In attesa di nuova musica di Kendrick Lamar abbiamo analizzato Black Boy Fly, brano contenuto nella deluxe di Good Kid Maad City.

Il 14 aprile 2017 Kendrick Lamar rilasciava DAMN., il suo ultimo album ufficiale prima di un lungo silenzio. Da lì in poi di acqua ne è passata sotto i ponti: dal successo planetario di Black Panther sino al prestigioso riconoscimento del premio Pulitzer, ottenuto per la prima volta da un rapper. Se non ci fosse stata l’emergenza, ad oggi avremmo avuto anche l’onore di assistere ad un suo live (Rock In Roma, ndr) che per ovvi motivi è stato annullato e che avrebbe potuto riservarci con tutta probabilità della nuova musica (fortunatamente, nelle ultime settimane diversi magazine di settore hanno riportato la notizia di alcune riprese in quel di LA per un nuovo singolo). Di certezze però ne abbiamo ben poche e nell’attesa non ci resta che scavare nel passato artistico di Lamar, per attingere nuovamente a quella brillantezza lirica che solo lui – e pochi altri – possiedono.

In questo contesto sarebbe impossibile non tornare ancora una volta a good kid, m.A.A.d city (2012), il masterpiece che gli ha poi spianato la strada per l’impegno politico e sociale di To Pimp a Butterfly (2015)  ed al clamoroso successo commerciale di DAMN. Proprio in GKMC è presente un singolo che forse ha ricevuto poca considerazione rispetto al suo effettivo valore, probabilmente perché contenuto nella deluxe edition del progetto. Sto parlando di Black Boy Fly, una vera e propria preghiera motivazionale che l’artista di Compton ha scritto ispirandosi al cestista Arron Afflalo e al collega The Game, entrambi dello stesso neighborhood di Kendrick. Black Boy Fly, oltre ad essere uno dei brani più apprezzati dallo stesso artista per la sua forte impronta autobiografica, è anche il pezzo che porrà le basi per un concept fondamentale attorno cui ruoterà poi TPAB: la necessità di lasciarsi alle spalle Compton e tutto ciò che ne consegue.

Come il titolo lascia presagire, nelle barre del brano Kendrick parla delle paure e dei desideri che lo abitavano nel suo periodo adolescenziale, quando sembrava che il quartiere dovesse racchiudere per sempre in sé il senso di quelle vite. Il brano è composto da 3 strofe, in ognuna delle quali l’autore sviluppa le sue riflessioni in base alle esperienze vissute in prima persona.

Black Boy Fly è stata prodotta dal losangelino Rhaki, anche vincitore di un Grammy Awards.

La prima tratta la storia del cestista Arron Afflalo – suo compagno ai tempi del college – che con dedizione e costanza ha realizzato il sogno di approdare nella lega di basket più prestigiosa al mondo: la NBA. Kendrick afferma senza timore come fosse geloso di quel suo coetaneo che – nonostante le comuni avversità – non ha mai smesso un attimo di credere in sé stesso per fuggire dalla sua condizione ed elevarla. Lampante è in tal senso la contrapposizione dei versi che raccontano del sudore e della passione messa da Afflalo in palestra per migliorarsi ed il totale vuoto che invece affliggeva Kendrick, che intorno a sè non vedeva altro se non povertà, vizi e disperazione. I versi sono così evocativi che possiamo quasi ammirare Lamar seduto in angolo a guardare rassegnato un suo coetaneo prepararsi a spiccare il volo ed uscire dal ghetto.

It’s 2004 and I’m watching him score thirty
Remember vividly how them victory points had hurt me
‘Cause every basket was a reaction or a reminder
That we was just moving backwards

Stesso parallelismo avviene anche nella seconda strofa, con Kendrick che questa volta fa riferimento al successo di Jeaylon (The Game), che per Compton rimane tuttora un’istituzione inamovibile,  voce senza filtri di una comunità intera. Uno status, quello di The Game, che per certi versi lo ha limitato, commercialmente parlando, ma che gli ha fatto ottenere un rispetto smisurato dentro e fuori dallo studio di registrazione. Qui il malessere di Kenrick viene ulteriormente accentuato, dato che l’esempio riportato riguarda la stessa strada con la quale anche lui avrebbe voluto volare via da lì: la musica. Se da una parte il successo dell’autore di The Documentary ispira Kendrick, dall’altra lo scoraggia: sembra infatti impossibile poter replicare un successo di tale portata, che da quelle parti sembra avvenire come un miracolo.  E mentre le sue riflessioni si portano avanti – sequenza dopo sequenza, come dentro ad un film – il male e la violenza continuano ad avere la meglio su tutto ciò che lo circonda, rendendolo consapevole che il suo futuro non conterrà altre strade da percorrere se non quelle attuali, che tanto lo stanno sfibrando.

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“It’s 2004 and I’m hearing the people roar
For the name of The Game, they line in front of the store
Swap meets, selling our mixtapes, I’m like, “Oh sh*t, wait”
Don’t wanna be another nigga stuck regretting mistakes
Mixed feelings was my opinion, I was defending my insecurities”

Nella terza strofa arriva però la resa dei conti, che non pone nessun lieto fine alla storia, anche se sembra riportare un soffio di lucidità all’autore.  Kendrick vuole essere chiaro con il suo interlocutore: sua madre non lo ha cresciuto per far sì che fosse una persona gelosa dei successi altrui o affinchè il suo cuore serbasse rancore per coloro che erano arrivati dove lui non poteva.

“My mama didn’t raise me up to be jealous-hearted
Like most of the winners call it”

Ma nonostante la sua educazione, le strade di Compton facevano di tutto per tarpargli le ali: ad ogni opportunità che gli si presentava  c’era sempre uno sparo, una retata, una scomparsa improvvisa che gli ricordava quanto fosse impossibile uscirne.

“And shortly, I got discouraged
Like every time I walked to the corner, had them guns bursting
N*gga, I was rehearsing in repetition the phrase
That only one in a million will ever see better days
Especially when the crime waves was bigger than tsunamis”

Sono però gli ultimi versi ad essere risolutori, quelli in cui Kendrick parla finalmente dalla sua prospettiva presente, quella di colui che è riuscito a svoltare grazie alle sue parole. Come lui stesso ha chiaramente spiegato su Genius (parlo della barra “So I never believed the type of performance that I could do”) i suoi demoni interiori è riuscito ad affrontarli davvero soltanto quando si è trovato altrove, fuori da quei limiti mentali e geografici che non gli permettevano di respirare. Perché la sua non era un’invidia gratuita del talento dei suoi coetanei, ma soltanto una sincera paura che fossero soltanto loro quelli destinati a lasciare il quartiere..

“I wasn’t jealous cause of the talents they got
I was terrified they’d be the last black boys to fly out of Compton
Thank God”

Black Boy Fly è senza dubbio uno degli storytelling più belli di Kendrick Lamar, nonché una delle sue migliori performance al microfono di tutta la sua discografia. Siamo sicuri che il tempo gli stia portando consiglio, perché come ogni scrittore che si rispetti non è mai una buona scelta buttare giù qualcosa quando non si ha la necessità di farlo, quando non si è vissuto abbastanza o quando non si sa come comunicare qualcosa nel modo giusto. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà per il nuovo album, ma nel frattempo guardiamo con piacere a ciò che è stato già fatto in modo così ispirato e minuzioso.

In attesa che ci giungano nuove ispirazioni dalla sua penna…

Grafica di Cristian Formica.

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