Le parole di Salmo e la mitizzazione del passato

Alcune polemiche, o meglio, alcune dichiarazioni ogni tanto ritornano. Si ripresentano tra loro simili e suscitano reazioni simili. Questa volta la miccia l’ha accesa Salmo nella giornata di lunedì, con una storia sul suo profilo Instagram che vale la pena riportare per intero.

“Negli anni ’90 i rapper facevano uscire un disco ogni 5 anni, ora esce un disco a settimana. Ad ogni uscita gridano al “disco dell’anno”, poi ne esce un altro e si dimenticano quello prima. Se una canzone non ci soddisfa nei primi 5 secondi la skippiamo. La soglia dell’attenzione è sempre più sottile. Perché la musica non rimane nel tempo? Perché ci sono troppe release e non abbiamo il tempo necessario per assimilare. In preda alla frenesia da consumo, distratti dalla prossima confezione da aprire.”

Da qui si sono sprecati gli alleluia da parte di tanti appassionati – soprattutto quelli anagraficamente più grandi – che si sono rivisti nelle considerazioni dell’artista sardo. Ma andiamo più a fondo nelle sue dichiarazioni.

C’è un problema di abbassamento della soglia dell’attenzione? Sì – e questa è la parte innegabile del suo discorso – e non riguarda solo la musica, ma è una questione che attraversa tutta la nostra società ed è legata alle nostre abitudini sia per quanto riguarda comunicazione che l’intrattenimento e l’apprendimento. Siamo davanti a una dinamica, quindi, che riflette sulla fruizione della musica, ma non solo.

Salmo

Da questo, però, Salmo fa partire delle considerazioni giuste nei principi, prese in assoluto, ma che non tengono conto del contesto dei fenomeni che descrivono. Partiamo dall’inizio delle sue parole. È vero che rispetto a prima – cioè ai 90’ o ai primi 2000 – escono molti più lavori? Sì, assolutamente. È vero che stra-abusiamo dell’espressione “disco dell’anno”? Sì, è vero. Già per il 2020 credo di averla sentita usare per il disco di Guè, quello di Ernia, quello di Nitro, il mixtape di Tedua e via dicendo. Ma, d’altronde, gli appassionati si chiamano in questo modo proprio perché non sempre giudicano usando esclusivamente la razionalità, e viva dio sia così.

È vero che la musica non dura nel tempo? Ecco, qui veniamo al nocciolo della questione. Innanzitutto, cosa intendiamo con “musica”? Diciamo che ci limitiamo al rap mainstream – che credo fosse quello che aveva in mente Salmo – anche per evitare troppi distinguo. Prendiamo in esame la discografia dello stesso Salmo. Brani come 90MIN, 1984 e Faraway hanno dimostrato di vincere anche alla prova del tempo e di ritornare periodicamente all’attenzione degli ascoltatori. Brani come Estate dimmerda, per dirne uno, un po’ meno ed è anche facile capire il perché.

Ghali Salmo Boogieman

È innegabile, però, che se parliamo di rap italiano il pubblico sia sovraesposto a un numero di uscite quasi ingestibile. Non si riesce a star dietro a tutto, ad assimilare ogni brano come meriterebbe e certe cose finiscono nel dimenticatoio dopo due giorni dalla pubblicazione. Su questo Salmo ha evidentemente ragione. Ma qual è la causa di tutto ciò? Il fondatore stesso di Machete ha fatto riferimento agli anni ’90. Ebbene, qual era la situazione del rap italiano negli anni ’90? Lasciando da parte la nostalgia e i discorsi da “era meglio prima”, lo stato di salute complessivo di questo genere venticinque anni fa era quello di una musica di nicchia, che aveva sì dei picchi a livello commerciale – Neffa, i Sottotono, gli Articolo 31 – ma che come sottobosco restava di nicchia, soprattutto in certe parti d’Italia che non fossero le pionieristiche Milano e Bologna.

Adesso il rap è il nuovo pop, è il genere del momento, è la musica che ascoltano tutti, volenti o nolenti. È rap – o comunque si rifà al rap, magari con un immaginario diverso e con suoni diversi – la hit di turno dell’estate, è rap il pezzo che ascoltiamo al supermercato, è rap il pezzo che il ragazzino ascolta sulle panchine con gli amici. Un genere che ha subito una trasformazione simile è normale che risponda ad altre regole. Quello del rap è un mercato che si è allargato enormemente, che ha visto crescere la propria domanda e, di conseguenza, anche la propria offerta. Ciò porta a un abbassamento generale dal punto di vista qualitativo? Sì, certamente, ma dall’altro lato permette ad artisti tutto sommato undeground di ritagliarsi la loro fetta di mercato e di vivere della propria musica. La libertà, insomma, è in mano agli artisti e a come decidono di porsi davanti alle richieste fameliche di nuovo materiale da parte del pubblico. Perché se è vero che c’è chi pubblica un singolo ogni due settimane, senza uscire dal mainstream c’è l’esempio lampante di Marracash, che ha fatto attendere anni prima di pubblicare Persona: il risultato è un classico, un disco che sicuramente non verrà dimenticato in tempi brevi e che sembra assolutamente destinato a durare.

Marracash In Persona Tour

Questo discorso, insomma, ha in sé un sacco di implicazioni e di distinguo, per cui le dichiarazioni di Salmo risultano un po’ riduttive, forse non adatte – ecco il problema della soglia dell’attenzione – a delle stories su Instagram. Ci sarebbero da fare considerazioni sul consumismo, ma non è questo il luogo, né lo è Instagram, dove tutto rischia di essere fine a se stesso. Se, però, alcune verità esposte dal rapper sardo sono innegabili e alcune critiche al mondo della musica mainstream contemporanea sono più che giuste, non bisogna d’altro canto cadere nel solito errore di contrapporre il passato al presente.

I dischi che durano continuano a uscire e continuano a resistere al tempo, e la carriera stessa di Salmo ne è la prova. Potremmo iniziare a dare più peso alla musica e alle parole che usiamo per parlarne, in una presa di coscienza che dovrebbe investire gli artisti, il pubblico, gli addetti ai lavori e la stampa di settore. Però, per piacere, non ci lasciamo andare per l’ennesima volta alla retorica della mitizzazione del passato.

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