Nas ci racconta come il troppo di tutto rischia di distruggerci in King’s Disease: nella nostra recensione vi spieghiamo il perché.

Il Re schiacciato dalle aspettative.

Quando Nas rilasciò nel 2018 quel NASIR un po’ sottotono e un po’ accettabile, deluso da quella che probabilmente poteva essere considerata la release più debole del ciclo Kanye West, incominciai a pensare che uno dei Re di questo genere stava cadendo sotto il peso delle nostre aspettative con il cuore e il microfono in due posti differenti. Se The Lost Tape 2 mi ha accarezzato ricordandomi momenti passati, la mia voglia di conoscere il punto di vista di Nas su di un genere in costante evoluzione e tassello principale del panorama musicale mondiale era sempre più forte.

Nas in persona è uno degli imperatori del genere, un vero e proprio Re che però mostrava da diversi anni una voglia sempre più fragile e inconsistente di stare davanti ad un microfono. Le sue avventure imprenditoriali, dagli investimenti nella Silicon Valley fino alla cara Mass Appeal, lo avranno sicuramente dissociato da molti degli istinti primordiali che hanno cambiato la faccia del Queensbridge. Certo, il flow, lo stile e alcuni degli elementi che amiamo del leggendario MC erano in NASIR ma non c’era la fame, la sensazione di convinzione di Nas verso le sue stesse parole.

Il Re si lascia ispirare dalla sua malattia.

King’s Disease arriva in un momento in cui l’intero mondo è malato, l’intero sistema di tutto ciò che ci circonda sta soffrendo in un modo o nell’altro. Nas ha già ammesso di aver idealizzato il titolo del progetto prima delle follie del 2020 così il caso e le coincidenze giocano un ruolo di sfondo non indifferente.

L’MC newyorkese ha unito le forze con Hit-Boy rianimando una coppia famosa unicamente fino a questo momento per la tragedia del 2012, quando il produttore perse il suo Hard-Disk contenente diverse session con Nas compresa una collaborazione con Frank Ocean. Da quel momento in poi le strade dei due si separarono fino alla scintilla scoppiata in studio recentemente. Il lavoro di costruire l’ultimo scenario sonoro di un veterano come Nasir è uno dei più difficili, se i suoi colleghi hanno optato per altre strade (Jay ha scelto un sound vintage con un produttore del suo tempo mentre Em ha un piede nel suo sound caratteristico e un altro che zoppica sulle novità) Hit-Boy ha condotto Nas in uno spazio inedito, componendo un lavoro coeso in bilico tra passato e presente. Nessuno beat cade nel cliché della moda come nessun altro sembra essere un disperato tentativo di viaggiare nel tempo.

Le muse del Re.

King’s Disease non mette alla luce un nuovo Nas, ma ne mostra uno ringiovanito e pronto di nuovo a dire la sua. L’ispirazione è presente in ogni traccia anche se Nas picchietta l’orecchio dei fan con cambi di soggetto che mostrano evidenti riferimenti particolari a quando la vita era bella.

“You could made it, look all the times wasted”

Kelis – sua ex moglie – non è l’antagonista di questo lavoro, anzi è probabilmente una degli esponenti più importanti insieme alla scomparsa Anna Jones e a Destiny Jones ad aver spinto l’MC nel considerare la donna nera il tassello portante del poco di positivo che rimane. Come nelle opere immortali, in quelle di Nas c’è sempre una donna a fare da musa e a trasportarlo nella sua New York City, magari a bordo della Car #85.

Ci mancavano le tracce storytelling di Nas e qui il rapper ce le ha ripresentate in una chiave ancora più ampia con un più evidente collegamento tra l’innocenza del passato e la saggezza del presente.

“Life lessons is karma, whatever you dish out come back as blessings or to haunt ya, could miss yours kids and hit your grandkids for your dishonor”

Il Re e le sue alleanze.

La strada alla cura della malattia del re non è priva di difetti. Mentre alcune collaborazioni non solo brillano per efficacia ma potrebbero proiettare l’interesse dei fan di Nas sui prossimi lavori di Big Sean e Anderson .Paak, altre sembrano aggiunte non necessarie ad una porzione già equilibrata come Lil Durk in Til the Was Is Won. Un brano così importante e onesto necessitava di un discorso unilaterale per Escobar; non si sentiva il bisogno di una collaborazione, non che Durk avesse una performance scadente, anzi.

Nonostante le numerose collaborazioni è probabile che gli occhi di tutti, una volta uscita la tracklist, fossero puntati sulla traccia numero 10, Full CircleAZ, Cormega e Foxy Brown uniti con Nas esattamente come nel ’96 per Affirmative Reaction, traccia che plasmo il gruppo The Firm, un incidente di percorso nella discografia di Nas da un punto di vista commerciale ma un evento unico nell’Hip-Hop considerando che il tutto fu eseguito sotto l’ala dell’allora neonata Aftermath Records di Dr. Dre.

Ed è proprio il dottore a comparire a sorpresa nell’outro del brano chiudendo il cerchio, momento in cui fa i suoi plausi ad un incredibile Hit-Boy. Un brano atipico persino per i 4 considerando le loro tematiche mafioso-rap di metà anni 90’. Nonostante questo, Full Circle mantiene un testamento nato con Life’s A Bitch: AZ è uno degli MC più sottovalutati di tutti i tempi. Fortunatamente le collaborazioni più deboli e probabili punti più bassi del progetto sono state servite con un bonus track tra parentesi, salvando e chiudendo le danze con la perfetta The Cure.

Re di noi stessi.

L’abilità di Nasir Jones sta nell’incapsulare le caratteristiche più evidenti della malattia del re, inglobando i sintomi del mondo malato in cui viviamo. La definizione di Re non è limitata al prestigio di alcuni prescelti, bensì punta a stabilire il concetto di controllo personale con la moderazione e la maturazione, evitando quell’unione di debolezze e piccole disattenzioni che possono condurre a un effetto da palla di neve in grado di schiacciarci in futuro

La narrativa di Nas è minuziosa, precisa ma mai complessa, un album in cui le tracce raramente superano i 3 minuti e nel quale Nas non dimentica mai di porre la sua esperienza prima di ogni strofa evitando così di cadere in futili prediche.

“The Definition of King’s Disease, well, you ain’t gotta be rich to get it. Just doing too much, you’ll get it”

Un messaggio così semplice può assumere sfumature interessanti nel panorama sociale di questo 2020. TV, Social e altri mezzi ci stanno spingendo ad osare anche dove prima non pensavamo neanche di toccare, trasformando tutti in medici professionisti e complottisti assetati di notizie a buon prezzo.

Ascoltando King’s Disease molteplici volte tutte queste sfumature escono fuori regalando al progetto un replay value notevole, considerando anche la sua limitata durata. Momenti caldi come 10 Points in cui Nas tira fuori in maniera esplicita cosa vuol dire essere Re sono lo scheletro portante di un concept non necessariamente elaborato a perfezione ma capace ugualmente di colpire. Il brano si chiude con un terzo verso onesto e diretto capace di porre Nas su di un livello superiore a chi si limita ad evidenziare i pericoli senza mostrare vie alternative.

Le sue ventisette estati hanno plasmato un artista non solo leggendario ma conscio dei suoi sbagli, mutati oggi in essenziali consigli.

“You can’t please everybody, and not everybody is you, don’t try to force a square peg in a round circle, that sh*t’ll hurt you (…) stop hanging on to childhood trauma, it defeats us, our challenge is holding ourselves back, I hope you felt that”

Il ritorno del Re.

King’s Disease è l’ennesima dimostrazione che il Rap non è più solo un genere da giovani per i giovani. Il peso della lunga carriera di Nas si fa sentire, esattamente come Jay-Z lo fece sentire in 4:44. C’è ancora spazio per rime, flow e beat a prescindere dalla propria età, il fondamentale rimane avere qualcosa da dire. Anche se il ritorno del focus e delle rime di qualità di Nasir Jones sia indiscutibile, il lavoro è un 50 e 50 con Hit-Boy.

Nonostante le due differenti, opposte e distanti generazioni, il produttore ha dimostrato un’attenzione e rispetto straordinario nel porre Nas in una zona di comfort ma allo stesso tempo nel lasciarlo osare senza mai forzarlo. Non ci sono beat super prodotti, ogni rima ha il proprio spazio, ogni beat è essenziale senza mai cercare di allungare il brodo.

I maggiori introiti di un veterano che rilascia ancora musica a questo punto della sua carriera arrivano indubbiamente dai tour. Momenti in cui ogni artista può esibire il suo catalogo con la sua fidata fanbase sperando di allargarla ulteriormente. Nel 2020 tutto questo non è possibile ed è per questo che non dobbiamo dare per scontato una release come quella di King’s Disease, questo progetto è tra noi perché Nas aveva qualcosa da dirci.

Nas – The Lost Tapes Vol. 1 (Vol. 2 coming soon)

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