Dopo aver esaminato la musica e la storia legate all’argomento #blacklivesmatter, passiamo ai luoghi: perché è così difficile uscire dal ghetto?

Nel 1989 usciva nelle sale cinematografiche Do the Right Thing (Fa’ la Cosa Giusta), la pellicola più celebre del regista afro-americano Spike Lee, da sempre in prima linea nella battaglia per i diritti civili della popolazione nera. Come prevedibile il film ebbe un grosso impatto a livello sociale e culturale, attirando diverse critiche da parte di grosse testate nazionali come il Time, che definì il film una mera provocazione, e USA Today, che scelse la discutibile definizione di “gossip comunista”.

Effettivamente Do The Right Thing è un film di protesta, che però  non trova nella supremazia bianca l’unica colpa: lo fa invece in modo più profondo, cercando le cause anche nelle contraddizioni della comunità nera, nella mancata integrazione razziale tra etnie differenti e nella imparziale comunicazione effettuata dai mass media al riguardo, prima tra tutte la radio.

Questo mondo – popolato da dialoghi, personaggi e situazioni sì caricaturali ma aderenti alla realtà – prende vita nel paesaggio che storicamente fa da sfondo alla questione razziale: il ghetto, nello specifico quello di Harlem, a cui Spike Lee si è ispirato per la produzione del lungometraggio.  Quello stesso ghetto nel quale la storia dell’uomo ha visto evolvere il concetto di segregazione razziale ( non soltanto nei confronti della popolazione nera) e nel quale vengono consumate, esasperate ed uccise le ambizioni , i sogni e la dignità della comunità afro-americana, la cui emarginazione spaziale ben riflette quella egualmente accentuata nel contesto sociale.  Lo stesso spazio nel quale nacque poi la Hip-Hop Generation.

Ed è proprio nel ghetto – non fuori né ai confini, ma proprio nei luoghi con i quali lo spettatore può pensare di familiarizzare durante la pellicola – che avviene il tragico episodio finale a cui nessuno può porre rimedio, e che oggi sembra essere più attuale che mai: l’uccisione di un ragazzo di colore per soffocamento, causato ancora una volta dalla brutale ed ingiustificata violenza della polizia.

Ed è importante come al vero protagonista – il ghetto – faccia da co-protagonista una lunga lista di nomi della musica black che durante la pellicola verranno citati più volte in quanto figure di riferimento:  nei dialoghi (Prince), nel sottofondo di alcune scene (Public Enemy) e nei messaggi dello speaker radiofonico del quartiere (da Nina Simone a James Brown). La musica rimane infatti il mezzo principe per la comunità di avere voce in capitolo, contribuendo a sensibilizzare il mondo intero sulla questione. E’ grazie ad essa che racconta la sua storia e che ci permette oggi di avere una coscienza che altrimenti sarebbe stata impossibile avere, che avrebbe mantenuto il suo orrore soltanto nel cuore e nell’anima di chi lo ha vissuto.

Quindi, perchè stiamo affrontando la questione del ghetto?

Perchè dal ghetto sono nate le storie indimenticabili di un genere che amiamo, di riscatto e di appartenenza, ma anche di emarginazione, violenza e solitudine. Ci sembra quantomeno doveroso dedicargli questo spazio.

COSA SIGNIFICA LA PAROLA GHETTO ?

Oggi si tende ad associare spontaneamente il ghetto alla criminalità, alla povertà ed al degrado, limitandosi agli esempi più noti o ai punti di vista che la cultura pop ci offre.  La realtà invece sta nel mezzo, poiché questo termine era il nome dell’omonimo quartiere periferico della Venezia del ’500, nel quale abitavano ebrei che potremmo definire benestanti. A questa condizione di normalità però contrastava la fatiscenza di una contrada che in precedenza era adibita alle fonderie: da qui deriva ghetto, che italianizzato indica il getto della colata. A questa caratteristica urbana si associava però quella ben più grave delle libertà e del diritto sociale: gli ebrei vivevano in una comunità a sé stante, dotata di un sistema giudiziario indipendente e da una ristrettezza economica e di mobilità che li costringeva a muoversi e svilupparsi esclusivamente entro i loro confini, appositamente recitanti e chiusi con delle porte al tramonto.

Questa stessa concezione di ghetto in quanto emarginazione volontaria di una comunità o di una minoranza ha poi preso connotati ancor più violenti con l’avvento del nazismo, nel quale non furono soltanto collocati gli ebrei, ma anche gli omosessuali, i Rom, i prigionieri di guerra o i disertori.  Esattamente come nacquero i ghetti in Occidente accadde in America, con la comunità afro-americana al centro di questa segregazione.

The Campo di Ghetto Nuovo (ghetto square), Cannaregio, Venice, Veneto, Italy

Le fasi chiave della segregazione razziale in America vanno individuate in due momenti importanti della storia afro-americana. La prima riguarda il periodo successivo all’abolizione della schiavitù (1865), con la promulgazione della Legge Jim Crow,  che affermava come lo spazio urbano, l’educazione e l’accesso ai servizi pubblici per la minoranza nera dovesse essere adeguatamente separato rispetto a quello dei bianchi; la seconda è legata ai movimenti per i diritti civili dei neri degli anni ’60, che permisero dopo numerose lotte di iniziare ad annullare progressivamente le suddette barriere.

Ma se con la burocrazia e con le leggi si è provato a cambiare le cose – nonostante le fasi altalenanti ed a volte surreali della politica USA (vedi quella attuale di Trump) – la realtà continua a vivere di pratica, di mentalità ostile, di decadimento urbano e di disparità in campo educativo, sportivo ed ovviamente lavorativo. Tutte queste privazioni cui è costretta la comunità nera portano ad un logoramento costante ed una sfiducia fratricida, che confina fisicamente ed aliena mentalmente. A testimonianza di ciò vi è l’attuale iper- segregazione della popolazione nera nelle più grandi metropoli, nelle quali viene ancora negato l’accesso a zone residenziali miste nonostante le possibilità economiche effettive e nonostante  la disparità immobiliare sia stata abolita proprio con i Rights Civil Acts del ’60.

Proprio il tema della disparità immobiliare va a definire la situazione di degrado nel quale versano queste comunità, che nelle calde note del jazz o del blues e nelle aspre denuncie dell’Hip-Hop hanno trovato la loro miglior voce. Il decadimento urbano è lo specchio della diseguaglianza di cui stiamo parlando, ed a pagarne le conseguenze sono sempre le minorità etniche (e non è detto che siano soltanto gli afro-americani). Questa segregazione residenziale è diventata col tempo forzata: ciò che in sociologia definiscono un auto-isolamento sociale e culturale, che avviene sistematicamente in ogni singolo Stato degli USA e che è il triste protagonista dei tragici eventi di cui veniamo a conoscenza troppo di frequente.

E’ il motivo per cui un magnate come Jay-Z ha investito milioni per la ri-qualificazione dell’architettura urbana delle periferie, le stesse nelle quali Nipsey Hussle ha deciso di vivere (e morire) nonostante la crescente popolarità, le stesse periferie decadenti che Kendrick Lamar ha dipinto coi suoi versi, o a cui The Game ha giurato fedeltà eterna. Tutto nasce e muore nel ghetto, che anche se lo allontani ti rimane dentro.

HUSTLING: USCIRNE FUORI

Ed è proprio in uno scenario di decadimento urbano che nel 1973 nacquero i primi focolai dell’Hip-Hop. In particolar modo nel Bronx, situato a nord di Manhattan: allora vi risiedevano anche dei bianchi, i quali furono costretti ad abbandonare il quartiere per le politiche insensate dell’allora assessore alla casa Roger Starr, che pensò bene di costruire la nota autostrada a sei corsie, la Cross Bronx ExpressWay,  snaturando il quartiere.

Fu proprio questa politica aggressiva a creare caos e malcontento nei residenti, dando vita all’inquietante usanza degli incendi dolosi: i proprietari si assicuravano di pagare l’assicurazione delle proprie case per poi dar loro fuoco ed intascarne i soldi. In questo modo avevano trovato l’escamotage perfetto per fuggire da quei luoghi per ri-insediarsi in un nuovo ambiente: cosa che naturalmente potevano permettersi soltanto i bianchi più benestanti, mentre la restante parte dei residenti fu costretta ad assistere impotente alla distruzione di ciò che un tempo era abituato a chiamare casa. Questa fu la scintilla che innescò una serie di meccanismi auto-distruttivi ed anarchici che purtroppo si perpetrano ancora oggi, con un vertiginoso aumento della criminalità e della povertà nelle zone più povere delle città.

Ci sono dei dischi nella storia delL’Hip-Hop, come Illmatic di Nas e The Infamous dei Mobb Depp, che racchiuderanno per sempre nelle loro tracce la quinta essenza del ghetto.

Sempre da questa innaturale condizione cui la comunità afro-americana è stata costretta ad adattarsi si è dato vita ad un concetto – intraducibile in italiano – che spiega bene quanto sia difficile uscire dai perimetri designati da altri del proprio destino: l’hustling.

Il premio pulitzer McDougall scrisse nel suo libro The Freedom Just Around the Corner come questa parola descriva alla perfezione la necessità di arrangiarsi ai margini della legalità (o ai suoi confini) per garantirsi un avvenire migliore ed una prosperità economica. Ma la vera novità introdotta dallo scrittore fu la distinzione tra l’hustling alla luce del sole e quello nell’ombra. In tale definizione lo scrittore ritrova anche l’essenza dell’americano medio (e forse della natura umana), attribuendo questa concezione anche a coloro che si servono dei propri privilegi per sottomettere chi è più debole: il fine ultimo è quello dell’arricchimento e del vantaggio puramente privato e personale, a discapito del collettivo.

Tra questa malsana categoria McDougall inserisce ovviamente i politici più influenti della sua epoca, tra i quali figura proprio Donald Trump.

Più genericamente invece, l’hustler alla luce del sole è colui che prende le proprie rivincite e legittima il proprio riscatto in quello che la società chiama “spazio vitale”: quello spazio in cui ogni individuo ha la libertà di affermarsi. Tra queste tipologie di riscatto rientrano ovviamente tutte i campi dell’arte e della scienza, passando per l’imprenditoria e lo sport. Sportivi come LeBron James, artisti come Jay-Z  o luminari dell’economia come Roland Fryer sono simboli di questa ascesa sociale che li ha visti lottare contro i pregiudizi e contro un destino apparentemente già scritto.

Proprio Jay-Z ( ancor più di molti suoi colleghi dalle forti ambizioni sociali ma che non sono riusciti a portare avanti la loro legacy) è forse il narratore più sapiente ed edotto dei nostri tempi al riguardo. Nella sua discografia Hova guida la rivincita della sua gente molto più di quanto si possa pensare; non sempre la rima stilosa sulla droga, l’attitude da Padrino e l’ostentazione sono fine a sé stesse. Jay-Z sa bene cosa significa crescere costretti in una realtà che ridimensiona, e per questo la sua missione è quella di guidare il suo popolo dall’alto della posizione privilegiata che ha conquistato: se parlasse esclusivamente di critica sociale, come è accaduto nel suo ultimo masterpiece, forse non sarebbe stato in grado di cambiare le cose come i soldi e il potere gli hanno permesso di fare.

Un altro esempio invece, differente ma complementare, lo si ha con il compianto Nipsey Hussle. Nipsey nella sua Los Angeles era considerato un vero e proprio visionario per alcuni, per altri un folle. Il suo progetto era quello di mantenere la prosperità – guadagnata duramente con il suo hustling – all’interno della propria comunità, nelle strade in cui è cresciuto, con la gente che ha sempre frequentato. Voleva che la riqualificazione urbana ed economica dei distretti nei quali viveva coincidesse con una elevazione morale  e spirituale della gente, che non avrebbe più avuto il bisogno di far la guerra per conquistare un’illusione di pace. Nipsey era un imprenditore di sé stesso prima che un artista, e la sua scommessa  apparentemente persa era quella di cambiare le cose senza dover però mutare prospettiva. La sua tragica fine sembra segnarne la sconfitta, ma la sua rettitudine per la propria missione ha ispirato molti ragazzi americani a credere ancora in quel Victory Lap.

THE WIRE: CAPIRE IL GHETTO

Per comprendere meglio le dinamiche quotidiane del ghetto, le disfunzioni al suo interno e il  rapporto con la parte meno danneggiata e più eguale della società, vi consigliamo caldamente la visione della serie The Wire, firmata da David Simons ed Ed Burns.

Apparentemente il solito poliziesco dalle tinte dark, The Wire risulta essere la più grande analisi della vita urbana dei ghetti e dei grandi temi e sotto-temi sociali e politici che la attraversano, oltre ad esser stata eletta tra le serie meglio scritte di sempre da Writers Guild of America. La serie presenta una scrittura che abbina il realismo alla filosofia pratica e viene studiata ad Harvard al pari di altre come Breaking Bad e The Sopranos. Ambientata a Baltimora, una delle città col più alto tasso di criminalità degli Stati Uniti, The Wire fa della sua ambientazione il vero protagonista delle stagioni,  presentando personaggi, costumi, linguaggi e rappresentazioni fedeli alla realtà, col compito di ritrarre un quadro critico completo della società statunitense. Non è un caso che The Wire abbia cambiato per sempre la qualità delle serie ispirate alla realtà.

Le stagioni siano strutturate nel minimo dettaglio, analizzando delle macro-questioni ad ogni nuovo ciclo: la prima si concentra sul traffico di droga, la seconda sul commercio illegale, la terza sull’apparato burocratico e amministrativo, la quarta sul sistema scolastico e la quinta sui mass media.  The Wire ci permette di avere un punto di vista imparziale, che non si schiera ma che piuttosto preferisce raccontare la realtà come raramente può accadere in un prodotto audio-visivo dai temi così delicati.

Guardare The Wire non vi permetterà soltanto di sviluppare una forte coscienza della diversità che popola gli USA, ma vi proietterà in un mondo profondo e sfumato, dove male e bene sono in eterna contraddizione, dove non esiste il buono ed il cattivo, e la cui composizione antologica – che la fa somigliare molto ad un’opera letteraria – vi terrà parecchio impegnati il cuore e il cervello.

COME UCCIDERE UN USIGNOLO

Anche la letteratura ha raccontato il forte legame che c’è tra la vita del ghetto e le disuguaglianze al di fuori di esso: è la metafora dell’usignolo, come il libro che ne porta il nome. How to Kill a Mockingbird è infatti il libro più rappresentativo della storia del razzismo, studiato ancora oggi nelle scuole e primo riferimento per chi ha la sensibilità di approfondire – con un caso realmente accaduto – il concetto di disparità.  Tradotto in italiano  ne “Il Buio Oltre la Siepe”, il libro scritto da Harper Lee nel 1960 ( quindi durante il periodo caldo dei Right Civil Acts) racconta degli Scottsboro Boys, un gruppo di adolescenti che fu ingiustamente accusato di stupro. Oltre a consigliarvene la lettura, vogliamo spiegarvi anche il perché della metafora legata al ghetto.

Ancora oggi, nonostante ne siano passate di storie drammatiche ma anche di redenzione, la questione ghetto rimane al centro delle controversie della società americana, ma non solo. La maggior parte dei rookie più quotati dell’hip-hop hanno tuttora nei loro testi e nelle loro tematiche la vita di quartiere, con una narrazione che – seppur rischia di stagnare – riflette in qualche modo lo stato attuale delle cose. Dalla new star Polo G, passando per il newyorchese Sheff  G e leggende intramontabili come Chief Keef, il ghetto monopolizza la musica rap con il suo lifestyle, i suoi modi di intendere la vita e la sua mentalità che Fifty espresse alla perfezione a suo tempo: Get Rich or Die Tryn.

Questo purtroppo rischia di spettacolarizzarne la concezione, soprattutto dall’altra parte dell’oceano, dove il distacco del modus vivendi accentua mancanze e riscatti in modo diametralmente opposto. Ma il ghetto rimane oggi una delle più grandi piaghe della società moderna, che rischia di soffocare (a volte letteralmente) i ragazzi che vi nascono, demolendone ogni tipo di prospettiva. È vero che il ghetto è protagonista delle storie più affascinanti del genere, ma anche l’autore dei suoi delitti più orrendi. Perchè nel ghetto non si respira, e a quanto pare, neanche fuori.

Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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