J Lord, classe 2004, è la nuova voce di Napoli.

La scena rap napoletana non è mai stata viva quanto oggi. Negli ultimi anni la città ci ha regalato voci originali come Vale Lambo, Lele Blade, oppure Nicola Siciliano e Geolier, giusto per citare i nomi più in vista. Artisti che sono stati in grado di esaltare la specificità della loro terra, non assomigliando a niente e a nessuno in Italia; artisti che peraltro non hanno avuto bisogno di abbandonare il dialetto per imporsi al grande pubblico, basti pensare ai numeri macinati negli scorsi mesi da M’Manc di Geolier e Sfera Ebbasta.

In questo cantiere musicale così vivace e in movimento si può distinguere ora una voce in più. È la voce di J Lord, classe 2004.

Il ragazzo si è fatto notare lo scorso anno con il singolo Figli del passato, un brano forse ancora acerbo ma capace di attirare l’attenzione di Dat Boi Dee, una figura chiave della nuova wave partenopea.

È infatti Dat Boi Dee che ha architettato le strumentali dell’album d’esordio di Geolier (Emanuele) per poi aggiungere il suo tocco anche ad importanti album nazionali degli ultimi mesi, tra cui 17 di Emis Killa e Jake La Furia. Come già successo nel caso di Geolier, la mano esperta del produttore permette a J Lord di compiere un netto salto di qualità.

A fine luglio di quest’anno esce quindi il singolo Gangster, prodotto appunto da Dat Boi Dee, un pezzo che mostra una cura musicale ed estetica che non ha nulla delle ingenuità delle poche uscite precedenti. Tuttavia Gangster si rivela soltanto una tappa di passaggio.

A partire da inizio settembre escono a distanza ravvicinata tre freestyle di un minuto appena, intitolati rispettivamente 13 Freestyle (Il Dolore), 14 Freestyle (La Coscienza) e 15 Freestyle (La Strada Giusta). Si tratta di strofe brevi, a volte brevissime, poche pennellate veloci ma decise che evocano il caotico contesto familiare d’appartenenza e il sogno del rap, che da fantasia lontana diventa presto un proposito irremovibile.

Questi tre Freestyle preparano il terreno a Sixteen, singolo che esce da lì a poco ed è un affresco folgorante.

La strumentale di Dat Boi Dee vira verso boom bap e campione, mentre J Lord modella un racconto di formazione che prende vita attraverso rime serratissime:

“Mammà ca cucеnava a tutt”e paesane ‘int”a na homе
E nu client me dicette “A vuò vede na cosa?”
Era nu fierro ‘int’a nu panno ca addurava ‘e rosa
‘E primme colpe a tre lattine, me sentevo ‘ruosso”

J Lord descrive in modo cristallino il contesto in cui vive, mettendo in fila episodi di iniziazione ed attimi di scoperta tipici dell’adolescenza, quando si capisce chi si vuole essere e, di conseguenza, chi si vuole avere attorno a sé. Le parole del rapper si rincorrono su un tappeto sonoro che ha come materia prima pulsante un sample estratto da Poverty’s Paradise, classico funk dei 24 Carat Black datato 1973, già saccheggiato in passato da pezzi come FEAR. di Kendrick Lamar o Cor Veleno di Primo & Squarta. A far quadrare il cerchio ci pensa infine un videoclip capace di plasmare un immaginario perfettamente aderente alle rime di J Lord, aprendo scenari che raramente si sono visti su questi lidi, quasi un mondo a parte.

Sixteen dura poco, due minuti e mezzo, due brevi strofe più un ritornello e già il sample si inceppa su sé stesso per poi dissolversi. Eppure tanto basta a convincerci che si sentirà ancora parlare di J Lord, e non solo a Napoli.

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