Un libro sulle storie distopiche di un futuro assente o, semplicemente, di come la trap racconta il disfacimento di una società.

Trap: storie distopiche di un futuro assente è un libro di UFPT uscito a marzo di quest’anno, e analizza la trap più come fenomeno che come genere musicale vero e proprio: origini, cause ed effetti, con un’attenzione particolare al territorio italiano.

Più che essere schematicamente diviso in argomenti, il libro è tenuto insieme dal punto di vista dell’autore seguendo “un flusso improvvisato”, come preannuncia fin dalle primissime righe. L’introduzione delinea le premesse che daranno poi forma al libro: la società consumista e accumulatrice in cui siamo immersi, il capitalismo e i suoi ritmi frenetici, la corsa al denaro e la politica dell’usa e getta, in un’imprescindibile connessione con la trap, perché di tutto ciò la trap è il risultato.

Dopo un ripasso iniziale sulle condizioni socio-economiche e il contesto culturale in cui l’hip hop e conseguentemente la trap vengono al mondo, si citano le figure cardine di Dj Screw e i Three 6 Mafia. Proprio parlando di Dj Screw, morto per un mix letale di codeina, valium e PCP, entra in gioco il punto di incontro che lega la figura del trapper ad uno specifico tipo sostanze.

“La facoltà di essere liberi di scegliere la propria dimensione temporale è diventato un privilegio riservato a coloro che se lo possono permettere. Gli altri, costretti a vivere con il traguardo lavorativo, non possono far altro che trovare metodi alternativi per potersi isolare dalla routine settimanale. Ed è così che nascono i disturbi dell’umore, ed è così che si entra nel ciclo degli psicofarmaci, esempio perfetto della propaganda consumistica e altro elemento di punta del fenomeno trapper.”

Per quanto riguarda l’Italia, l’autore prende in esame la centralità di Roma e Milano, che da capitali opposte e complementari della vecchia scuola, sono tornate a farsi punti nevralgici della nuova. Vengono analizzate le realtà della Dark Polo Gang e di Sick Luke, di Charlie Charles e Sfera Ebbasta, Ghali, poi Tedua e Izi a Genova, e le interviste a varie altre realtà più o meno grandi sparpagliate sul resto del territorio contribuiscono ad una visione più ampia di cosa sta succedendo qui da noi: i Malacalle e Franco Franco da Prato, gli Slyther Clique da Livorno.

Ciò che qui ho trovato particolarmente interessante, è stato il tentativo di dare una spiegazione ben precisa a quello che in Italia ha portato una vastissima quantità di giovanissimi a rimanere assuefatti dal genere, lasciando alquanto perplessi un altrettanto vasto numero di genitori, incapaci di entrarci in contatto. Se negli Stati Uniti il luogo seminale del genere è quello delle trap house e dei quartieri malfamati di Atlanta, in Italia il genere ha preso possesso delle camerette di teenagers e pre-adolescenti:

“Le nuove fantasie sonore vengono molto apprezzate nelle scuole elementari, medie e superiori, quindi post millenial freschi di istruzione primaria. Discendenze abituate – fin dalla nascita – ad ascoltare il caos disperso nell’aria, con le orecchie sempre tappate dai rumori odierni e passati, senza sosta; in casa, in macchina, al supermarket, negli outlet, ma anche davanti agli schermi della televisione, dei pc e degli smartphone, sempre accesi, sempre connessi, un pot-pourri di suoni in bassa definizione.”

Quello che penso sia il filo conduttore del libro, è un’aurea apocalittica che si staglia per tutte le 167 pagine, la rassegnazione al fatto che questo linguaggio non può farci uscire dal tunnel della distruzione verso cui siamo diretti, ma può solo accompagnarci mentre ci avviciniamo sempre di più:

“Se i metallari e i discotecari, per quanto nichilisti ed edonisti, potevano disporre della convinzione che in un futuro più o meno prossimo le cose sarebbero potute cambiare, oggi, di fronte a un’apocalisse climatica assimilata e percepita come inevitabile (che lo sia o meno, per questa riflessione, non è rilevante), la fiducia cieca nei “giorni migliori” è quasi sparita. E forse anche un po’ fuori luogo.”

La postfazione di Vibrisse (Cristina Ruggeri e Andrea Migliorati), pur delineando ancor più nettamente questo aspetto, è particolarmente interessante per le riflessioni fornite sulla questione del sessismo nel genere, da cui emerge che trap e femminismo sono tutt’altro che inconciliabili, e più alto sarà il numero di soggettività LGBTQ+ in gioco, più saranno alte le possibilità di veicolare un linguaggio nuovo e inclusivo, per tutti e tutte.

Il libro si chiude con una sentenza: la trap non ha nessun futuro. Proprio come le tracce in continua uscita, fagocitate e rigettate subito dopo, la trap è destinata a collassare su stessa come il sistema da cui è scaturita, è destinata a spegnersi in fretta come la vita degli artisti stessi. Ma la portata mondiale del fenomeno e la sua potenza costituiscono ancora la valvola di sfogo di una generazione intera, sia per chi crea che per chi consuma, e provare a capirne i meccanismi è indispensabile per decifrare i codici dell’epoca che stiamo attraversando.

“Siamo in crisi: se non altro abbiamo trovato la colonna sonora perfetta.”

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Sfera Ebbasta

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