La demonizzazione del rap in Italia è strettamente collegata all’immagine che ne restituiscono i media generalisti.

“Dai testi della trap impariamo a usare la droga”, “Canzoni trap fra musica, messaggi e droghe”, “Gli adolescenti imparano a preparare la droga anche dalla musica trap”, “Video e canzoni trap insegnano a drogarsi” – Quelli qui riportati sono solo alcuni dei titoli che – puntuali come sempre – sono comparsi sulle testate giornalistiche all’indomani della tragica vicenda dei due adolescenti morti a Terni dopo aver assunto del metadone spacciato per codeina. Una storia agghiacciante, di quelle che non vorremmo mai sentire e che non ci arrogheremmo mai il diritto di menzionare, se non fosse che ha visto ancora una volta sul banco degli imputati la trap e dunque, di riflesso, il rap.

Una storia che inevitabilmente riapre quel dibattito mai veramente sopito su quanto (ma soprattutto se) questo genere musicale abbia effettivamente una responsabilità educativa nei confronti degli ascoltatori più giovani e influenzabili.

Prima di tentare di dare una risposta a tale quesito, non si può non analizzare l’idea a dir poco capziosa ed estremista che i media generalisti italiani restituiscono del rap. Sarebbe infatti ingenuo credere che la demonizzazione del rap e della trap sia un pensiero innato e consapevole, soprattutto in persone che di rap non ne hanno mai ascoltato, e il cui unico sentimento sarebbe quindi la totale e pacifica indifferenza: insomma, per capirci, se mia nonna detesta i rapper che “parlano di schifezze” non è perché ha ascoltato tutto Mr. Simpatia e ha dunque sviluppato una sciente indignazione, ma perché Mario Giordano e Massimo Giletti in diretta nazionale le hanno fatto credere che due tra i maggiori esponenti del genere fossero Young Vegeta e Jordan Jeffrey Baby che con la testa maculata piscia sui verbali della polizia e le cui argomentazioni claudicanti non lo aiutano certo a difendersi nella fossa dei leoni, da cui esce anzi piuttosto sconfitto.

Se avete più di 16 anni, quasi sicuramente la domanda che vi starà balenando in testa in questo momento è: ma chi sono Young Vegeta e Jordan Jeffrey Baby? Sarò onesta: io non lo so. O meglio, non sapevo chi fossero prima di imbattermi nelle due magistrali requisitorie nazionalpopolari sopracitate. Il copione è a grandi linee lo stesso in entrambi i casi: il povero malcapitato posto al centro dell’arena e usato come bersaglio mobile per invettive e sberleffi da parte di chi in quell’arena ci combatte da decenni. In due parole: la pubblica umiliazione.

Non mi soffermerò sul perché questi due ragazzi abbiano accettato di farsi deridere davanti a milioni di telespettatori (la risposta è abbastanza intuitiva e, per certi versi, comprensibile: se non l’avessero fatto, oggi non saremmo nemmeno qui a parlare di loro), piuttosto trovo più utile chiedersi come mai i media italiani generalisti ancora non vogliano prendere in considerazione l’ipotesi di un dibattito sul rap che sia costruttivo e stimolante per tutti, estimatori e detrattori.

Del resto, a sottolineare la scarsa rilevanza che i media riservano al rap ci aveva già pensato nel 2017 Paola Zukar nel suo libro RAP – Una storia italiana:

“ Ancora molti media italiani non hanno capito molto del rap e dei suoi protagonisti. Nel frattempo, il rap ha fatto grandi numeri e oggi molti giornalisti vengono attratti da questi risultati per il loro spregiudicato self-branding sui social network, cercando di capitalizzare la loro stessa popolarità grazie alla fama dei rapper.
A parte qualche importante rara eccezione, il giornalismo italiano non ha mediamente aggiunto molto al lavoro dei rapper e dell’industria discografica che ha conquistato i propri spazi lottando duramente, come è giusto che faccia un genere musicale non autoctono e non mainstream per definizione.”

Tre anni dopo però, la situazione non sembra essere cambiata. Eppure, nel 2020, il rap è forse il genere più mainstream che ci sia: tutti vogliono fare rap perché oggi il rap serve a diventare un po’ più ricchi e tutti lo ascoltano. Se dunque il potenziale del rap è stato universalmente riconosciuto, perché i media (televisione su tutti) ancora faticano a trattarlo come un genere con una propria storia e dignità artistica e, al contrario, tendono (quasi) sempre a ridurlo ad una sterile macchietta traviante? È quantomeno curioso infatti che a fare da controparte agli inferociti accusatori di turno non vengano mai chiamati rapper di una certa caratura dotati di tutte le armi per difendersi – knowledge in primis –, ma sempre giovani ai più sconosciuti che appaiono come la caricatura uscita nemmeno troppo bene dei “colleghi” più quotati, rendendo di fatto la diatriba molto più che impari.

Le risposte possibili, a mio avviso, sono due: da un lato la alquanto improbabile opzione che un Marracash o un Guè Pequeno accettino di piegarsi al bieco meccanismo televisivo del punching ball, tra urla sguaiate e slogan da agitatori di masse degni del populismo più conservatore, dall’altro il fatto che – e cito di nuovo Paola Zukar – “l’Italia non vuole il rap per come è o per come dovrebbe essere; ribelle e fastidioso, controverso e parallelo ai canoni della cultura dominante, su una strada tutta sua.” Ed ecco il grande paradosso: l’Italia più moralista non vuole così tanto il rap che rimarca queste sue caratteristiche fondanti, ma lo fa snaturandole e rendendole grottesche, stupide e diseducative, così da stuzzicare nel lettore/telespettatore la frase delle frasi: ecco cosa insegnano ai nostri ragazzi.

E proprio qui sta il problema: l’assurda pretesa e convinzione che il rap debba INSEGNARE qualcosa. Ci dispiace deludervi, ma no, educare i vostri figli non è compito del rap. Sebbene delegare i propri doveri a qualcuno/qualcos’altro sia una cosa molto italiana, non possiamo permetterci di pensare che la responsabilità dell’educazione dei più giovani ricada sulla musica, il cinema o qualsiasi altra cosa atta all’intrattenimento. Perché parliamoci chiaramente: DrefGold non è Maria Montessori. Non ha e non deve avere alcun ruolo pedagogico.

La diversa interpretazione che gli ascoltatori danno ad un testo rap non deriva poi dal testo in sé, ma dal background educativo di ciascuno, la cui costruzione non può essere affidata ai rapper, come recentemente ha spiegato Ensi in una sua Instagram Story:

“Se i genitori affidano l’educazione dei loro figli alla musica rap siamo davvero messi male. Sono stanco di sentire queste cazzate preistoriche del rapper che deve educare per forza. Il 90% della merda che mi ha cresciuto non era un ottimo esempio da seguire… Eppure non sono un criminale, non uso cocaina o merda da farmacia, non tratto male le donne. E sono solo un paio di esempi.”

Pensare inoltre di imputare al rap tutti i mali giovanili, vuol dire commettere un grave errore di valutazione della nostra società: vuol dire ignorare il disagio in cui versano la stragrande maggioranza delle periferie italiane dimenticate da qualsiasi tipo di istituzione, vuol dire chiudere gli occhi davanti al fatto che – dopo la Romania – siamo il Paese europeo con il più alto tasso di abbandono scolastico e fra i paesi che investono meno in assoluto nell’istruzione, lasciando quindi una generazione allo sbando. Ciò che i rapper raccontano sono solo le conseguenze di un Paese che ha lasciato indietro coloro su cui dovrebbe investire (come ha dimostrato l’emergenza sanitaria dal punto di vista scolastico), e prendersela con loro è osservare il dito che indica il cielo.

Però, per carità, se tuo figlio spaccia è colpa di Sfera Ebbasta. Mica di tutto quello che gli manca.

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Laureata in Lettere. Scrivo di musica perché è la cosa più vicina alla poesia che conosca.