Per la rubrica “Back In The Days” analizziamo l’album di debutto di Mos Def, Black On Both Sides.

Say It Loud, I’m Black and I’m Proud”, cantava James Brown, il Padrino del Soul, nel lontano 1969. Uno slogan di cui si sono appropriati milioni di neri in tutto il mondo e che, nel mondo della musica, ha ispirato decine e decine di artisti. È tutto all’insegna dell’orgoglio nero militante l’album di esordio di Mos Def, Black On Both Sides, rilasciato dalla Rawkus Records assieme alla Priority Records. Dante Terrell Smith – vero nome del rapper di Brooklyn, che dal 2012 si farà chiamare Yasiin Bey a testimonianza della sua fede musulmana – ha alle spalle il progetto in collaborazione con Talib Kweli, Black Star, quando pubblica (siamo nel 1999) il suo debutto da solista.

Un disco a tratti eccelso, per profondità dei temi trattati, ricchezza dei suoni e pathos. Unica, vera pecca la lunghezza eccessiva (71 minuti), evitabile col taglio di 3-4 pezzi non particolarmente riusciti. Dettagli. Perchè in questo lavoro Mos Def, MC dalla tecnica eccellente e dallo stile inconfondibile, dà il meglio di sé. Al punto che, nei successivi dischi, non riuscirà più a replicare la stessa magia, accusando, anzi, pure qualche battuta a vuoto. ‘Ospitate’ a parte nei dischi di mezzo hip hop a stelle e strisce, quelle sì quasi sempre di altissimo livello.

In Black On Both Sides, Mr. Smith rappa, canta (e lo fa anche piuttosto bene, dote molto rara tra i rapper), produce e suona vari strumenti. All’epoca dell’uscita il disco fu promosso tanto dalla critica (diventando nel giro di qualche anno un classico dell’hip hop) quanto dal pubblico: le vendite fruttarono all’autore il disco d’oro della RIAA, l’Associazione Americana dell’Industria Discografica. Insomma, un trionfo completo. Si diceva della ricchezza del disco: una ricchezza tematica, sonora, ‘atmosferica’.

UMI Says è forse il brano top: Mos Def, qui anche in veste di coproduttore, modula la voce e vola alto, altissimo. “I ain’t no perfect man / I’m trying to do, the best that I can / With what it is I have” (“Non sono un uomo perfetto / Sto cercando di fare il meglio che posso / Con quello che ho“): è il canto del rapper newyorkese, che invoca la libertà per il suo popolo. “I want black people to be free”, ripete come un mantra all’inizio del bridge, in un pezzo ormai senza tempo.

Una soul ballad che ricorda certi brani di Kamaal The Abstract, album di Q-Tip uscito nel 2009 (dopo varie peripezie), e che può contare sull’apporto di Weldon Irvine – compositore, drammaturgo e poeta di livello, oltre che musicista jazz – all’organo Hammond e dell’allora 24enne Will I Am dei Black Eyed Peas al Fender Rhodes.

Irvine ricompare al piano in May-December, la splendida traccia strumentale che chiude l’album. Mos Def, qui in veste di bassista e vibrafonista, sforna un pezzo che appare come una sorta di riedizione di Summer Madness, classico dei Kool & The Gang. In Love, che spicca per il testo forbito, Mos cita esplicitamente un classico dell’hip hop come I Know You Got Soul di Eric B & Rakim: “I start to think, and then I sink / Into the paper, like I was ink / When I’m writing, I’m trapped in between the lines/ I escape, when I finish the rhyme”.

Più o meno sulla stessa falsariga si muove Got, altra super traccia, prodotta da Ali Shaheed Muhammad, dj degli A Tribe Called Quest: ad una strofa classicamente rap fa da contraltare un inciso più di atmosfera. Impossibile, invece, tenere la testa ferma con pezzi come Know That e Mathematics.

“Elvis Presley ain’t got no soul”

“Jimi Hendrix is rock and roll”

“You may dig on the Rolling Stones”

“But everything they did they stole”

Nel primo brano la premiata ditta Mos-Talib fa vedere di cosa è capace grazie al flow di entrambi e ad una base relativamente semplice ma trascinante, costruita attorno ad un sample di Anyone Who Had a Heart di Dionne Warwick.

In Mathematics (uno dei brani più conosciuti di Mos Def), che può contare sulla produzione di un maestro del genere come DJ Premier, l’artista punta il dito contro l’establishment americano: “The white unemployment rate is nearly more than triple for black”, ovvero “Il tasso di disoccupazione bianco è quasi più del triplo per il nero”. Un atto di accusa alla Spike Lee, al servizio di una vis polemica che ritroviamo, su un versante completamente diverso, in Rock N Roll. “Elvis Presley ain’t got no soul / Jimi Hendrix is rock and roll / You may dig on the Rolling Stones / But everything they did they stole”: tradotto, “Elvis Presley non ha anima / Jimi Hendrix è rock and roll / Puoi puntare sui Rolling Stones / Ma hanno rubato tutto ciò che hanno fatto”.

Per Mos Def i veri alfieri del rock sono i neri: artisti come Chuck Berry, Little Richard, Bo Diddley e Jimi Hendrix, non certo i bianchi Elvis e Stones. Una visione black e afrocentrica di cui è permeato l’intero album, che si apre – a proposito di cultura afro – con un campionamento di Fela Kuti, per una riflessione sul vero significato dell’hip hop. Un genere di cui Mos Def è indiscutibilmente uno degli interpreti più illustri.

In Black On Both Sides il Nostro tocca delle vette altissime: riflette, accusa, incita, sorretto da un’ispirazione quasi sempre al top. Un’ispirazione che in seguito, come già sottolineato, vivrà fasi alterne. Ma in quella fase, la prima, il rapper newyorkese lascia un segno che non verrà più cancellato.

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