Per la rubrica “most underrated”, vi abbiamo parlato di Section 80 di Kendrick Lamar.

La folgorante carriera di Kendrick Lamar ha messo Section 80 in un angolo. Stiamo infatti parlando di uno degli album più “maltrattati” della storia della musica, il cui valore è stato eclissato da DAMN e To Pimp a Butterfly.

Tuttavia, il debutto di K-Dot è una vera e propria introduzione all’universo artistico del rapper:  un lavoro che – pur essendo inferiore ai successori in termini di sound – ci restituisce profondità tematica e finezza lirica.

Il titolo ha un duplice significato. Da un lato si riferisce alla generazione degli anni ’80, protagonista di questo album. Dall’altro, invece, rimanda alla Section 98 dell’Housing Act del 1937, una legge relativa alle case popolari. Il disco si fa quindi portavoce della comunità che ha sperimentato i disastrosi esiti delle politiche sulle case popolari.

Rappresentanti di questa generazione sono Keisha e Tammy, due ragazze alle prese con le malattie e gli orrori del ghetto: il crack, la prostituzione, la violenza e la povertà. Le stesse mostruosità che la presidenza Reagan alimentò ed amplificò con le proprie scelte.

In questo percorso, analizzeremo le canzoni che spiccano per il loro contenuto e meglio dipingono i drammi al centro della riflessione di Kendrick Lamar.

Il primo grande momento dell’album è la traccia d’apertura, F**k Your Ethnicity, drammaticamente attuale. In sole due strofe si racchiude un’intero universo in cui l’amore per la cultura hip-hop e la denuncia del razzismo si intrecciano tra di loro.

Kendrick ringrazia la musica rap per avergli salvato la vita e per avergli assicurato la libertà. Allo stesso tempo, il rapper apostrofa tutti coloro che hanno creduto alla favola secondo cui il razzismo sarebbe scomparso: in realtà, l’America è divisa e sofferente e l’odio continua a mietere vittime.

“Fire burning inside my eyes, this the music that saved my life/Y’all be calling it hip-hop, I be calling it hypnotize/Yeah, hypnotize, trapped my body but freed my mind/What the f-k are you fighting for? Ain’t nobody gon’ win that war/My details be retail, man, I got so much in store/Racism is still alive, yellow tape and colored lines/F-k that, n-a look at that line, it’s so diverse”

Anche in No Makeup (Her Vice) si crea un contrasto tematico d’effetto. In questo brano, il rapper descrive un’immagine molto intima in cui il narratore ammira la propria ragazza mentre si trucca. La traccia offre quindi a Kendrick la possibilità di celebrare la bellezza femminile:

“Concentrating on the way the eyeliner thickens/I stand behind her and try to figure her vision/Of prettiness, the wittiness, of colors on her skin tone/Her complexion in a direction I’ve outgrown/Damn girl, why so much?”

Tuttavia, nella seconda strofa, assistiamo ad un brusco cambio di rotta. La ragazza prende la parola per dare voce alle proprie insicurezze e fare una confessione: il make-up viene infatti usato per coprire i segni di una violenza domestica. Dall’esaltazione della bellezza si passa quindi alla denuncia delle crudeltà e delle violenze perpetrate nei confronti delle donne del ghetto:

“Yeah, I know your imperfections I be constantly stressing/From him is where I get it from, they tell me I need to/Smile at least once in a while/I hate my lips, my nose, my eyebrows/It’s the beauty in me, but what he don’t see/Is that I had a black ey- To be continued…”

Keisha’s Song (Her Pain) è invece dedicata alla giovane sorella di undici anni. Kendrick racconta la storia di una prostituta, Keisha, ma – invece di criticarla – cerca di comprendere il motivo per cui è arrivata a fare questo: la ragazza non ha mai conosciuto il suo vero padre, è stata violentata quando era piccolissima ed ora viene sfruttata dal suo fidanzato. La storia di Keisha diviene quindi la storia di tantissime altre ragazze costrette con la forza a prostituirsi.

“Sometimes she wonder if she can do it like nuns do it/But she never heard of Catholic religion or sinners’ redemption/That sounds foolish, and you can blame it on her mother/For letting her boyfriend slide candy under her cover/10 months before she was 10 he moved in/And that’s when he touched her”

Kendrick coglie l’occasione per celebrare anche la fisicità femminile: il corpo che Keisha vende per sopravvivere è, allo stesso tempo, un tempio in cui il rapper scorge l’opera creatrice di Dio. In quest’ottica allora le mostruosità partorite dal ghetto nascondono qualcosa di bello: un segno del fatto che non tutto è perduto.

“And Lord knows she’s beautiful/Lord knows the usuals leaving her body sore/Her anatomy is God’s temple”

Infine, con HiiiPower – prodotta da J. Cole, Kendrick espone una filosofia di vita, un atteggiamento che potrebbe rappresentare una soluzione agli annosi problemi raccontati in precedenza. Con questo brano, il rapper parla del modo in cui il sistema americano sfrutta gli afroamericani e restituisce al grande pubblico una falsa rappresentazione della loro condizione:

“I got my finger on the m-n’ pistol/Aiming it at a pig, Charlotte’s web is going to miss you/My issue isn’t televised, and you ain’t gotta tell the wise/How to stay on beat, because our life’s an instrumental/This is physical and mental, I won’t sugar coat it/You’d die from diabetes if these other n-s wrote it/And everything on TV just a figment of imagination/I don’t want plastic nation, dread that like a Haitian”

La soluzione a questa crudeltà è la filosofia delle tre i, ossia Cuore, Onore e Rispetto, che comporta un cambiamento interiore profondo e radicale. Questo cambiamento non sarà facile e non ammetterà compromessi, ma assicurerà alla comunità afroamericana la libertà. L’invito è quello di ribellarsi per riappropriarsi di sé stessi e costruire da sé un futuro di grandezza:

“So get up off that slave ship/Build your own pyramids, write your own hieroglyphs”

In conclusione, anche Section 80 dipinge Kendrick Lamar come un maestro del realismo. Grazie alle sue parole, le sofferenze di milioni di persone diventano ancora più vivide e possono arrivare alle orecchie di chiunque. La musica di K-Dot è sì intrattenimento, ma è anche – e soprattutto – denuncia.

È inevitabile notare come, nel corso della sua carriera, Kendrick abbia progressivamente ampliato la propria prospettiva. Con Section 80, infatti, il rapper ha dato voce a Tammy e Keisha. In Good Kid MAAD City, la parola è passata all’intera comunità del ghetto di Compton. To Pimp A Butterfly ha veicolato le speranze e le paure dell’intera comunità afroamericana, mentre con DAMN. l’intera umanità ha trovato un rappresentante.

Sarà quindi interessante vedere dove Kendrick Lamar ci porterà con il prossimo album. Nel mentre, non vi resta che recuperare Section 80 cliccando sul link che trovate qua sotto… buon ascolto!

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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