Varcare i confini: Ulisse di Claver Gold e Murubutu, una delle perle di Infernum.

L’associazione tra rap e poesia – sulla quale, nel 2009, si reggevano centinaia di pagine Facebook infarcite di citazioni goffamente profonde – mi ha sempre fatto storcere il naso, perché fa passare l’idea per cui, per dare dignità al rap, lo si dovesse necessariamente paragonare ad altro, come se da solo non valesse abbastanza. In alcuni casi, però, il legame è così evidente da non poter essere ignorato.

Sono quelle le volte in cui ci troviamo davanti a due codici – uno relativamente giovane, il rap, e uno con millenni di tradizione, la poesia – che dialogano tra loro. Nel caso di Infernum di Murubutu e Claver Gold, la vicinanza a un altro tipo di versi – gli endecasillabi, nella fattispecie – e alla poesia costituisce l’essenza del nuovo disco di casa Glory Hole Records, che, come suggerisce il titolo, si presenta come un concept album sull’Inferno di Dante.

Non solo, quindi, il legame con la poesia è volutamente sottolineato, ma i due artisti si confrontano proprio con il classico per eccellenza della letteratura italiana. Tutto ciò impone sia una responsabilità notevole, quella di tenere viva la “fiamma della tradizione”, che il dovere di mantenere anche un alto standard formale. È evidente, quindi, come in Italia non ci fossero due rapper più adatti di Claver Gold e Murubutu a un lavoro simile. Il frutto è un disco che non vuole essere, ovviamente, un rifacimento, ma un omaggio, che sposta l’asticella verso l’alto sotto qualsiasi punto di vista.

Uno dei momenti più interessanti del disco è Ulisse, che riprende il ventiseiesimo canto dell’Inferno, ambientato nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, tra cui, appunto, Ulisse, in uno dei passi più celebri di tutta la Commedia.

La cura formale ha sempre contraddistinto i lavori di Claver Gold e Murubutu, e Ulisse non è assolutamente da meno. L’attenzione principale, com’è giusto che sia, riguarda le figure di suono, in particolare allitterazioni (cioè la ripetizione di una stessa lettera o sillaba) presenti lungo tutto il testo:

“Io che vidi le eclissi, che avvinsi Calipso, che vinsi gli abissi fra gli istmi mai visti, che vinsi e sconfissi, sì, Scilla e Cariddi”.

Le capacità evocative dei due rapper, poi, vengono fuori tramite analogie e metafore. Così Murubutu apre il brano con un richiamo al rumore del mare sulle navi (“Il mare scrive, canta rime al rostro delle barche”) e Claver Gold descrive con un’immagine altamente significativa i rimpianti di Ulisse (“Dove ogni sbaglio era un bagaglio ricolmo di niente”).

Una delle figure retoriche più d’impatto è la sinestesia, che consiste nell’accostare due elementi che riguardano sfere sensoriali diverse. Così Claver Gold con “Là dove voci di sirene offuscano la mente, il mare si farà bollente e il ricordo latente” gioca con il suono prodotto dalle sirene e la sensazione tattile del mare bollente. Allo stesso modo Murubutu con “Visione nitida, ho visto me stesso e l’isola, le prime ore là il sole scaldava Itaca. Dentro il mio cuore ogni rotta s’è fatta effimera e muta la nostalgia qui in una speranza liquida” si muove tra vista, tatto e suono per riprodurre le sensazioni di Ulisse deciso a proseguire il suo viaggio.

Trattandosi di rap, ovviamente, l’attenzione maggiore va posta sulle rime e sulla loro gestione, e in quello Murubutu e Claver Gold mostrano la loro capacità e la cura formale che ben si addice a un pezzo così impegnativo. Le strofe, infatti, sono ricchissime di rime e assonanze interne (“Esseri umani come schiavi dentro navi cargo, nel porto gelido letargo come in un embargo”) che danno ancora più slancio a un pezzo già molto movimentato con i continui passaggi tra i due rapper.

Paolo e Francesca Claver Gold Murubutu

Se, però, il riferimento culturale è la Divina Commedia, cioè il poema simbolico per eccellenza, allora il vero quid del brano andrà ricercato proprio nei simboli.

Già la scelta del ventiseiesimo canto è interessante. Qui Ulisse è punito avvolto da una lingua di fuoco a due punte, la seconda delle quali “ospita” Diomede, altro personaggio della mitologia greca. L’eroe di Itaca, quindi, racconta il suo destino (secondo l’invenzione dantesca). Tornando da Troia, invece di dirigersi direttamente a casa, si era spinto oltre le Colonne d’Ercole, mosso dalla sete di conoscenza e dalla voglia di giungere dove nessuno era mai giunto. Qui, così, si era ritrovato davanti alla montagna del paradiso terrestre, prima di essere travolto dalle onde sorte per punirne la hybris.

È questo, infatti, il termine fondamentale, ripreso anche da Murubutu, traducibile con “tracotanza”: per i Greci ci si macchiava di hybris quando si tentava di andare oltre i limiti della natura umana, con una connotazione evidentemente negativa. Ma, come anche Dante mostra empatia per Ulisse – cosa quasi unica nell’Inferno – per il valore dato alla conoscenza, allo stesso modo Murubutu e Claver Gold trasformano la hybris in una spinta positiva.

Anzi, il simbolo che unisce Ulisse e i due rapper sta proprio nell’interpretazione dei confini, visti come stimoli e non come limitazioni. Come l’eroe greco guadava alle Colonne d’Ercole attratto dall’idea di essere il primo a superarle, allo stesso modo gli autori di Le notti bianche guardano al rap italiano, decidendo di spingersi lì dove nessuno si era spinto per tematiche, modelli di riferimento e ricercatezza.

Per tutto il brano vengono descritti con estrema precisione filologica i momenti della vita di Ulisse – da Penelope a Calipso, passando per Scilla e Cariddi, fino a Polifemo e Circe – con toni che oscillano costantemente tra il dolore e la malinconia. L’Ulisse del brano è divorato dai suoi “sensi che hanno sempre sete”, con un’insoddisfazione permanente che fa vedere il Mediterraneo come una pozza. Una volta esaurite le avventure da compiere, sulle coste restano “muti/bruti”. Così, con una rima molto decisa, chi non è mosso dalla voglia di conoscere è rappresentato come un semplice spettatore, per il quale l’acqua è un ostacolo e non una rete che collega, e che non comprende a tal punto da non avere neanche cose da dire, restando appunto muto.

Murubutu Claver Gold

Così Claver Gold e Murubutu, in quella piccola pozza che è il rap italiano – che a volte ha i suoi mostri come Scilla, a volte fenomeni che per un po’ stregano come Circe, altre dei momenti di assoluta bellezza come Calipso – si muovono veloci lì dove sembra che a dominare sia la stasi. Rispetto a loro gli altri sembrano avere poco da dire. L’elemento fondamentale per comprendere e apprezzare Ulisse e Infernum sta proprio nel legame tra i due rapper e il personaggio dantesco. Il brano e il disco, infatti, non sono ovviamente le uniche espressioni notevoli del rap italiano – ci mancherebbe altro -, ma, come l’Ulisse di Dante ha l’ignoto come stimolo, allo stesso modo Murubutu e Claver Gold hanno il merito di aver allargato i confini degli argomenti possibili per il rap.

Prima di quest’album nessuno avrebbe pensato fosse fattibile mettere la Divina Commedia in quattro quarti, non in terzine, in maniera coerente e consapevole dei due codici di riferimento. Infernum ha ridefinito ciò di cui il rap può o non può parlare, si è spinto dove nessuna imbarcazione era mai stata, ha portato “al limite il sapere in terre senza gente”. Ulisse, invece, ha spalancato le Colonne d’Ercole del rap italiano, le ha fatte completamente saltare: il nostro Mediterraneo è stato inondato da un rap che, sì, questa volta possiamo chiamare poesia.

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