Una bella intervista ad Hyst assieme ai ragazzi dei Collasso in occasione dell’uscita del nuovo brano Se Ci Vedessero Gli Alieni.

Se ci vedessero gli alieni, cosa penserebbero di noi? Domanda mai più calzante come in questo periodo storico dell’intera civiltà umana. Su questa mega scacchiera geopolitica traballante ormai sembriamo solo tanti piccoli pedoni che aspettano di essere mangiati dalle altre figure possenti del celebre gioco da tavolo in bianco e nero.

In questo caso la regina si chiama SARS-CoV-2 o meglio noto come Coronavirus, ma non sarò di certo io a tenervi aggiornato sull’andamento generale dell’appena scoppiata pandemia. Bensì ho lasciato che lo potesse fare una persona sicuramente più coinvolta e maggiormente preparata di me, quale è il nostro amico Taiyo che, contattato telefonicamente (ormai è chiaro), si è gentilmente proposto di rispondere ad alcune mie domande oltre che a parlare dei suoi ultimi progetti.

Hyst

Hyst assieme al gruppo di strumentisti Collasso sono infatti ufficialmente fuori con il brano Se Ci Vedessero Gli Alieni feat Livia Ferri prodotto per RAMO e distribuito da Artist First su tutte le possibili piattaforme digitali. Una traccia inedita che affronta una tematica estremamente importante per tutti noi: quella relativa all’ambiente, che invece che esser protetto e valorizzato a partire da piccoli gesti, viene spesso maltrattato.

E mentre giocavo con Hyst a trovare un possibile esito del macchinoso quesito proposto precedentemente, siamo riusciti anche a tirare fuori ulteriori spunti interessanti che potrete ritrovare nell’intervista qui proposta.

Nel tuo Coronavirus Freestyle ci hai detto: “sono cinese e ti tossisco in faccia”. Stiamo davvero sconfinando nel paranormale?
Taiyo: «Si, decisamente. Abbiamo già sconfinato parecchio. E adesso stiamo facendo il possibile per rientrare nell’ambito del verosimile nonostante sia molto difficile. I media, avendo negli ultimi anni già modificato molto il loro approccio alla realtà, si sono ritrovati questa notizia con un forte appeal narrativo. Sai, il famoso virus che veniva dai pipistrelli della Cina, ecc. Tutto ciò ha un esagerato che di cinematografico e quindi hanno cavalcato questa cosa con la furia da clickbaiting. In Italia c’è un’esagerazione fuori da ogni logica. La gente è andata in overreaction: ha reagito e sta reagendo oltremodo. Senza riuscire a impedire al virus di continuare a diffondersi, bensì causando tutta un’altra serie di comportamenti derivanti che hanno provocato gli enormi problemi che ora conosciamo tutti. Una crisi economica e un recesso da cui ci riprenderemo tra vent’anni! Perché il futuro da ora a 20 anni in Italia è più che drammatico. Guarda solamente già solo tutto l’indotto del turismo di quest’estate. Il mio ambito di lavoro, ad esempio, è attaccato ma fino ad un certo punto. Invece molti dei miei ‘sochi’, ovvero i miei fan poiché a me piace chiamarli così da sempre, mi scrivono per raccontarmi dei loro disagi.

Il primo che mi ha scritto è stato un ragazzo che mi ha parlato delle sue attività, precisamente un paio di bar, che attualmente a settimana ricavano meno della metà degli introiti. E se si continua così, vuol dire che dovrà mandare a casa alcuni dei suoi dipendenti. Persone normali che contano di pagare l’affitto, a cui nessuno ad oggi gli regalerebbe un altro lavoro! Questa pandemia provocherà tantissime situazioni di recesso come questa. Arriveremo all’abbattimento di consumi: dalla piccola attività famigliare fino ad imprese che lavorano su scala nazionale. Siamo arrivati al culmine. In un mondo dove i preti proibiscono il segno di pace nelle chiese e finisce a rissa perché un paio di fedeli si salutano alzando il braccio. Ora capisci bene di quanto abbiamo oltrepassato il limite della ragionevolezza. Siamo in una puntata dei Griffin e non ce ne siamo manco accorti!»

 

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Sono cinese e ti tossisco in faccia.

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Credo che sia interessante sentirselo dire da chi certe esperienze le stia provando sulla propria pelle a causa dell’ignoranza vagante e disseminata di chi è pronto ad additare il diverso, specie durante i casi d’emergenza.
«Assolutamente. Questa cosa fa acquisire un valore ancora maggiore alle mie considerazioni. Infatti, il discorso che ho fatto nell’ultima quartina del Coronavirus Freestyle in questo senso è fuorviante. Tutte le volte in cui mi sono trovato ad affrontare le tematiche razziali, sono sempre stato accusato di qualche cosa a nome di un’etnia differente dalla mia. Perché in tutto questo, per qualche assurdo motivo, i giapponesi si salvano dai razzismi vari. Una volta sono stato cinese, una volta filippino, persino peruviano… Sai quando il razzismo diventa completamente arbitrario? E tutte le volte che sono stato chiamato in causa in quanto cinese, filippino, vietnamita o scegli una carta dal mazzo, non mi sono mai sentito di dire: “no, guarda tranquillo che sono giapponese”. Non ho mai reagito così. Sono una persona troppo empatica e competitiva, tra l’altro entrambe caratteristiche abbastanza evidenti dal mio modo di espletarmi artisticamente.

Quindi la mia reazione d’istinto è sempre stata quella di scegliere di incarnare i panni dell’etnia che in quel momento veniva accusata di qualche cosa. Mi sono difeso come se fossi stato cinese o thailandese, ecc. Prendendomi carico della battaglia di quella nazionalità contro quella forma di razzismo che mi era stata fatta. Quindi nel momento in cui si punta all’asiatico, come si è visto in alcuni video in giro per il web, specie nei supermercati, mi sento in dovere di dire (perché ero sicuro che la psicosi sarebbe degenerata): “hai un problema con gli asiatici? Va bene, allora a questo giro sono cinese”».

Tornando su quello che ci aggrada maggiormente, so che in questo ultimo anno ti sei dedicato a Notturno in mi, rispettivamente divisi in Volume 1 e Volume 2. Quest’ultimo è anche uscito nel giorno di San Valentino. Una curiosa coincidenza che mi ha portato a spoilerarmi da solo il contenuto dello stesso.  Ci parleresti di questo progetto?
«Notturno in mi è una raccolta sulla base di atmosfere in cui ho voluto ricercare alcune sonorità contemporanee, qualcosa di vicino al trapsoul e al lo-fi. Ci sono molte cose che mi piacciono vicino a quei tipi di suoni. Non sono un tipo che rifiuta le novità, anzi le abbraccio e cerco di impossessarmene subito. Ad oggi conoscere il nuovo trend sonoro è un’arma in più che si aggiunge al mio arsenale. Può quindi rispondere benissimo anche ad una mia specifica necessità. Quindi il mio intento era di portare un prodotto che avesse una certa atmosfera e che quindi i miei fan potessero consumare sapendo di poter entrare in quel trip lì. La volontà adesso è di fare un terzo volume e chiudere il ciclo andando a formare in totale un set di 10-15 tracce. Così ognuno di noi ascoltando Notturno in mi potrà calarsi per circa un’oretta in quel viaggio lì.

Penso che sia un fatto noto che ho sempre avuto un lato soul o un lato RnB o un lato ‘mollicone’ molto spiccato. Motivo per cui sono uno tra i primi rapper che veniva chiamato per fare i ritornelli d’amore piuttosto che le strofe con le classiche rime da battaglia.

Una roba quindi che risale agli albori della mia carriera. Forse, addirittura, mi viene più naturale di quando invece scrivo barre da competizione. Quindi semplicemente sono in una fase della mia vita musicale in cui mi va di fare quello in cui trovo esclusivamente piacere nel farlo. A seguito di un po’ di giochi e un po’ di esperimenti nei vari singoli, volevo iniziare a creare un pochino di uniformità nelle proposte che porto al mio pubblico. Quindi ho creato dei pacchetti che avessero delle atmosfere simili».

Partire da Ipotesi per poter fare confronti sarebbe esagerato, ma se ti chiedessi cos’è cambiato nella scena da quando scrivevi Mantra ad oggi, cosa mi risponderesti? Com’è cambiato Hyst nel tempo?
«Personalmente non sto vivendo benissimo questa fase del consumo della musica e della bulimia musicale. Non mi fa impazzire. Credo che questa sia una fase che tutto sommato è destinata, non a morire, ma a risvegliare un’attenzione dell’ascoltatore di tipo diverso. Diciamo che l’accesso perpetuo a qualsiasi brano e possedere in tasca, nel proprio dispositivo, qualsivoglia contenuto è un abuso che va a distruggere quello che prima era l’eros della consumazione del prodotto musicale. È come permettere ad un adolescente di avere tutte le ragazze che vuole. Poi dopo arriva a 25 anni, però, che gli viene la nausea solamente a vederne una. Non si è più capaci nel selezionare e non si è più in contatto con le proprie necessità emotive e psicologiche.

Ma questo anche perché, come sai, nella mia vita sono eccessivamente variegato e diversificato. Il mercato ci insegna che creare un progetto uniforme, con un tipo solo di linguaggio è necessario per distinguersi e per rendere chiaro il proprio prodotto al pubblico. E che se non lo fai, non ottimizzi quello che invece potresti ottenere in termini di riscontro numerico. Personalmente non avendo rispettato questa ‘legge’ non ho mai eccelso in termini di risultati nella mia carriera da rapper. Questo perché il mio jeet kune do musicale è sempre stato quello di impossessarmi di tutti gli strumenti possibili che esistono per poter identificarmi in quello che volevo, ma solo nel momento del bisogno.

A questo punto alla tenera età di 44 anni, mi sembra di essere passato ad una fase successiva. Mi sembra di poter dire oggi che questo nuovo trapsoul lo so fare, un pezzo rap lo so fare, un pezzo storytelling lo so fare, un pezzo consciousness e così via. Senza alcun tipo di presunzione, basandomi esclusivamente sulla mia percezione di qualità. Credo di essermi appropriato a sufficienza di molti di questi strumenti. Ora credo sia il momento di fare delle scelte stilistiche leggermente più marcate. La mia varietà non smetterà mai di esistere, ma è probabile che da oggi in poi, i miei prodotti avranno delle forme maggiori di coerenza interna».

L’apertura ad un rap più sentimentale è una scelta stilistica oppure una risposta al delicato tema dell’uguaglianza tra generi?
«Non era esattamente una risposta, bensì il mio modo di giocare anche con queste tematiche che mi hai tirato fuori tu. Cioè il Me Too opposto al sessismo estremo di certe situazioni. E allora come vado a muovermi in queste linee culturali contrastanti? Faccio un prodotto internamente molto femminile, molto emotivo rispetto al mio solito, molto più sensuale. E per aumentare l’emotività cerco di tirare in mezzo più donne possibili (Leslie, Luana Corino, ndr), senza poi dover sbandierare, attraverso chissà quali comunicati stampa, che ho composto l’album femminile. Ho un retaggio culturale che mi impedisce di essere volgare. Vengo da una forma mentis probabilmente arcaica, ma per me rivendicare il primato è un’azione incredibilmente falsa e volgare. Ho un’educazione quasi ‘british’ da questo punto di vista. Se io fossi il re, non andrei in giro a dire che io sia il re (ride, ndr)».

In tal senso il video di Tequila è molto suggestivo, ma anche evocativo. La donna è sempre al centro della scena.
«Esiste solo la donna, era questo il concetto. Il video di Tequila risale alla fine dell’estate scorsa. Non l’ho nemmeno girato io, l’hanno girato due miei amici. E devi sapere che io ho un problema molto grosso: sono capace a fare molte cose, quindi ho una visione artistica molto completa e soprattutto complessa. Succede poi, che questa mia caratteristica è sì un grande vantaggio, ma allo stesso tempo mi rende il tutto troppo noioso. Quando arrivo a concepire il brano e il video, ho già pronto tutto un mio percorso mentale di cui conosco anche la conclusione.

Quindi per uscire un po’ da questa dinamica standard, sto cercando di delegare la realizzazione dei miei contenuti a persone della cui intenzioni mi possa fidare, che so che sono brave e che hanno delle buone idee. In modo da poter essere sorpreso alla fine e in modo di poter constatare che finalmente si è aggiunto qualcosa di diverso rispetto alla mia idea primordiale. Sia chiaro che non voglio impedirmi di giovare delle influenze di altre idee, provenienti da altre teste che non siano la mia.

Quindi il video di Tequila è stato girato e prodotto dal rapper Nacho e Luca La Piana, che di solito realizza i video di Ketama 126. Due personalità molte distanti da me, che per quanto si possano sforzare di aderire alle mie caratteristiche, comunque produrranno qualcosa di diverso da quello che avrei pensato io e quindi andranno sempre ad aggiungere quel qualcosa in più. La gente pensa che io sia un maniaco del controllo perché tendo a fare tutto. Ma io tendo a fare tutto per necessità, non perché mi piaccia! Se avessi la possibilità di arrivare in sala per fare solo le voci, delegherei tutto tranquillamente».

Ho avuto il piacere di ascoltare Se ci vedessero gli alieni. Com’è nato il pezzo? Come vi siete trovati a lavorare insieme?
«Uno dei due componenti è Giuliano Vozella che è un mio carissimo amico ed è un chitarrista. Mi accompagna quando mi esibisco nei live in versione acustica, assieme a Fabio Visocchi che è il pianista dei Loop Therapy e Alessia Marcandalli che è stata la corista di Ghemon per tutto il tour di Orchidee. Anche in questo caso, mi faccio accompagnare da tre artisti che hanno delle individualità molto forti e delle personalità spiccate. Così aggiungeranno parte delle loro visioni e delle possibilità all’operazione. Musicalmente parlando, anche con un bagaglio in competenze più grande del mio. Con Giuliano c’è questo rapporto di interscambio culturale oltre che amicizia che mi ha permesso di collaborare con il progetto Collasso. Voleva creare qualcosa che fosse pesantemente poggiato su tematica in maniera chiara. Lui stesso mi ha considerato fin da subito la persona più adatta per poter parlare di un qualcosa di davvero consistente. Ovviamente, la cosa mi ha fatto estremo piacere».

Allo stesso modo, qualche giorno prima, ho avuto il piacere di scambiare qualche parere anche con Giuliano e Stefano dei Collasso.

Cosa spinge due compositori ad addentrarsi nel “nuovo” mondo dell’hip hop?
Collasso: «Sicuramente è il posto più fertile in cui far incontrare tutte le influenze che ci caratterizzano come musicisti. La continua ricerca e la voglia di evolversi ha reso l’idea del progetto più naturale fin da subito».

collasso

Non mi stupisce osservare una collaborazione di questo tipo. Considerata l’attitudine di Hyst nota per la continua ricerca della sperimentazione musicale e il connubio tra generi diversi, probabilmente c’è stata anche una certa spontaneità durante la produzione del brano. Ma com’è avvenuto l’incontro con Taiyo?
Giuliano: «Personalmente ho conosciuto Taiyo circa cinque anni fa e da allora abbiamo iniziato a lavorare assieme. Ho registrato poi varie chitarre nei suoi brani e inoltre sempre come chitarrista suono per il suo progetto. Da qui, conoscendolo anche al di fuori della musica, so del suo interesse continuo per le tematiche sociali. Per un brano come questo, Taiyo ha saputo valorizzare e realizzare l’idea che avevamo, affiancandosi inoltre alla voce caratteristica di Livia Ferri».

Se ci vedessero gli alieni è il principio di un nuovo percorso dei Collasso al fianco di artisti rap? Vi piacerebbe collaborare con altri rapper italiani?
Collasso: «Non è il principio, ma è il secondo passo di un solco già tracciato col nostro primo singolo Scenario Cyberpunk assieme a Frak Wtf (Rap Hardcore) e anticipa nuovi capitoli con l’idea di integrare rapper da attitudini sempre differenti capaci di relazionarsi con temi sociali».

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