Dopo un attento ascolto abbiamo selezionato per voi le migliori barre di Infernum: il viaggio nell’inferno di Dante di Claver Gold e Murubutu.

Il 31 marzo è uscito Infernum, prima fatica congiunta di Murubutu e Claver Gold. E non poteva essere diversamente: per potersi immergere nell’Inferno da vivi, la storia della letteratura ci insegna che bisogna essere in due. Come Odisseo con Tiresia, come Enea con Sibilla cumana, come Dante con Virgilio e di conseguenza: come Claver Gold con Murubutu.

Due penne che ci hanno abituati a testi metricamente ben riusciti, su beat che rendevano un’ambientazione alle parole, ai sentimenti narrati o descritti. Non si può scrivere di questo disco se non dopo averlo ascoltato più e più volte, aver sfogliato manuali di letteratura, aver ripreso quel volumetto con commento per ogni canto, perché la densità dei contenuti ha raggiunto livelli molto alti. E allora lasciatemi la licenza di poter invocare l’aiuto di qualcuno: “O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate; o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, qui si parrà la tua nobiltate”.

“A passi lenti fra gli ulivi e bivi decisivi
Tocca sfidare i morti per poi sentirci vivi
tocca saltare i corpi, tocca schivare i corvi,
trovare un senso tra i motivi, vivo in tentativi.”

Apre così il disco Claver Gold, in Antinferno. Siamo al di qua dell’Acheronte. In lontananza si scorge Caronte, il traghettatore di anime. Non siamo ancora nell’Inferno dantesco vero e proprio e già, però, si può intendere il viaggio che ci aspetterà. Tra le “diverse lingue e orribili favelle”, fra “pianti ed alti guai”, come ci ricorda Davide Shorty nel ritornello, bisogna stare attenti ai corpi, ai corvi.

La bellezza di quest’album è nel suo essere capace di riprendere la materia trecentesca e renderla assolutamente attuale. E così, quella che potrebbe sembrare la raffigurazione di un Inferno che è soltanto letterario e metafisico e lontano, diventa in realtà quel cammino che tutti compiamo: la nostra vita. Una vita vissuta ricercando un senso, tentando di darglielo, cercando di schivare i corvi, quei corvi di cui parlava Van Gogh nelle lettere a Theo. È Murubutu a presentarci gli abitanti dell’Antinferno.

“Sono morti senza polsi, senza opporsi,
senza porsi scopi e sogni,
anche se vivi già vuoti e ignari,
anche se vivi già morti: ignavi”

Coloro che in vita non decisero, gli ignavi, talmente tanto dannati e inclassificabili da essere rifiutati dagli abitanti stessi dell’Inferno i quali, almeno, scelsero la via del peccato. Dante non li nomina, neanche quando scorge fra essi Celestino V, e che Murubutu non si esime dal nominarlo insieme ad altri ignavi che rifiutarono le scelte a loro offerte, invitandoci, con un imperativo, a scegliere, a non seguire la loro strada (“Vedi tu di chi fu il gran rifiuto e scegli:/ Celestino, Esaù, Giano o Ponzio Pilato?”).

Coloro che non scelsero, gli ignavi, i reietti dell’Inferno, coloro che neanche le bestie più deplorevoli vogliono fra loro. La scelta è nella Commedia un tratto non marginale, Dante gli conferisce grande importanza: come, infatti, destinare le anime ai propri cerchi se non valutando le loro colpe e scegliendo per loro quale sorte affibbiargli? E’ Minosse il giudice dell’Inferno, colui che ‘giudica e manda secondo ch’avvinghia’.

E Minosse è il nome del brano che ci porta nel V canto, II cerchio. Claver Gold e Murubutu si interrogano “in quale modo puniranno quei peccati miei?” È il cerchio dell’ ‘amor ch’a nullo amato amar perdona’ di Paolo e Francesca. C’è un brusio di fondo del canto che ci lascia intendere come entrambi siano preoccupati di essere giudicati per il troppo amore riversato nelle loro passioni.

“Per me che ho amato così forte da perdere il fiato,
quale pena han riservato per l’amore di un dannato?
Per me che ho odiato così poco da non farci caso,
genocidio, Pietro Maso, masticato in abomaso.”

Claver Gold è un uomo-peccatore che ammette di aver amato fino a perdere il fiato, proprio come Dante, che di fronte a molti peccati proverà un gran terrore, riconoscendo in cuor suo di averlo commesso, temendo di finire fra queste malebolge. Sembra chiedersi se davvero una passione smisurata sia un peccato da punire, se possa anche superare il pregio di aver odiato poco in vita sua, al contrario di chi, come Pietro Maso, accecato dall’eredità dei suoi genitori, li uccise.

Le anime dell’Inferno pagano una pena che è un contrappasso del proprio peccato: così come, e li citerà Murubutu, gli indovini, rei di aver sempre visto in avanti, saranno condannati a vivere con la testa rivolta all’indietro, Claver Gold sembra cedere al suo destino:

“io che annusavo i suoi capelli e raccoglievo i fiori
sarò costretto per l’eterno a non sentire odori”.

Diversa è invece la preoccupazione di Murubutu.

“ed io che amavo questa lingua e il modo come suona,
il suono d’ogni nota, ogni sua strofa in prosa,
lettere erette, qui elette nella dialettica,
io devoto alla parola, luce dell’aurora.
Sarò punito per millenni a stare senza verbi,
finito in questi inferni senza versi, lemmi e termini,
ai bordi degli inverni dello storytelling
mentre campo, mentre canto, mendicando una parola nuova”.

Egli teme per la sua vocazione più grande: la scrittura. Quella che la notte, come abbiamo visto in Tenebra è la notte, gli tiene compagnia, rischia di essergli tolta per sempre nell’Inferno. E si immagina mendicante di parole nuove per esprimere quello che ha in mente, metterlo in rima, lui che come Dante ama e ricerca anche una determinata sonorità nei suoi pezzi (basti guardare le allitterazioni nel verso “lettere erette, qui elette nella dialettica”).

Ai pezzi più intimi si contrappongono canzoni descrittive, legate al mondo dantesco. È il caso di Malebranche, che prende il nome dagli omonimi diavoli che dominano nel paesaggio della quinta bolgia. Qui sono puniti i barattieri, coloro che sfruttarono le cariche pubbliche per la compravendita di privilegi, costretti a vivere la propria pena immersi nella pece bollente, con la supervisione di questi diavoli che non gli permettono di riemergere.

“Per ogni dannato che emerge dall’olio, un demone plana e distende le ali
e ogni malnato riemerso dall’orlo, un diavolo chiama i suoi cani randagi.
Ad ogni carica sveglia la bestia che resta là in veglia sopra la quiete
e ad ogni anima messa là immersa pressa la testa sotto la pece”.

Il beat e il ritmo della canzone sono molto incalzanti, lo scenario che si palesa di fronte ai due maestri è effettivamente demoralizzante e spaventoso.

“Questi colleghi che non salutan la gente
la vita gli ha dato tutto, non han paura di niente,
perché non temono il lutto, saranno “ricchi per sempre”,
sono costretti a nuotare dentro ad un mare di pece bollente”.

E’ evidente una critica alla contemporaneità, legata al denaro che modifica l’essenza degli uomini. Se la durata, come sostiene Henri Bergson, è la forma delle cose, questo pezzo ne è la prova: non possiamo misurare quantitativamente un intervallo di tempo, ma dobbiamo rimetterci alla sua estensione soggettiva. E questo pezzo, che dura soltanto tre minuti, ma è uno tra i più estesi a livello contenutistico, anche una volta terminato, continua a dar forma a ciò che riusciamo a vedere nella nostra mente. Ancora una volta, come sosteneva Bergson, psicologia e filosofia dovrebbero andare oltre la misurabilità quantitativa.

Fra tutte, la più emozionante e cupa è sicuramente Pier. Si tratta del canto XIII, nel Girone II del Cerchio VII. Dante incontra Pier Delle Vigne, reo di essersi suicidato. Il pezzo potrebbe essere dedicato ad un qualsiasi ragazzo, sofferente per l’insoddisfazione della vita, per la noncuranza delle altre persone nei suoi confronti. Pier, un nome, tutti i suicidi.

“Tu ti sei chiuso dentro un guscio di paure e stanco,
non hai la forza di lottare e tornane nel branco,
non hai più voglia di sedere solo su quel banco
quando nessuno si nessuno vuole starti accanto”.

E’ la morte dell’identità, il non essere riconosciuto che condanna Pier. ‘Nessuno chiama per sapere ciò che stai vivendo e fissi lo schermo così a fondo quasi ci entri dentro’. Riprendendo Liliana Segre, niente uccide più dell’indifferenza. Spesso vengono sotterrati i significati nascosti dietro le parole sotto il suono di una pacca sulla spalla, che risuona come un ‘Vai tranquillo Pier, che ce la fai’, risposte banali per chi sta ‘cercando il coraggio per volare via’.

“Ogni mattina chi mi invidia, chi mi insidia, chi mi umilia
poi bisbiglia tra i maligni, cento, mille volte!
Troppe botte sulle costole, sputi e ed i calci,
gli insulti degli altri, fra tutti i miei pianti,
sempre solo contro loro negli occhi gli sguardi:
se mi muovo capto l’odio, le parole hanno moli giganti”.

I suicidi, coloro che per porre fine alle proprie pene, ne portano agli altri. Come ai propri genitori. E infatti il nostro Pier si congeda dal mondo così.

“Quindi mamma scusa tanto, non sono felice,
il mio cuore prende il largo da ogni sguardo ostile,
nella stanza, sul mio banco, all’alba giù in cortile
oggi non ci sono più, c’è un albero di vite…”

Chiede scusa alla madre, prende la spinta, si lancia. Di sé non rimane più nulla. Il contrappasso lo ha trasformato in un albero di vite.

In Lucifero finalmente cominceremo a vedere Gerusalemme, in un cammino che, senza accorgercene, si era capovolto. Dalla discesa siamo passati al risalire la china verso il secondo mondo, il Purgatorio. Chissà se Infernvm sarà l’unico disco o se si tratta del primo di un trittico di dischi ispirati dalla Commedia del Sommo Dante. Certo è che Claver Gold e Murubutu hanno contribuito ad innalzare, con questo disco, il livello della scena rap italiana in modo significativo.

Chissà quanti ragazzi si avvicineranno alla letteratura italiana classica dopo aver ascoltato questa che ho definito “fatica congiunta”. Perché se il sapere deve essere erotizzato per potervi accedere con passione, allora questo può essere un buon proposito per andare a prendere i ragazzi laddove risiedono i loro gusti culturali e avvicinarli al classico.

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