ancora essere pubblicato La vita giusta per me – il suo primo disco (o meglio street album) – e il suo nome d’arte era ancora Corrado. All’epoca il seguito dell’artista campano non era nemmeno lontanamente paragonabile a quello di oggi, ma il suo modo di fare musica era, per quanto più acerbo, lo stesso di oggi. Sin dagli albori della sua carriera, infatti, CoCo ha sempre messo al primo posto nei suoi brani l’intimità, l’empatia musicale con l’ascoltatore. Nel rap ovviamente è pieno di artisti che parlano di loro stessi, ma ci sono modi diversi per farlo e anche diversi gradi di profondità emozionale, al netto delle capacità tecniche. Diversi brani dopo quell’intervista e quell’album, il rapper ha pubblicato una nuova fatica discografica, Floridiana, edita da qualche giorno per Universal/Island. Questa è stata l’occasione per scavare meglio dentro l’animo di Corrado, andando a scoprire cosa si nasconde dietro questo bisogno viscerale di fare musica. Buona lettura!

Nel disco ci sono diversi momenti di inquietudine, a volte anche abbastanza forti. Quindi la prima domanda che voglio farti è molto semplice: come stai? Come stai vivendo l’uscita di questo album?
«Eh, come sto…(ride, ndr). Io credo che per la situazione che stiamo vivendo sia per tutti un momento di grande incertezza, perché ogni giorno cambiano le cose e ogni giorno sembra che questa vita non sia più reale… È un periodo molto strano. Sto bene, nel senso che sono felice di uscire con un nuovo progetto, anche se sono preoccupato per l’uscita perché non credo sia un periodo ottimale per pubblicare un disco. Questo lavoro sarebbe dovuto uscire a maggio, io ho sempre insistito per ritardare l’uscita sperando che le cose sarebbero migliorate ma a questo punto era meglio se fosse uscito a maggio… (ride, ndr)».

Proprio a tal proposito volevo chiederti: quanto ha influito il lockdown dei mesi passati nella stesura di Floridiana e nella tua musica in generale?
«Ti spiego: io sarei dovuto uscire a marzo con un EP di sei tracce, che ora sono in Floridiana, ma poi c’è stato il lockdown, saremmo voluti uscire a maggio poi come ti dicevo non se n’è fatto nulla e io nel frattempo avevo continuato a fare musica, che poi abbiamo inserito nel disco. Però ti dico che questo per me non è “il mio secondo disco ufficiale”, in quanto per me non è un vero e proprio disco, è più un progetto che volevo far uscire e anche per il modo in cui ci ho lavorato, in maniera più rilassata, non è un vero e proprio album. Mi piace vederlo come una sorta di compilation di canzoni che rispecchiano questi ultimi mesi della mia vita. L’approccio è stato questo: ho scritto molto durante la quarantena, ho continuato a farlo durante questi mesi strani e ho messo insieme il progetto».

Quindi anche con D Ross, Startuffo e gli altri produttori non sei partito con un’idea ben precisa di sound per il disco?
«No, esatto. La maggior parte dei pezzi li ho fatti prima del lockdown, in studio con D Ross e Sara (Startuffo, ndr). Una seconda parte di brani li ho chiusi in primavera, verso maggio. Sempre in studio perché io non riesco a scrivere sul beat a casa, devo sempre fare tutto in studio, dalla A alla Z. Però indubbiamente c’è stato un approccio diverso dal solito».

In Floridiana c’è qualche pezzo sarebbe dovuto andare in Acquario?
«No, nessuno. Sbagliare l’ho fatto poco dopo l’uscita di Acquario e avrei voluto pubblicarlo come singolo a settembre 2019. Poi alla fine ho lasciato stare ed è finito in Floridiana».

Nel comunicato stampa ho letto che hai collaborato con degli autori, tra cui Davide Petrella. È la prima volta?
«In realtà no, già in Acquario avevo iniziato a collaborare con qualcuno. Sono molto amico di Davide, in quanto anche lui lavora con D Ross e Sara – tutti i suoi lavori recenti li ha fatti con loro – e quindi in maniera molto naturale abbiamo iniziato a metterci insieme a ragionare sulle cose. In passato non lo avevo mai fatto, sono molto geloso di quello che scrivo, e mai riuscirei a cantare cose scritte da qualcun altro, è stato un approccio nuovo per me però alla fine mi ha aiutato. Più che collaborare è stato un confrontarsi, io scrivevo delle cose, lui mi dava qualche idea… per qualche pezzo lo abbiamo fatto, sia per questo disco che per Acquario».

I DISCHI DI WU - TROPICO feat. COCO, CONTRO

Te lo chiedo perché la figura degli autori nel rap spesso non è ben vista, immagino che se con Davide Petrella non ci fosse stato un rapporto umano magari avresti fatto un po’ più fatica…
«Forse sì, ma in realtà io non ci trovo nulla di male, nel senso che ci sono interpreti molto bravi che hanno fatto la storia della musica. Non ci trovo nulla di male nell’interpretare brani scritti da un’altra persona, soprattutto se riesci a metterci del tuo, io però purtroppo non ci riesco perché la mia musica è molto personale. Tutto ciò di cui parlo fa parte di me, della mia vita, non riuscirei mai a mettermi in bocca parole che non nascono da qualcosa di mio. Lo ritengo però un mio limite, sia chiaro. Tuttavia negli ultimi anni ho capito che confrontarsi anche in fase di scrittura con qualcuno è importante, perché ti apre la mente e può darti anche sicurezza. Ad esempio, quando decido di voler cestinare un testo, se affianco a me c’è un’altra persona magari mi convince a tenerlo… Quindi una persona al tuo fianco può darti qualcosa in più, darti più sicurezza in un certo senso».

In Aeroporto dici: “Un conto è fare qualcosa, un conto è lasciare un segno”. Questa barra mi ha riportato a un un tuo pezzo di tanti anni fa, in cui dicevi “Ogni traguardo è un bersaglio”. In alcuni punti dalla tua musica traspare il fatto che da un lato ti senti in dovere di fare musica che abbia un senso, che rimanga negli anni, dall’altro una sorta di difficoltà a godere dei traguardi raggiunti. È davvero così?
«Sì, assolutamente. Non riesco mai a stare in pace con me stesso. Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli, se faccio una cosa poi ne voglio fare un’altra ancora meglio. Purtroppo fa parte del mio carattere, in tutto, non riesco mai ad accontentarmi. Una soddisfazione mi dura qualche ora, qualche giorno. Il mio voler lasciare qualcosa nasce proprio da questo, ho notato che quando tu trasmetti qualcosa di concreto – emozioni, un determinato modo di comunicare – le persone ti seguono di più. C’è un pubblico più concreto, c’è un rapporto diverso, un legame, un’unione molto forte che va al di fuori di tutto. Questo fa sì che le persone aspettino qualcosa di tuo, anche a lungo, per sentire nuove cose e per emozionarsi nuovamente. Questo per me è un tassello fondamentale, per la mia musica e per il mio percorso musicale».

Ma riesci a convivere con questo tuo lato o te la vivi proprio male?
«Insomma (ride, ndr). Non me la vivo bene perché qualche volta mi piacerebbe dire ad esempio “bello, ho fatto doppio sold out a Napoli con il mio primo tour ufficiale” e invece svegliandomi il giorno dopo mi sembrava non fosse successo nulla. Però comunque allo stesso tempo se mi fermo a ragionare, so che per quello che ho fatto, per il modo in cui approccio alla musica sono arrivato a fare doppio sold out consecutivo, cosa che artisti più grandi di me, con più followers di me non sono mai riusciti a fare a Napoli. È un po’ un’altalena».

C’è una cosa che ho sempre notato nella tua musica, ovvero che in ogni disco ci sono brani di un’intimità davvero rara. Hai parlato del tuo rapporto con le dipendenze, di tuo padre, di tuo figlio, in un modo che inevitabilmente ti ha reso vulnerabile agli occhi di chi ascolta, che non sempre è fan. Questo metterti a nudo, a costo anche di attirare gossip, critiche o anche semplicemente il fatto che migliaia di persone conoscano alcuni dettagli della tua vita privata, ti ha mai spaventato? Oppure scrivi e registri senza pensarci, per il bisogno di farlo?
«Esatto, è proprio così. Se vogliamo parlare di Compleanno, che è appunto il pezzo in cui parlo di mio figlio, quel brano non doveva essere nel disco. Avevo consegnato il master e quella canzone non esisteva. A causa di ritardi, è slittata la consegna del master e in quel periodo, un giorno ho scritto Compleanno su un beat in mezza giornata, di getto. Sentivo quest’esigenza molto personale di voler esprimere lo stato d’animo che vivevo e vivo da tempo. La notte l’ho registrato e la mattina dopo l’ho inserito nel Dropbox da girare a Universal. I miei pezzi nascono principalmente così, come uno sfogo. Raramente penso a cosa possano pensare le persone, nemmeno in questo caso. Ho solo pensato al fatto che avevo bisogno di tirare fuori questo stato d’animo. I miei dischi sono dei miei viaggi e quindi mi son detto che doveva essere in Floridiana».

Farai mai ascoltare quel brano a tuo figlio?
«Lui purtroppo non parla italiano, parla solo inglese, ma un domani sì, sicuramente. Ci ho pensato, glielo tradurrò».

In una rima dici: “Questa casa è bella ma parlo e si sente l’eco”. Come vivi il rapporto tra l’indipendenza e la solitudine?
«Quando ho perso mia madre nel 2008, sono rimasto da solo con mio padre, che come me è una persona particolare, un musicista, e già in quel momento nacque una sorta di indipendenza per me, vivevamo nella stessa casa ma era come fossimo coinquilini. Poi nel 2011 mi sono trasferito a Londra e ci sono stato fino all’anno scorso. L’indipendenza è nata per caso ma è stata fondamentale nella mia vita e per la mia crescita. Anche la solitudine la ritengo necessaria, a volte la odio, ma sono un solitario, mi piace stare da solo, a volte anche quando sono in compagnia penso a tornare a casa a riflettere. Quella rima nasce proprio da questo e da un senso di insoddisfazione, avevo da poco cambiato casa, che è quella dove vivo ora e dove ho scritto quel brano, una bellissima casa, ma che non ho ancora finito di arredare, è ancora piena di pacchi del trasloco, praticamente è vuota (ride, ndr)».

“In faccia ho un cuore al contrario perché amo in modo sbagliato”: nei tuoi brani non è mai mancato il tema dell’amore. Nel corso degli anni pensi di aver capito delle cose che avresti voluto comprendere prima? O ti senti sempre alla ricerca dell’imparare ad amare?
«Forse non è cambiato nulla, nonostante siano passati anni. Io a volte penso che la figura della donna nella mia vita sia un po’ il riflesso di quello che mi è mancato, avendo perso mia madre da giovane. I miei rapporti sono sempre molto intensi, vivo subito le cose in modo molto forte, in tutto, ma soprattutto con le donne. E questo mi succede da sempre: uno sprint iniziale per poi pian piano scoprire che le cose non sempre vanno come le si era immaginate. Quindi sì, sto cercando la mia dimensione anche da quel punto di vista, perché mi rendo conto che a volte egoisticamente idealizzo troppo qualcosa che non esiste. Sto cercando ancora di capire bene cos’è l’amore nella mia vita».

Hai detto delle cose che tante persone non arrivano a capire in tutta una vita. Mi viene quindi da chiederti: sei mai stato a fare psicoterapia?
«Sì, ci sono stato prima di andare a Londra e devo dirti che mi ha aiutato molto. L’ho consigliato a tanti miei amici e tanti mi hanno ascoltato. Io invece poi, come sempre, non l’ho fatto più (ride, ndr). Secondo me è molto importante, credo che chiunque debba farlo, è una delle poche cose che ti mette in contatto con te stesso».

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Sono d’accordo con te, a volte aiuta a farci fare dei click in testa che altrimenti non arriverebbero…
«Sì, esatto. Quello che ti ho detto però l’ho realizzato da solo pensandoci, era proprio una cosa presente nella mia testa. Ma indipendentemente da questo è una cosa che consiglio assolutamente».

Londra ti manca?
«A volte sì, a volte no. Gli ultimi due anni a Londra sono stati molto pesanti. La città è cambiata molto nel corso degli anni. Sentivo un po’ il bisogno di tornare qui, contemporaneamente il mio percorso musicale da quando ho firmato stava diventando più definito, ho iniziato a fare più concerti… però al di là di questo non sono sicuro che sarei comunque rimasto in Inghilterra».

E a Napoli come va? Trovi le giuste ispirazioni?
«Sì e no. Sto chiuso nel mio mondo, ho le mie cose, Napoli se te la vivi così, ma come tutte le città del mondo, stai bene. Avendo le mie amicizie, poche persone giuste, le mie abitudini, la musica. Sì, sto bene. Ci sono tante cose che mi mancano, i concerti, conoscere persone che amano la musica come me. Ma vabbè, ora è cosi per tutti…».

Mi hai detto che Londra è cambiata… Napoli invece?
«L’ho trovata molto cambiata. La città un po’ si è evoluta per fortuna, si è un po’ più europeizzata. Non sarà mai come Milano che per me è l’unica vera città italiana europea, però sì, sono cambiate un po’ di cose, c’è un altro movimento, anche musicale, c’è un po’ più di apertura a quello che viene da fuori, non è più solo pizza, caffè e neomelodici (ride, ndr)».

Alla luce di questo voglio farti un’ultima domanda. Ricordo dirette video su Facebook fatte da te e Vale Lambo anni fa quando entrambi vivevate a Londra. Anni fa avresti mai creduto che, per come era la scena in quel periodo, lui potesse raggiungere i numeri che ha oggi?
«Credo che Vale sia stato uno dei predecessori di questa nuova wave a Napoli. Anche con Le Scimmie hanno portato una ventata di freschezza e novità. Secondo me ha aperto un po’ le porte alle nuove generazioni. Per me lui è tutt’ora uno dei più forti, proprio per il modo che ha di vivere la musica, di comunicare quello che sente. Ho sempre creduto nella sua musica, dal giorno uno».

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