Abbiamo raggiunto telefonicamente Ensi per farci raccontare Oggi: il suo nuovo EP che ne segna una nuova fase artistica ed umana.

7 album in studio (2 con i OneMic), 5 EP, un Freestyle Roulette Mixtape e molta altra musica: la discografia di Ensi suona più come un bottino di guerra tanto è consistente e proficua. Non è un gioco da ragazzi stare al top di questi tempi, specialmente se dentro al gioco ci stai da tanto tempo. Lo sa bene l’ex membro dei OneMic, che con Oggi – il suo nuovo EP – non solo fissa la bandierina sul traguardo della “decade” e oltre, ma continua la sua evoluzione artistica e soprattutto umana, che ha composto la narrazione di ogni suo disco fino ad oggi.

Nella conversazione sul suo nuovo progetto abbiamo quindi parlato di ieri, ma anche di oggi ed ovviamente di domani.

Partiamo dal titolo. Oggi lascia presagire più di un semplice esercizio di stile.. è più una fotografia del momento attuale, del tuo momento. Come sta oggi Ensi artisticamente e umanamente?
«Beh, direi che – artisticamente – oggi Ensi è molto in forma e credo che l’EP lo testimoni. Ho fatto delle cose che rimangono nel mio raggio d’azione, spingendo però sui miei tratti migliori. La profondità della penna quando c’è da scrivere ad esempio, come l’intro o penso anche a Giù le Stelle; ma anche nei pezzi più da capogiro come Clamo o Specialist, dove ho voluto rimarcare il fare le rime e fare il rap in una certa maniera. L’altra volta ho postato anche una foto dove dicevo di sentirmi più fresco adesso di quando avevo 20 anni ed è questo lo spirito che sento. Umanamente corrisponde invece ad un buon periodo, rivoluzionario direi, perché l’EP è parte di una nuova fase da indipendente e mi permette di focalizzarmi su me stesso, di caricarmi a dovere e di essere consapevole di quello che sto facendo».

Il primo brano riprende la data nella quale siamo entrati in lockdown. Come hai vissuto quel periodo e quanto ha influenzato la scrittura di questo EP e più generalmente la tua vita?
«Oggi non è didascalico ma è chiaramente influenzato dal periodo che stiamo vivendo. Il riferimento è più temporale: citando quella data nel titolo dell’intro mi ricorderò del momento storico in cui ero io e quello in cui era il mondo. È stato un periodo importante anche a livello riflessivo, perché lì sono maturati tutti i miei cambiamenti anche se già erano in programma; mi sono messo a bocce ferme a pensare come lo avrei dovuto comunicare agli altri, ed ho preso quindi delle decisioni molto importanti. Anche per quello alla fine del lockdown mi sono presentato togliendo tutto da Instagram: 10 anni di foto che testimoniavano il mio percorso e che hanno preannunciato una nuova fase. Nonostante tutto però, se andiamo ad analizzare la musica nell’EP non è che sia cambiato poi tanto, anche se ovviamente è tutto fatto in una chiave diversa: ci manca solo che faccio le cose uguali! (ride, ndr) Ho dimostrato la mia idea di rap, che nel 2020 è la stessa di quando ho iniziato: solo che ora la faccio meglio e con risultati migliori».

Sempre il primo brano l’ho trovato particolare. Le barre al suo interno sono tutte pesate, ma è come se non avessi preferito scavare più a fondo e lasciare che l’ascoltatore più attento capisse ciò che c’era da capire.  Questa sensazione l’ho avuta sentendo le ultime 4 barre.. Come se volessi dirci qualcosa in più ma forse non era il momento.
«Nessuno parla, sento il vuoto, forse ci capiamo/ Devi odiare quanto odio per amare quanto amo sono delle barre volute, perché non volevo essere troppo personale nel raccontarmi ma volevo dare delle immagini in modo che ci si potessero immedesimare tutti, ognuno a suo modo. Quelle parole hanno anche un significato intrinseco ma io faccio musica, non scrivo libri, quindi non ti sto a spiegare i miei cambiamenti.  Non ti spiego perché devo odiare quanto odio per amare quanto amo, però te lo dico. Ognuno di noi avrà il modo di rifletterci su poi. E’ anche il mio modo di fare rap. Negli ultimi anni ho cercato di perfezionare questa cosa in modo che i pezzi arrivino a tutti – anche se mentre scrivo penso al rap che mi ha cambiato la vita – sacrificando in parte la soggettività nei confronti della poetica. Ci sono delle volte invece che le cose sono esattamente come le dico, come succede in Giù le Stelle: sono pezzi che scrivo per immagini».

A proposito di profondità: ti ho sempre trovato molto talentuoso nello scrivere della tua vita e coraggioso nel farci entrare gli altri. Visto che siamo già a 4 dischi solisti volevo chiederti se questo metterti a nudo ha pagato, se il tuo pubblico ha recepito e se ti ha aiutato ad alleggerire per così dire il peso di certe cose che hai vissuto.
«Beh, è chiaro che quando scrivo penso alle persone che ascolteranno ma in primis penso a me. Delle volte non ragiono su come gli altri potrebbero recepirlo: se non potessi raccontarmi liberamente per stare meglio non farei quello che faccio. Scrivo perché mi va di farlo; poi c’è chi ci trova qualcosa, chi no magari.  Io sono fiero del mio pubblico perché mi accompagna da anni, si arricchisce ad ogni disco.  Spesso ai miei live vedo che nelle prime file ci sono i ragazzi più giovani, ma dietro non mancano mai i ragazzi più grandi, che magari sono più vicini a me anche anagraficamente. E’ questo che mi fa star bene, perché voglio che  la mia musica sia attuale e mi rispecchi allo stesso tempo. Credo quindi che buona parte del mio pubblico – almeno quello meno superficiale – abbia recepito questo mettermi a nudo e ciò mi ha premiato; perché sono i più sinceri, i più fedeli, quelli che ti conoscono attraverso le tue canzoni e che hanno un’idea di te. E questa cosa è appagante. Ci sono dei ragazzi che addirittura ho imparato a conoscere, che mi seguono da quando erano piccoli e li rivedo adesso.  Ma scrivere resta comunque un’esigenza, non una scelta. Così come faccio canzoni più profonde, ne faccio anche altre che sono solo rime, puro intrattenimento».

In Specialist Gemitaiz ti ha prodotto il brano scavando un bel sample. Appartiene a quel paio di artisti che tu definiresti “come te” per l’amore e la dedizione che mettono nella loro musica?
«È chiaro che quella barra non va presa alla lettera (E a parte un paio in questa merda, giuro, fra’, mi sento solo, ndr), perché non sono solo due i rapper di quel tipo. Ci sono anche molti rapper più giovani di me, che ragionano come me e intendono il rap in quel modo. Con alcuni di loro ho instaurato un bel rapporto da anni, con altri da meno. Diciamo che in ogni mio disco ho sempre collaborato con artisti che hanno la mia stessa visione. E’ bello anche vedere molti artisti  che hanno iniziato come me molti anni fa essere ancora al top, così come vedere ragazzi che abbiamo coinvolto quando erano più piccoli essere oggi delle star. E’ figo. Quello che posso dirti è però che sì..  Gemitaiz è sicuramente uno di quelli come me!».

Quanto fa la differenza un bel beat con un bel sample? Un esempio, Sixteen di J Lord. Lo conosci? Ti piace?
«Credo che un bel beat sia un bel beat a prescindere dal sample. Per me esiste il macro-genere: non è che se c’è il sample old school il pezzo vale di più. Quella è una concezione molto italiana! Ci sono anche dei pezzi di XXXTentacion che hanno i sample, o di Travis Scott, o di Drake che ne è pieno. Non è il sample che rende storica una cosa, è il modo di fare la musica. J Lord invece lo conosco e quel pezzo è molto bello (tra l’altro quel campione lo avevano utilizzato già i Cor Veleno).  Ma mi ricordo anche che nel primo periodo Rocco Hunt usciva coi sample; o le prime volte che ho sentito Tedua l’ho sentito sui sample. Dipende dalla musica che vuoi fare! Oggi ci sono dei dischi pieni di sample: come non potrei citare la musica di Griselda o Kanye che – anche se a modo suo – non ha mai smesso di usarli.».

Sempre in Specialist c’è una barra che mi sa di Palermo, quella del cestello calato giù dai balconi. E’ rimasta un po’ di ispirazione di Clash dentro Oggi?
«Credo che quel periodo lì non mi abbia influenzato per la scrittura di Oggi. Se trovi delle similitudini è perché a livello estetico ho iniziato ad avere un codice riconoscibile e questo significa che abbiamo colpito esattamente nel segno.  Ma questo EP è profondamente diverso, anche nel concept della comunicazione. L’ultimo trailer che ho fatto uscire ad esempio è più simile a Deng Deng, altri hanno chiavi interpretative nuove. È sempre il mio stile, solo che adesso è più riconoscibile. L’unico collegamento con l’ispirazione di Clash è la traccia Non sei di Qua, la cui prima versione arrivò la scorsa estate, una versione embrionale del brano: ce l’avevo già quando stavo per fare Clash Again . Avevo il beat ma non ero riuscito a farci quello che volevo, quindi l’ho accantonata ai tempi ed ho fatto qualcos’altro.  Gli altri pezzi invece sono arrivati tutti strada facendo».

Mi è sembrato che in molte barre ci sia un forte richiamo da parte tua alle radici, all’importanza di ricordarti da dove vieni.
«Beh, io ho sempre preso ispirazione dal cinema, dalla vita vissuta, dalla musica stessa. Per dirti, ho citato anche Anna nell’EP, così come Fabri Fibra, così come Kanye e Taylor Swift.  Io passo dallo sport alla cultura pop senza pensarci troppo, è il mio modo di esporre le immagini. Credo che stavi pensando a Non sei di qua riguardo la domanda: effettivamente quello del ritornello è un “sto bene con chiunque mi metti e dovunque mi metti, perché so stare al mondo”. Se non sai da dove vieni non vai da nessuna parte e io so benissimo da dove vengo. Questa cosa di rimarcare le radici è una cosa fottutamente hip -hop, non una cosa di Ensi. Usciranno sempre brani di gente che ricorda quello che ha fatto, ma il mio non è un racconto didascalico o nostalgico. Faccio il riferimento al passato, ma poi arrivo sempre all’oggi».

Ci sono diverse barre nel disco che vertono sull’inutilità dei gossip, che a volte ha più peso della musica.  Pensi che sia il pubblico o gli artisti ad alimentarlo?
«È il pubblico ad alimentarlo. Oggi questa roba è diventata come il calcio, tutti ne parlano. Lo status dei rapper è elevato e quindi arriviamo sia ai programmi tv importanti che alle riviste di gossip; arrivi dappertutto perché oggi il rap è nazionalpopolare, è di tutti. Questo ha dei pro e dei contro: dipende da come cavalchi le cose, da come ti comporti, come vuoi apparire, quello che vuoi fare. Quando dico “tienimi lontano da ste facce da stronzi e dai gossip” è più un “non confondermi con quel tipo di gente che lo fa solo per apparire. Non è il mio modo di essere. Quando invece lo dico in Specialist (Mi scrollo la minchia con questi gossip del rap (Shh)/ Chiamami solo se si riuniscono i Dogo o i Co’Sang, ndr) li è più riferito al giornalismo del rap italiano – anzi, al finto giornalismo del rap italiano – che si carica di cazzate togliendo attenzione a cose che non vengono neanche citate».

Un’altra presenza importante in questo lavoro è quello di Deemo che ti ha curato la grafica. Avete avuto modo di confrontarvi sulla situazione attuale del rap in Italia? Come interpreti il distacco che artisti storici come Neffa e Bassi hanno preso nei confronti del genere? Chi da tempo ormai, chi di più recente.
«Mi permetto di dire che questo è un pensiero più tuo. Chi si è staccato dalle cose lo ha fatto per un motivo personale e in modo ponderato. Non esiste il vecchio e il nuovo, esiste chi ha la passione da sempre e chi ce l’ha da un anno. Comunque sì, ci confrontiamo molto con Deemo su come vanno le cose e ti dirò di più: tutti quelli che vengono da una generazione diversa da questa e sono ancora in piedi è tutta gente che ha una mentalità aperta, come la mia. Perché se non hai questo approccio rimani indietro: una mentalità che salvaguarda non ha nulla a che vedere con l’hip-hop. Una mentalità che non vuole l’avanzamento è la cosa meno hip hop del mondo! Solo in Italia ci hanno fatto credere che  fosse una cosa positiva, ma in realtà non lo è più da vent’anni».

Passiamo al sound del disco. Mi sembra che tutto l’EP suoni molto coeso. Persino un produttore come Chris Nolan sembra essersi adattato a te piuttosto che viceversa. Come hai lavorato con i produttori dell’EP?
«E invece è stato proprio il contrario! Mi fa piacere che tu lo dica perché significa che la forza di come rappo e di come faccio le cose si impone. Però a tutti i produttori con cui ho collaborato per l’EP non ho detto “mandatemi la roba che va bene per me”  ma “mandatemi delle cose con cui possiamo fare una bella canzone”. Andry (The Hitmaker) ad esempio, ha fatto la base mentre eravamo in studio: stavamo chiacchierando, parlando di sample e di musica, quando ha iniziato a suonare una cosa, noi ci abbiamo scritto su ma a lui non piaceva. Quindi ha cancellato tutto e ne abbiamo rifatta un’altra. Mi ha detto semplicemente: “ Non è la cosa giusta da fare” nonostante quella fosse una bomba.. Poi vabbè ci siamo messi lì e abbiamo fatto Mari, che è venuta fuori in una notte sola. Questo per dirti che mi sono trovato bene con ognuno di loro. Ho preso un beat da Chris Nolan che se lo avesse preso qualcun altro avrebbe fatto un altro tipo di brano; dipende sempre come un artista ci va sopra e ti posso dire che l’alchimia con ogni produttore si è creata subito. Se tu sei bravo a fare le basi ed io sono bravo a rappare qualcosa la tiriamo fuori».

In un pezzo parli delle parole povere che “sono la mia ricchezza”. In un momento storico come questo credi che i rapper abbiano una sorta di responsabilità verso ciò che scrivono? Forse è di nuovo importante saper distinguere i rapper che scrivono da quelli che fanno “le note sul telefono”?
«Beh, io molte delle cose che ho scritto le ho scritte sulle note dell’iPhone! (ride, ndr). Ho capito che vuoi dire ma in realtà non c’è molta differenza, c’è soltanto lo scrivere.  Non è una religione, non c’è un dogma che ti dice come devi o non devi fare le cose. Credo che ognuno può scrivere il cazzo che gli pare. Siamo in un periodo in cui sicuramente a livello socio culturale ci sono cambiamenti, anche rispetto a quando questa musica è partita. Oggi si sentono cose diverse, ma è così ovunque:  in America, in Francia, in Germania. Il rap è partito come controcultura, per non assomigliare agli altri, ma poi col tempo è finito per assomigliarci.  Oggi anche uno Snoop Dogg nonostante l’età è ancora lì a fare la sua roba, non vedo queste grandi differenze. Ognuno deve fare il suo, indipendentemente da quel che fa, non sta a noi giudicare quell’aspetto là.  Ogni artista oggi gode di un pubblico: io so di poter contare su tutti gli appassionati di questa musica, quindi non vorrei vedere dell’antagonismo rispetto alle cose più frivole.  “Le parole povere sono la mia ricchezza” sta come un “non te le mando a dire”, ma non è una critica contro chi parla soltanto degli orologi o delle collane. E te lo dico io che il rap mi ha dato tanto, solo che lo faccio vedere meno degli altri: è il mio modo di essere che è la mia ricchezza.  Ogni tanto vedo delle foto di J.Cole assieme ad altri rapper che hanno metà del suo status ma sono pieni d’oro mentre lui no. Ognuno decide di stare come vuole, anche in base a come sei».

Questa pandemia ha danneggiato la nostra società su diversi fronti. Volevo sapere come prevedevi il futuro del tuo settore, anche per il discorso live.
«Purtroppo non posso fare una previsione su queste cose! So soltanto che il settore dell’arte e della cultura non è preso molto in considerazione in questo Paese. Ne risente il cinema, così come la produzione musicale e tutto il resto.  Per quel che riguarda le esibizioni credo che se ci sono delle cose che se hanno senso di esistere nella dimensione dell’online vanno fatte. Anche io, nel caso in cui mi venisse proposta qualcosa di allettante e interessante lo farei volentieri, e delle porte si stanno già aprendo al riguardo. È chiaro che il live è insostituibile ed io non ho un repertorio dove posso fare pianoforte e voce, quindi anche la storia che la gente debba stare seduta è un po’ un dito nel culo. Però se servisse ad aiutare i locali, i promoter e tutte le realtà che lavorano intorno alla musica, stavo pensando nei prossimi mesi di uscire a fare delle cose – ovviamente controllate e decreto permettendo – per fare delle esibizioni più piccole, senza nessun problema. Uno perché ho voglia di farlo e due perché credo che nel mio piccolo posso contribuire a risollevare l’economia del settore. Purtroppo è un problema per tutti: ci sono delle categorie meno colpite e più fortunate e viceversa. Noi siamo nella seconda categoria».

Consigliaci qualcosa. C’è stato qualche disco che ti ha ispirato in questo 2020?
«Eh, bella domanda. Allora, direi che l’ultimo di Nas è un bell’album, e credo che possa incontrare anche i gusti di un pubblico un po’ più adulto che non vuole solo le cose del momento, anche musicalmente.  Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è l’ultimo capitolo dei Run The Jewels. Direi questi! Poi per tutta la roba che ascolto ricordo sempre che su Trx Radio potete beccarvi le mie playlist!».

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