Come il libro di Ta-Nehisi Coates mi ha cambiato.

Quando ascolti per 15 anni un genere come quello del Rap, sei quasi costretto ad un certo punto ad ampliare i tuoi confini culturali. E’ una decisione tanto eccitante quanto necessaria se si vuole capire effettivamente di cosa si sta parlando. Più di ogni altro genere, l’Hip-Hop è strettamente culturale, ogni suo elemento è legato a una storia di origine grande tanto quanto la sensazione di scoperta che si ha nell’ascoltarla.

Anche se in un primo momento i miei mezzi erano limitati, non ho mai smesso di sfogliare l’enciclopedia dietro ogni strofa, concept e artwork con lo scopo di dare un significato sempre maggiore alla riproduzione di ogni disco. Successivamente l’informazione permessami dal web mi ha dato l’opportunità di reinventarmi quando si trattava dell’acquisizione di informazioni.

Internet ha trasformando davanti ai miei occhi il mondo in paese nel momento in cui un’incredibile senatore puntava a diventare il primo presidente nero degli Stati Uniti. Questo mi diede l’opportunità di seguire la storica campagna elettorale da punti di vista inediti rispetto ai soliti canali italiani. Cosa voleva dire il “primo presidente nero”? Perchè era così importante? La sua campagna fu innovativa, senza precedenti, utilizzando piattaforme come VIBE magazine per parlare del suo progetto, del suo “Yes, We Can”. Questo coinvolse il genere che amavo portandolo a creare molteplici canzoni celebrative come My President o History nonché a supportare la sua causa in ogni modo possibile.

Obama Vibe

A quasi un anno dal suo secondo mandato presidenziale, gli Stati Uniti di Obama vengono colpiti da un episodio che li segnerà per sempre, disintegrando la gioia e la speranza che hanno accompagnato l’elezione del presidente nella scorsa decade.

Nonostante la tragedia del 26 Febbraio 2012 mi avesse colpito, ero drammaticamente impreparato sul significato che da lì in poi il volto di Trayvon Benjamin Martin avrebbe avuto agli occhi della comunità nera. Non era una novità, tutt’altro, il concetto marcio dietro al problema era nativo e antico, tanto quanto gli abitanti originari del nuovo mondo.

Come numerosi ads che si moltiplicano giorno dopo giorno: notizie, immagini e video di violente rappresaglie di poliziotti verso gli afro-americani hanno invaso i canali dei miei social ogni giorno, sempre di più. Quegli stessi canali che utilizzavo per approfondire una cultura che mi aveva cresciuto coprivano ciascun accaduto, io cercavo di stare al passo e ogni giorno le verità erano sempre più ampie e dannatamente complesse. Niente di ciò che stava accadendo davanti a uno smartphone o condiviso su un Social Network era nuovo, aveva solo una rinnovata esposizione mediatica. Non sapevo come metabolizzare certi titoli, dichiarazioni, drammi… la super condivisa opera di Shepard Fairy stava sbiadendo così come il concetto dietro di essa.

Ho seguito le imprese di Zimmerman, oltre il limite della più sottile decenza umana ma solo nel Agosto 2014 qualcosa cambiò, sentì un senso di appartenenza che seppur fittizio era più forte che mai. L’immagine di J Cole tra le strade di una Ferguson segnata dal caos per l’omicidio di Michael Brown mi diede un senso di impotenza e al tempo stesso di rabbia che non avevo mai provato prima.

Sei colpi per uccidere, sei colpi per stendere un ragazzo di 18 anni.

Le mille domande che si celano dietro un povero “perchè” alla vista di un assassino con la divisa o di un video cruento ancora oggi vivono nella mia testa e cerco di darne risposta, per quanto mi sia possibile.

Prima ancora della decisione cosciente, cercavo quelle risposte nel subconscio della mia gioventù . È stata proprio la relazione tra e me e gli artisti che stimavo ad avermi alienato da un sistema di convert racism italiano che segnava una linea tra mia madre (straniera) e il paese che ci circondava, per poi spingermi in una rivalutazione delle informazioni che acquisivo nella vita e dalle scuole in particolare.

Per esempio non posso fare a meno di notare di come si fosse dato un enorme spazio temporale e pratico all’analisi dello sterminio dell’ultimo conflitto mondiale mentre le violenze e le perversioni su cui si è eretto il paese più influente al mondo erano concentrate e discusse nel giro di poche lezioni. Con questo non voglio assolutamente privare della dovuta sensibilità le atrocità compiute dalla Germania nazista, ma quando ho aperto la mente e deciso di approfondire l’ipocrisia su cui si basano gli Stati Uniti, mi sono reso conto che stavo ignorando, nel mio percorso di studi, il più grande crimine che fa ancora ombra sulla società in cui vivo e vivranno i miei figli.

Si, il XIII e il XIV emendamento e la Ricostruzione in generale degli Stati Uniti è sicuramente parte dei nostri programmi, ma l’attenzione e la luce che se ne da è così debole da produrre ogni anno migliaia di studenti che dinanzi al corpo inerme di George Floyd non sanno che pensare.

Il problema Americano è il più grande tema che abbia mai toccato la musica che ascolto ed è al momento il più discusso al mondo, non per questo si deve dare per scontato la sua comprensione o addirittura la sua considerazione. Il razzismo è una parola che ancora oggi odio e che ritengo sia insulsa e poco rappresentativa del peso negativo che cova. Viene usata troppo spesso con superficialità, considerata una semplice posizione idealista così come il Covid-19 è stato considerato per settimane un semplice raffreddore.

“io non sono razzista” con relativa motivazione frivola pongono i limiti nel cercare di elevare le proprie conoscenze e spesso capita che ci spinge a incubare gli eventi degli Stati Uniti unicamente nei loro confini.

Tra rime e drums sono stati effettuati i primi statement in grado di colpire il più alienato degli ascoltatori ma se c’è un vantaggio che ho sempre trovato affascinante in questa musica, è la sua capacità di costruire ponti.

Vere e proprie connessioni, tra passato e presente, qualcosa che si legge nei campionamenti e lo si sente nelle rime. Attrezzandomi con le opere dei miei artisti preferiti ho fin da subito sentito dello svantaggio sociale dei neri ma al tempo stesso ne scoprivo l’eccellenza di una cultura che oggi è la principale al mondo, in diversi campi.

Scoprendo Tra Me e il Mondo

La ricerca di punti di vista da identificare e poi analizzare mi ha portato a consumare prodotti e opere di ogni genere, ma Tra Me e il Mondo rimane ancora oggi la risposta più spontanea che possa dare quando mi si viene chiesto un consiglio su un buon libro da leggere.

Ho sempre trovato interessante la penna di Ta-Nehisi Coates, la sua super calcolata ricerca di informazioni (essendo in primis un giornalista), l’immediatezza nell’espressione grammaticale e spesso i suoi catastrofici ma indiscutibili punti di vista. La versatilità in cui tratta le informazioni, rielaborandole in un modo così coinvolgente gli ha dato opportunità che vanno oltre il mondo letterale come scrivere la sceneggiatura del campione di incassi Black Panther (2018).

Nonostante sia indubbiamente il suo libro più popolare, Tra Me e il Mondo è diventato una parte fondamentale della cultura letteraria moderna non solo per risultati e numeri ma anche per la sua capacità di comunicare in maniera viscerale ma al contempo poetica un punto di vista tanto personale quanto prezioso. Dopo diversi contributi al The Atlantic e un primo libro The Beautiful Struggle sottovalutato in un primo istante e rivalutato in un secondo, Tra Me e il Mondo è arrivato nel 2015 in un attimo cruciale, regalandomi momenti di profonda riflessione che mi accompagneranno per tutta la vita.

Quell’immagine di J Cole con gli occhi verso lo stesso terreno che ha attutito la brusca caduta del corpo di Michael Brown era ancora chiara nella mia mente e quando Be Free venne esibita in diretta nazionale al Late Night di David Letterman, sapevo che la mia relazione con l’Hip-Hop e la comunità nera non sarebbe stata più la stessa.

Attribuisco quel momento nella carriera di Cole a Tra Me e il Mondo perchè la distanza di cui tanto parla Coates è un concetto che sono riuscito a vedere (grazie alla musica di Cole) dal lato opposto dell’autore. Un orrendo lato, creato esclusivamente dal colore della mia pelle e dalla storia di un’Unione Europa che ancora oggi va spesso in conflitto con le idee su cui si vanta di essere nata.

L’autore si chiede se l’annuncio televisivo dell’assoluzione dalle accuse dell’assassino di Michael Brown, Darren Wilson, sia stato il momento in cui suo figlio abbia provato per la prima volta quella distanza, ma ammette subito di non volerlo sapere.

“La distanza si fa riconoscere nei più svariati modi. Una ragazzina di sette anni torna a casa da scuola, dove l’hanno presa in giro, e chiede ai suoi genitori: “Ma noi siamo negri? E cosa vuol dire?”. A volte è più sottile, come la constatazione che qualcuno vive lì e fa quel lavoro, e un altro no.”

Coates scrive sottoforma di lettera a suo figlio, dividendo l’opera in tre parti; la sua gioventù in una caotica Baltimora anni 80, la vita dopo la nascita del suo bambino e conclude con un ultima visita alla signora Mabel Jones. Presa diretta ispirazione dalla prima parte del capolavoro The Fire Next Time di James Baldwin, Coates dalla sua Baltimora guarda l’America dal lato che tende sempre a coprire con le sue stesse mani. Incinta dalla nascita di un concetto di popolo compromesso e da un Sogno in cui quelli come me credono sia il cuore delle stelle e delle strisce.

L’autore spiega al figlio entrambi questi concetti, una spiegazione diretta, priva di speranza e con la sola necessità di comunicare consapevolezza. Una vita in cui oltre alla presenza di desideri e aspirazioni, c’è la paura di perdere il proprio Corpo.

Nella maniera più viscerale e materiale, il concetto di Corpo nero espresso da Coates è preso in prestito dalla sua ex-docente, la femminista e dottoressa Eileen Boris nei suoi anni alla Howard. Nello stesso modo in cui Boris concentrava il concetto di donna-oggetto escludendone qualsiasi altra caratteristica se non quella di carne, Coates applica questa viscerale descrizione alla considerazione del suo Corpo da parte dell’America.

Ho pensato al nostro paese quando leggevo del valore di un Corpo nero, ho ricordato di quando da piccolo sentivo dire che alcune delle strade che percorriamo ancora oggi sono state progettate e segnate dall’antico impero romano. Un parallelo effimero con la costruzione delle Americhe, ma necessario se ne si considera la patetica contrarietà. Come mai gli Stati Uniti non possono riconoscere gli essenziali meriti dei Corpi neri che tanto amano soggiogare appena ne hanno occasione?.

Sarà per nascondere come polvere sotto al tappeto l’incredibile ipocrisia di un paese che fa vanto della sua considerazione di libertà e opportunità ma che nel frattempo ha creato un sistema complesso ed efficace di schiavitù immettendo un numero di vittime perso nella storia? Se così fosse, come mai allora i mali di questi momenti tornano, e sono lì sui nostri cellulari?.

Mentre ricercavo le informazioni che attingevo dalla lettera di Coates, alcune di queste domande ritornavano nel retro del mio cervello ma questa volta avevano qualcosa di molto vicino al concetto di risposta.

Il titolo del libro di Ta-Nehisi è preso in prestito da una delle più potenti opere di Richard Wright, entrambi sono legati da un momento che li ha spezzati e distaccati dal mondo in cui vivono. Per Coates quel momento è rappresentato dalla scomparsa del suo ex collega Prince Jones.

Ciò che rende unico quell’episodio è dato dal fatto che quella che è stata un’altra vittima della polizia americana, aveva conosciuto l’autore in uno dei posti più rivelatori in cui avesse messo piede. La Howard fondata nel 1867 è probabilmente l’università nera più illustre degli Stati Uniti, nonostante non avesse mai finito gli studi, Coates trova lì una comunità di persone che lo stimola e lo ispira a tal punto da riferirsi a loro come alla Mecca.

Tra compagni di vita e primi amori vi era anche Prince Jones, uno dei favoriti dell’università, il classico ragazzo di cui sei invidioso quando le cose non ti vanno per il verso giusto e vorresti scappare nel corpo di qualcun’altro.

Per Coates osservarlo era un piacere, sapeva della sua famiglia per bene, del suo probabile futuro roseo eppure viene strappato dalla vita da qualcuno a cui verrà permesso di tornare al lavoro come se niente fosse accaduto. La vicenda tormenterà Coates per tutta la vita, un evento che ricorda e associa al 11 settembre 2001 (accaduto tempo dopo) e alle differenze nel concetto di giustizia nella società americana. Nonostante ne abbia scritto in diversi momenti della sua vita, la vicenda di Prince Jones trova un seguito da parte di Nehisi nel finale del suo libro, quando decide di andare a trovare la madre del suo ex-compagno.

La speranza infondata del Sogno.

Nel momento in cui Ta-Nehisi descrive il Sogno (senza mai scrivere Americano) mi rendo conto di un ennesimo fattore che pone le distanze tra noi e gli eventi di questi giorni. Gli Stati Uniti hanno fatto un ottimo lavoro nel costruire una grande pubblicità, una di quelle talmente convincenti che anche chi ne fa parte come attore crede ad ogni singola parola del copione. Noi, da Europei e in particolare da Italiani ci siamo bevuti questa immagine, un’assorbimento culturale iniziato quando ormai gli USA avevano già manipolato la storia della sua architettura politica e sociale. Folgorati dalle sue promesse, siamo rimasti ad ammirare e a sognare il paese delle possibilità, della casa sull’albero nel giardino, delle skyline vertiginose e dei ponti “come nei film”.

Questo ha posto un filtro spesso tra noi e una realtà ben diversa, una di quelle che vive in un sistema che chiama ghetto con disprezzo il risultato di una drammatica segregazione razziale e che ha cercato in ogni modo di caricaturalizzare le culture delle minoranze.

“Ho visto quel sogno per tutta la vita. E’ una casa perfetta, con un prato ben tagliato. E’ il barbecue del Memorial Day, le associazioni di quartiere, il vialetto d’accesso per la macchina (…) per così tanto tempo ho desiderato potermi sentire al sicuro nel mio Paese come se fosse una coperta stesa fin sopra la testa. Ma per me non è mai stato possibile, perchè il Sogno poggia sulle nostre schiene, con i nostri corpi come lenzuola.”

Ma una cultura ha effettuato un percorso imprevedibile, uno che è uscito fuori fino a condurre me a parlare di un libro come questo. L’Hip-Hop si è spostato da città in città, nazione in nazione, sopravvivendo ad ogni era del consumismo musicale fino ad arrivare ad oggi, in cui è uno dei  motori principale di condivisione del più grande movimento della mia generazione, Black Lives Matter.

Rileggendo Tra me e il mondo anni dopo, ho evidenziato grazie all’aiuto di capolavori moderni come DAMN ulteriori elementi dell’opera di Coates.

La stessa paura che lo ha accompagnato nel sentirsi vulnerabile in ogni angolo del suo vicinato, in ogni città che abbia mai visitato è uno dei temi più suggestivi del ultimo lavoro di Kendrick Lamar.

I’ll prolly die from one of these bats and blue badges, body-slammed on black and white paint, my bones snappin’

Le esperienze tra il rapper e Coates sono tanto diverse quanto parallele, e FEAR per me ha rappresentato un punto di connessione immediato sin dalla sua uscita nel aprile 2017.

Un anno prima però, la cover di American Skin (41 Shots) di Bruce Springsteen cantata da Mary J. Blige e Kendrick fu un silenzioso ma emozionale momento di sensibilità che se da un lato rappresentava una reinterpretazione che aggiungeva valore alla composizione originale dall’altro demoralizzava per il soggetto delle sue denunce, ancora qui tra noi, più vivo e letale che mai.

“80% of the victim was yours, maybe i get to relive years of war, look on the corner we been here before, look at the momma, you seen tears before?”

Entrambi questi due esempi musicali smontano come le parole di Coates il tanto celebre Sogno, spingendo l’ascoltatore alla ricerca di una nuova versione degli eventi messa a disposizione dalla cultura di massa che lo include.

Un libro per iniziare.

Mentre presi dal momento condividiamo immagini nere, scatti e video delle rivolte che a macchia d’olio stanno coinvolgendo diverse parti del globo cerchiamo di andare fino in fondo. Non finirà con una singola rivolta ne con un singolo libro e tantomeno con un disco. Il razzismo, l’ineguaglianza è nascosto come un virus nei nostri geni e questo ci implica di doverlo sradicare da più lati.

Tra Me e il Mondo rimane un’incredibile occasione per incominciare ad estendere la nostra sensibilità e contrarietà al male che ha premuto sul collo di George Foyd e su quello di milioni di bambini, donne, uomini neri nel corso della storia. Una suggestiva occasione per iniziare ad approfondire le opere di altri giganti della letteratura nera come Maya Angeou lo stesso James Baldwin, Amiri Baraka fino ad analizzare anche i punti di vista più controversi di Ralph Ellison.

Solo la conoscenza e la consapevolezza dei nostri diritti e il vantaggio che ne traiamo, e per questo diamo spesso per scontato, può condurci sulla giusta strada. Un percorso che non conosce destinazione ma non per questo non abbiamo il dovere di doverlo intraprendere. Costruire il futuro include conservare il passato per quanto sia atroce, e creare punti di vista personali che si elevano dal solo sistema scolastico e dalle informazioni che acquisiamo giorno dopo giorno da terzi, è nostro dovere.

Del resto è sempre stato qui l’inizio di questa strada, nella musica che tanto amiamo e osanniamo, Tra Me e il Mondo con la sua crudezza narrativa e la sua accessibilità potrebbe essere un nuovo punto di svolta per molti di voi, come lo è stato per me.

it’s time for us as a people to start makin” some changes, let’s change the way we eat, let’s change the way we live – Tupac Amaru Shakur

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Grafica di Mr. Peppe Occhipinti.

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