Fresco di pubblicazione del suo nuovo disco La Promessa Non Mantenuta, fuori per Thaurus, abbiamo realizzato un’intervista a Brenno Itani.

Cinque anni dopo la sua prima fatica discografica – Perle ai portici, pubblicato nel 2015 per Smuggler’s Bazaar – Brenno Itani, rapper bolognese classe ’89 è tornato con un nuovo album, La promessa non mantenuta. Per l’occasione il Principe di Mascarella ci ha rilasciato un’interessante intervista, nella quale siamo arrivati a parlare di tutto, oltre che dell’album appena pubblicato: del rapporto con la sua città, di quando voleva smettere di fare musica, della sua amicizia con DrefGold e non solo. Di seguito troverete il contenuto della nostra chiacchierata: Buona lettura!

Il tuo precedente disco risale a cinque anni fa, un’eternità per la discografia odierna. Cosa è successo in questo periodo?
«Diciamo che tutto è partito dalle settimane successive alla pubblicazione di Perle ai portici (il suo primo disco, ndr). Avevo tantissime aspettative per quell’album ma non sono state ripagate. Sì, c’è stata qualche piccola soddisfazione ma non mi è cambiata la vita. Quella è stata una bella batosta per me, mi era un po’ passata la voglia di fare musica. Poi però dopo un po’ ho ricominciato a fare collaborazioni e a scrivere le mie robe, e grazie anche al fatto che ero uscito da una relazione di quattro anni mi sono sfogato con la musica».

Quindi è stato scritto recentemente?
«No, in realtà no, la storia è stata chiusa ormai da un bel po’, però si è arrivati a pubblicarlo ora a causa di tutta la lavorazione. Soprattutto poi perché arrivata la chiamata di Thaurus lo abbiamo registrato nuovamente. Avendolo comunque registrato a Bologna i tempi si sono anche allungati e quindi alla fine tra i tempi di sviluppo, le dinamiche dell’industria e gli slot che le label ti danno, si è arrivati a pubblicarlo ora».

Sarebbe dovuto uscire prima quindi?
«Eh, in teoria sì. In realtà poi con questa storia del Corona Virus sarebbe dovuto uscire ancora più avanti, però io non volevo aspettare settembre, per quanto sarebbe potuto andare molto meglio a livello di numeri. Ora la gente va in vacanza, sta al mare, io però ce l’avevo in canna da troppo tempo, sto scrivendo già robe nuove e avevo il bisogno di lasciare andare questa zavorra, a livello positivo. Per certi versi ho esorcizzato anche la cosa che mi aveva portato a scrivere il disco, ho un po’ voluto lasciarmi indietro tutti i traumi mentali pubblicandolo.»

Il rapporto con Thaurus come è nato?
«Io ero convinto di uscire da indipendente, poi con il fatto che conosco già da un po’ Ciro Buccolieri e Mario Wyze – che è stato anche mio vicino di casa – mi hanno proposto di uscire con loro e io sono stato davvero felice di questo, non me l’aspettavo molto. Poi come ti dicevo abbiamo ripensato un po’ al disco e soprattutto a tutto il discorso promozionale, dinamica che io praticamente non ho mai considerato in passato. Nonostante io sia il più piccolo a livello di numeri mi hanno accolto davvero alla grande, non posso lamentarmi, sono super felice.»

È vero che in Thaurus ci sono artisti ormai affermati, ma è anche vero che praticamente con tutti i componenti del loro roster hanno fatto un percorso partito quasi da zero…
«Esattamente! Infatti mi hanno detto di non non aspettarmi numeri pazzeschi, ma che l’importante è superare quello che avevo fatto in passato e poi pian piano si cresce…»

In Trastevere vs Mascarella dici «Quello che ho dato a ‘sta città non so proprio se l’ho avuto indietro»: ti senti davvero di avere un credito nei confronti di Bologna, a livello musicale?
«Guarda, alla fine sono dieci anni che faccio rap. A livello più serio da meno, certo, ma io solo ora vedo un po’ di riconoscenza nei miei confronti, ad esempio dai ragazzi più giovani o da organizzatori eccetera… È innegabile che tantissima gente mi ha voluto e mi vuole bene, però non ho mai visto tanta riconoscenza musicale. Io per Bologna davvero mi taglierei le braccia. Adesso vediamo, magari allargo il bacino di ascoltatori e la mia musica arriva a più persone anche a Bologna, spero di smentire al più presto quella barra (ride, ndr)».

Avendoci anche vissuto ho sempre pensato che, anche se per alcuni può sembrare assurdo, fare musica ed affermarsi a Bologna non sia poi così tanto facile. Drefgold ad esempio ha detto in tante interviste che se fosse rimasto in città probabilmente non sarebbe diventato quello che è…
«Eh sì sono abbastanza d’accordo… tra l’altro Dreffino è il mio fratellino, il suo primo mixtape l’ho hostato io e sono felicissimo che abbia avuto il successo e che sia riuscito ad uscire dal guscio».

Ricordo che le prime serate che aprì non andarono troppo bene…
«No, infatti… Bologna è sempre stata una capitale del rap italiano, molto legata alla roba old school. Che poi non è detto che se fai trap non sei real. A livello di timeline Bologna secondo me è un po’ indietro a causa del retaggio storico importante. Però ci tengo a pesare le parole, altrimenti mi vengono a cercare (ride, ndr)».

E a te questa dinamica ti ha influenzato quando hai deciso di fare brani un po’ più morbidi?
«No, zero. Quando scrivo non ho filtri, alla fine il mio disco è molto personale, anche la title track dell’album per esempio, è l’ultima cosa che vorrei sentire in una serata (ride, ndr). Non riesco a scrivere di cazzate perché sono sempre stato influenzato da una scuola di pensiero real, sono cresciuto ascoltando Inoki, I Cammelli e Joe Cassano, gente che faceva il rap in un certo modo e di puttanate ne ha sempre dette poche. E ti dico che ne sono molto fiero, fossi nato da un’altra parte la mia musica sarebbe sicuramente diversa. Chiaramente i frutti prima di mangiarli devi aspettare che maturino, però forse ci stanno mettendo un po’ troppo (ride, ndr)».

Lasceresti Bologna?
«Ogni tanto ci penso, ma alla fine non ce la faccio mai. Forse solo per piccoli periodi. Sto così bene qua… Se consideriamo casa mia la stanza da letto, Bologna è il soggiorno, scendo in ciabatte (ride, ndr)».

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Come è nato il campionamento di Calcutta in Postepay?
«Io sono sempre stato super fan di Calcutta e poi siamo diventati anche molto amici. Avevo quel pezzo lì e non sapevo come chiudere il ritornello, io non sono mai stato un ritornellaro e ascoltando Del Verde ho pensato potesse andarci proprio bene, il senso dei due brani era un po’ lo stesso, riguardo la voglia di ricominciare alcune cose nella vita, senza possibilità di poterlo fare, però. Allora ho chiesto a Edoardo le tracce separate del brano ma non le aveva, erano andate perse, allora abbiamo provato a campionarlo così, grezzo. I ragazzi di Bomba Dischi ci hanno dato l’ok e lo abbiamo fatto. Infatti su Spotify nei credits se vai a vedere c’è scritto Edoardo D’Erme. A me piace un sacco».

Hai avuto un’ottima idea secondo me, il pezzo funziona ed è anche molto orecchiabile.
«Sono molto contento, sì. Mi sarebbe piaciuto magari anche un ritornello inedito, ma ci sarà tempo, step by step».

Gli altri featuring invece come sono nati?
«Praticamente nel mio cervello avevo già l’idea di mettere tutti gli ospiti nei pezzi in cui alla fine sono entrati. L’unico pezzo nato in maniera un po’ diversa è stato quello con Ketama126. Con Piero non ci vedevamo da un po’ e quando ci siamo beccati abbiamo deciso di fare un brano ad hoc, tra l’altro lui è stato bravissimo secondo me ed anche super veloce».

Un po’ di anni fa Ernia, in un’intervista, disse che aspettò a collaborare con determinati artisti che erano più conosciuti di lui in quel momento, pur essendo suoi amici, perché temeva che le persone potessero considerarlo una sorta di raccomandato. Temi un po’ anche tu questa dinamica?
«Assolutamente no. A parte che per ora i miei numeri non possono creare una polemica del genere, essendo ancora cifre da indipendente. Poi comunque io sono stato in etichetta con loro, la loro prima etichetta, ci sentiamo spesso, abbiamo già collaborato in passato. Questa è stata semplicemente la volta buona per tornare a collaborare. Poi non penso di essere un soggetto adatto a queste polemiche, chi mi conosce lo sa. Un paio di volte però mi è capitato che amici mi hanno inviato screenshoot di gente che dice: “appena uscito questo già collabora con tizio e caio”. Insomma, sono dieci anni che mangio la merda per fare la musica, non è proprio come pensano alcuni».

Sì infatti, a volte la gente sa essere davvero velenosa…
«Quando lo fanno è perché hanno problemi queste persone, sono frustrate, uscissero piuttosto a prendere una birra».

Cosa ti aspetti da La promessa non mantenuta e dove ti vedi nei prossimi anni?
«Spero possa essere il primo mattone di un nuovo percorso, mi auguravo di suonare un po’ in giro, ho sempre suonato tanto, ma purtroppo per ora sarà difficile. Mi piacerebbe che il disco arrivasse a più persone possibile e mi piace considerarlo come un trampolino di lancio. Sto continuando a scrivere e credo che il prossimo Brenno sarà un po’ diverso, meno preso male, forse (ride, ndr).»

Posti preferiti dove bere a Bologna?
«Te ne dico tre: Bolo art cafè qui su via Mascarella, il Mojo Hand su Via del Pratello e l’Osteria dello Scorpione, un’osteria vecchio stile che rimane aperta fino a tardi in situazioni un po’particolari (ride, ndr)».

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