A pochi mesi dall’uscita del suo ultimo disco, Un altro cielo, abbiamo intervistato IRBIS 37.
E no, non è “gli IRBIS”.

Solo qualche mese fa vi avevamo parlato di Un altro cielo, il primo disco ufficiale in casa Undamento di IRBIS 37, Logos.Lux e dNoise. Il lavoro dei tre ragazzi di Zona 9 ci era piaciuto talmente tanto che qualche giorno fa ho raggiunto telefonicamente IRBIS per parlare con lui delle sue collaborazioni con Frah Quintale e Lil Jolie, di sinergie generazionali e microcosmi e di scosse che ti spettinano. Ah, e del fatto che no, “gli IRBIS” non si può proprio sentire.

Il tuo ultimo disco, Un altro cielo, è uscito poco prima del lockdown, durante il quale però non sei stato con le mani in mano. Il 26 giugno infatti è uscito Banzai (Lato Blu), il nuovo album di Frah Quintale in cui ci sei anche tu con Allucinazioni: come è nata questa collaborazione?
«Con Frah siamo diventati molto amici nell’ultimo anno; ci eravamo già avvicinati quando avevamo aperto alcune date durante il suo ultimo tour e poi è capitato sempre più spesso che ci trovassimo insieme in studio. Ultimamente lo studio di Undamento è diventato un bel circolo, c’è una bella atmosfera di comunità e di confronto e quindi questa canzone è venuta fuori in modo molto spontaneo da una bella situazione. Essere entrati in un’etichetta come Undamento poi ci ha permesso di entrare in contatto con molti artisti e con altrettanti mondi diversi.»

Tanti mondi diversi fra cui quello di Lil Jolie e di Estremo, con i quali recentemente è uscito un nuovo pezzo.
«Quello con Lil Jolie è un pezzo nato a distanza, c’è stata una bella connessione e siamo stati entrambi molto contenti di fare qualcosa insieme. Se non ci fosse stata di mezzo la quarantena il brano ci sarebbe stato comunque ma probabilmente sarebbe stato molto diverso. Estremo invece era venuto a trovarci in studio a Milano poco prima del lockdown e avevamo iniziato insieme Omai; il pezzo mi piaceva tantissimo ma la prima strofa non mi convinceva molto, quindi siccome volevo assolutamente chiuderlo e proprio in quei giorni stavo sentendo Lil Jolie, ho deciso di mandarglielo. Dopo due giorni lei me l’ha rimandato con la strofa chiusa e ci stava veramente bene.»

Mi sembra quindi di capire che fra voi della nuova generazione si siano create una bella sinergia e una stima reciproca, ad esempio Madame molto spesso vi cita fra i suoi artisti preferiti. Percepisci anche tu questa cosa?
«Assolutamente sì, poi Madame è una persona carinissima e super in gamba, ci stiamo simpatici da un po’ e lei è una grande appassionata e ci supporta un sacco. Devo dire che c’è un bel circuito, poi adesso stiamo iniziando a conoscere anche molte persone al di fuori di quella che è la nostra realtà di zona e di quartiere, dove ci sono un sacco di ragazzi che fanno musica. Anche grazie ad Undamento e le date che abbiamo fatto in giro abbiamo incontrato un sacco di gente con cui stiamo concretizzando delle connessioni.»

Hai parlato della tua zona come una sorta di microcosmo di artisti e il tuo quartiere è sempre molto presente nei tuoi pezzi – penso anche a Schicchere in cui dici “Nel quartiere c’è scritta una storia, se la leggi bene c’è pure la mia” –. Mi chiedevo quindi quanto Milano sia fondamentale per te e per quello che scrivi.
«Tantissimo. Io ora sto in Bovisa, ma prima ho girato un po’ di quartieri, a Milano conosco gente un po’ ovunque e per questo ne parlo sempre tantissimo, perché questa città è casa mia. In zona poi sin da piccoli abbiamo iniziato a creare un circuito che ora si sta evolvendo, c’è chi ha continuato a far musica, chi magari non la fa più e chi ha cambiato genere, ma già da quando avevamo tredici anni rappavamo e c’era un sacco di movimento. Ora i ragazzi che gravitano attorno al nostro studio sono tutte persone della zona, come Freddy Larson, Omega Storie e Lapa, tutti ragazzi più o meno conosciuti ma che fa questa roba con i coglioni.»

Tra l’altro sono ragazzi con cui hai anche collaborato, a dimostrazione di quanto alla base di molte delle cose che fai ci sia l’amicizia.
«Esatto, noi abbiamo sempre fatto roba così, la musica la fai perché è bello farla e condividerla con gli amici con cui ti nutri di questa roba da dieci anni è ancora più bello, anche se magari non state seguendo lo stesso percorso a livello professionale. Poi a volte le cose che non hanno quella patina da prodotto fatto solo per uscire sul mercato, hanno una carica emotiva anche più importante.»

Assolutamente. Un’altra cosa molto interessante è il fatto che nelle tue canzoni parli tantissimo di cose vicine a te e del tuo quotidiano, ma allo stesso tempo in mezzo a queste immagini molto “concrete” inserisci elementi quasi surreali. Mi viene in mente ad esempio la copertina di Schicchere, in cui al centro di un cortile popolare c’era questo palazzo dai tratti fantastici, quindi due realtà nettamente agli antipodi. Da dove tiri fuori determinate cose?
«Intanto c’è da dire che io sono un po’ un mezzo schizzato e mi piace esprimermi così. Per quanto riguarda la parte più mentale della cosa, nell’arte e nella musica ci piace ricercare dei forti contrasti perché alla fine è quello che di solito ti spettina di più. Mentre dormi può essere un esempio di questa cosa: il ritornello è lancinante a livello testuale ma allo stesso tempo ha una melodia molto dolce. Mi piace ricercare quella scossa, quello che vogliamo fare è un lavoro che sia diverso e che abbia una sua unicità: questo è stato il nostro obiettivo negli ultimi due anni, avevamo un’idea di musica che era magari poco collegabile negli schemi del mercato per quello che era in quel momento e per come si stava evolvendo, ma ce ne siamo abbastanza fottuti facendo le robe a modo nostro e non ci siamo imposti dei limiti. Per quanto riguarda invece il contrasto fra qualcosa molto concreto e tangibile e qualcosa di molto astratto, credo sia dovuto soprattutto al mio modo di percepire le cose.»

Effettivamente questa cosa dell’essere difficilmente etichettabili è molto vera, mi ricordo che la prima volta che ho sentito Boccadoro ho pensato che – almeno in Italia – non avessi mai ascoltato qualcosa di simile, quindi non era così automatico incasellarvi in un genere preciso. Con l’ultimo album però avete coniato una nuova definizione: dream trap. Me la spieghi?
«Dream trap è il sogno nel cortile. Sono i ragazzi cresciuti nel cortile che però hanno avuto voglia di scoprire, di farsi una cultura e di fare qualcosa di più stimolante per la propria vita invece che andare a lavorare a Tecnocasa. A noi è piaciuta un sacco questa definizione perché intanto ci scrollava di dosso il termine indie che non ci è mai piaciuto e di base non c’entra un cazzo con noi, e poi perché comunque alla fine viviamo tutti in una trappola, anche se non basta sognare perché per trovare un modo concreto per uscirne bisogna essere lucidi.»

Senti, io so già la risposta, ma per chiudere mi faccio portavoce della domanda delle domande che gravita attorno a voi: è IRBIS o gli IRBIS?
«“Gli IRBIS” è assolutamente da cancellare dalla faccia della terra per sempre, questo scrivilo in maiuscolo! In realtà la cazzata l’ho fatta io durante il live all’Alcatraz in apertura di Frah perché per far percepire la collettività della cosa ho detto “noi siamo IRBIS 37”, poi qualcuno ha scritto “gli IRBIS” e da lì è andata avanti così. Il fatto è che noi facciamo musica insieme e quindi per il modo in cui concepiamo questa cosa è giusto che anche Logos.Lux e dNoise escano e non stiano dietro. Detto questo però, IRBIS 37 sono io.»

Lo sappiamo, i live e le birrette sotto al palco sono mancati a tutti in questi mesi, e per inaugurare la stagione estiva e ascoltare live IRBIS 37, l’appuntamento è domani sera, 16 luglio, alle Tribune del Parco Idroscalo (MI) per la rassegna estiva CUORI IMPAVIDI presentata dal MI AMI Festival in collaborazione col Circolo Magnolia. Ci vediamo lì!

 

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