In occasione dell’uscita del suo secondo disco ufficiale Ci sentiamo poi, abbiamo avuto il piacere di realizzare una nuova intervista assieme a Moder.

Era il 3 novembre del 2016 quando un giovane Moder pubblicava il suo primo album ufficiale da solista, 8 DicembreDopo ben quattro anni, centinaia di palchi, collaborazioni ed un figlio, pubblicherà il 3 marzo per Glory Hole Records il suo secondo progetto, Ci Sentiamo Poi

Abbiamo chiacchierato con lui di alcuni passi del disco, le sue influenze e i live. Ecco cosa ci siamo detti:

Ciao Lanfranco, benvenuto su Rapologia! Vorrei rompere il ghiaccio chiedendoti quante emozioni hai provato aprendo il concerto di Talib Kweli?
«È stato incredibile, Talib per me è il maestro supremo nel senso che ho letteralmente studiato tutto di lui soprattutto il primo periodo. Il suo flow e la sua poetica mi hanno spinto a fare musica era come dividere il palco con il motivo per cui suoni. Non credo ci siano parole che possano spiegare cosa provavo. Grazie a chi mi ha chiamato e agli amici che erano con me.»

Passando al disco, si apre con il pezzo Preferirei di no e ad un certo punto, pronunci la frase ” forse I miei pensieri sono figli vostri”. Ho citato questa frase per chiederti se nel tuo processo creativo senti l’influenza dei fan? Ti influenza l’idea che alcune persone aspettino con ansia il tuo lavoro?
«Bella domanda, in realtà non ci ho mai pensato ma sicuramente vedere in questi anni aumentare il riscontro anche se underground, ti mette in una condizione di ansia da prestazione, per ora, per fortuna, nella fase di scrittura riesco a tenere lontano ogni distrazione e ogni sovrastruttura. Rispetto alla rima che hai citato spendo due parole, nel mio processo creativo rubo molto da ciò che mi accade intorno, in questo momento storico mi sono reso conto che alcuni discorsi tornano identici in città e in regioni diverse, chi decide di cosa parli l’ambiente in cui vivi, le persone, internet? L’artista è un antenna e rischia di captare solo le trasmissioni collettive ciò che è virale, io provo a interpretare le interferenze e i silenzi. Questo si collega alla citazione da cui è tratto il titolo del pezzo, “Preferirei di no” la frase che ripete ossessivamente il copista Bartleby in “Bartleby lo scrivano” di Melville. Bartleby nel romanzo perde mano a mano interesse per la vita fissando il vuoto fuori dal suo ufficio, solo l’arte può capire quel fissare il nulla, e “Preferirei di no” diventa l’unica risposta possibile allo schifo che ci circonda.»

Ho notato un filone narrativo simile al tuo precedente album, con storie e sonorità diverse ovviamente. Cosa è cambiato da 8 dicembre?
«Da 8 dicembre è cambiato tutto sia personalmente che artisticamente. Ho cercato di togliere ogni orpello dalla scrittura e concentrarmi sulla “canzone”. 8 dicembre era un concept album su un momento difficilissimo della mia vita, Ci sentiamo poi è un disco dove ogni canzone è stata curata nel dettaglio a prescindere dalle altre, nella costruzione del disegno complessivo io e Duna abbiamo tenuto conto delle sonorità, delle atmosfere, in questo film volevo che uscisse chi sono in ogni sfaccettatura. La mia vita è complessa gli impegni si stratificano essere padre, rapper, direttore artistico, organizzatore mi ruba molto tempo ho dovuto tagliare tutto ciò che non è essenziale e così ho fatto con la scrittura: ho scritto 30 pezzi e messo dentro solo ciò che serviva.»

Invento scuse perfette per il curriculum, sai gli artisti veri almeno a volte si suicidano. Molti pensano che gli artisti si suicidino perchè non accettano che la gente non capisca la loro arte. Ti sei mai sentito frainteso? Cosa c’è di speciale, secondo te, in un curriculum che fa un uomo artista?
«Quella immagine gioca con il ruolo “maledetto” che a volte gli artisti si trovano costretti a recitare. Non so cosa porta al suicidio ma sicuramente fare l’artista in Italia ti sottopone a una quantità di frustrazioni e fallimenti che ti fanno cambiare per sempre. Il caso Morgan ad esempio ultimamente mi ha colpito molto: questo stato tramuta qualsiasi cosa in un talk trash della domenica pomeriggio e in un qualche modo è il massimo a cui si può aspirare. Ogni lavoro, intellettuale e non, è stato svuotato di senso, siamo vittime di un teatrino di star putrefatte, illustri incapaci, ultimamente noto nell’ambiente musicale e culturale un’ossessione per i soldi, per il seguito. Tra artisti si parla SOLO di cachet siamo alla morte cerebrale. Io mi sento frainteso da sempre ma in fondo non sto così male e forse è anche un po’ colpa mia. Nell’essere artisti non c’è nulla di speciale anzi la storia dimostra come gli artisti riescano a sporcare se stessi e ciò che li circonda, credo che la caratteristica principale di un artista sia una spiccata “umanità” e ad essere molto umani non c’è nulla di speciale, gli umani fanno e si fanno male continuamente.

Gli unici feat sono Claver Gold e Murubutu (che tra l’altro hanno appena annunciato un joint album). Per l’attitudine ed I pezzi in comune, si potrebbe dire che hai scelto di rimanere in una comfort zone o sbaglio?
«Non direi fare un storytelling con un maestro come Murubutu è una sfida a cui sottoporsi e sono orgoglioso del risultato, Alessio è un originatore per un certo modo di affrontare la scrittura e se vuoi misurarti con lui devi sentirti pronto. Ci conosciamo e rispettiamo da anni e spesso mi citava in interviste ma fino a questo disco non mi sentivo pronto a un pezzo insieme e sapere di avercela fatta mi rende orgoglioso. Io e Claver abbiamo affrontato insieme una parte iniziale e molto importante della nostra “carriera” oltre ad essere un amico abbiamo artisticamente molto in comune e finalmente siamo riusciti a ri-fare un pezzo insieme dopo quel periodo seminale di cui ti parlavo. Entrambi hanno un pubblico enorme e una carriera avviata, io spesso sento di dover dimostrare ancora molto rispetto a loro non è mai facile per come sono fatto chiedere una collaborazione e quando lo faccio è perché sento che sono fondamentali. Grazie amici miei del talento che mi avete regalato.

In Panchinaro fuoriclasse ci vai giù pesante contro I clichè della musica moderna. Credi che torneranno In voga, in futuro, I liricisti come te? Credi che I casi come quello di Rancore a Sanremo possano accellerare I tempi?
Allora “il Panchinaro fuoriclasse” è più per alcuni puristi che per le nuove tendenze musicali. Vedo purtroppo una grossa rosicata generale sul momento del rap attuale. I liricisti ci saranno sempre penso a Marra, Rancore, Murubutu, Massimo Pericolo, Claver, Willie Peyote, Dutch, Marsiglia, Gue, Ernia e potrei citarne mille altri. Rancore a Sanremo ha dimostrato che essere se stessi può portare a un bug di sistema e tutti dovrebbero ringraziarlo, credo che sia un buon momento per chi “SCRIVE” lo dimostrano i numeri di chi ho citato sopra, ovviamente è anche un periodo complicato pieno di Hype, trucchi per gonfiare i numeri, uscite a caso, districarsi in questo mare per un pesce piccolo come me è dura ma è anche un momento pieno di creatività: molte regole sono state abbattute ora è tutto da scrivere.

Oggi fra I sottovalutati insieme a Moder, cantava Willie Peyote 5 anni fa. La tua fetta di pubblico l’hai acquistata da allora ma credi che questo sia il disco della famigerata “svolta”?
«Lo spero ovviamente, credo in questo disco e lo proverò a portarlo a tutti, incrociate le dite per me.

Hai già in programma un tour?
«Ho chiuso già qualche data: 25 marzo a Ferrara al circolo blackstar, 19 aprile a Bologna al Labas sto chiudendo Padova proprio oggi, Perugia, Torino ecc…. a ruota. Mi hanno preso in contropiede non credevo mi chiamassero subito, bene così tocca pedalare

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Sono cresciuto in paese nell'entroterra pugliese con orizzonti inesistenti ,un panorama in cui domina la noia e la monotonia. La scoperta del rap in questo contesto è stata l'America. Non ho sogni nel cassetto ma ,ho un sacco di inventiva ,idee e spunti e per di più dico e scrivo un sacco di cose nel corso della mia giornata ;con questi articoli spero di coniugare il tutto. Nella speranza che tutto ciò piaccia.