Salvini balla in costume al Papeete l’inno d’Italia in mezzo a drink e cubiste e nessuno dice niente, anzi, chi ci prova viene etichettato come buonista. Poi Achille Lauro sfoggia un costume palesemente metaforico al festival di Sanremo 2020 e via con le indignazioni. La domanda sorge spontanea: che problema hanno gli italiani?

Che Achille Lauro sia un provocatore è ormai risaputo, dopo lo scandalo generato alla sessantanovesima edizione della kermesse Sanremese. Quest’anno però l’artista ha deciso di spingere l’acceleratore sin da subito, sfoggiando un look controverso sul Red Carpet e ancora più assurdo sul palco dell’Ariston la prima serata di Sanremo 2020.

Abbigliamento come forma di comunicazione

L’artista di Rolls Royce non è assolutamente nuovo nel sfoggiare abiti al limite dell’assurdo. Sin dai primi tempi, quando era una delle promesse più forti del rap italiano, ha voluto imprimere i suoi concetti attraverso look sgargianti ed eccentrici, fino ad arrivare alla contaminazione con abbigliamenti femminili per creare una sorta di paradosso nel mondo rap, nel quale tutti fanno a gara di muscoli. Lui arriva e si prende gioco di questo pensiero “macho” cominciando a indossare parrucche, trucchi, stivali bizzarri e chi più ne ha più ne metta. Stiamo parlando del 2016/2017, quando ancora non era conosciuto dagli over quaranta, ma qualcosa sembrava già fare effetto, infatti nel mondo hip-hop già divideva pubblico e critica, tra chi lo considerava un genio e chi invece un pagliaccio.

È evidente dopo pochi anni nella scena che ad Achille Lauro il rap sta un po’ stretto, così si discosta dal genere e esplora il più possibile la musica in tutte le sue sfumature. Bisogna sottolineare una certa coerenza comunque, lui infatti ha sempre dichiarato il proprio amore per la musica come arte piuttosto che al genere hip-hop, che gli fungeva più che altro come strumento.

Arriva quindi sul palco di Sanremo, dove scatena un polverone allucinante grazie al testo della sua hit, Rolls Royce, che fa indignare Striscia La Notizia e tutti i cinquantenni da buongiornissimokaffe al suo seguito. Neanche da dire che l’artista in questione ne esce più che bene, dividendo ancora una volta in due il pensiero e procurandosi una bella dose di pubblicità che gli servirà per la pubblicazione del suo album pubblicato lo scorso maggio, 1969.

Arriviamo dunque al presente, alla settantesima edizione del Festival. La direzione artistica decide richiamare Achille Lauro (testimoniando quanto l’anno scorso ha vinto di fatto lui sotto tanti aspetti), lui ovviamente ne approfitta. Durante la presentazione del suo brano, Me Ne Frego, sfoggia un look surreale che si completa con il quasi denudamento totale. Rimane sul palco praticamente senza veli (facendo felici i fan che aspettavano questo momento da quando lui rispose “ci vado nudo” a un commento su Facebook che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se l’avessero invitato a Sanremo).

Il suo spogliarsi, in realtà, significa la dismissione di ogni bene materiale per dedicarsi allo spirito, seguendo l’ispirazione di San Francesco. Non proprio una roba da niente. Lui l’ha fatto trapelare spesso, vuole rendere la sua vita un’opera d’arte e vuole muoversi solo in funziona di essa, seguendo un po’ la falsa riga di D’Annunzio. Quindi se ne frega, come dice il titolo del suo brano, di tutto e di tutti.

Cammina sul Red Carpet con una canottiera mentre tutti sono vestiti con estrema eleganza e canta sul palco semi nudo. Se ne frega, e non ha paura di urlarlo in faccia a tutti. Se ne frega perché tanto cosa gli importa dei giudizi di gente ottusa e retrograda che dilaga nel nostro paese. Se ne frega perché sa di essere dalla parte del giusto. Se ne frega perché il messaggio che porta è positivo, nonostante all’apparenza non sia così facile comprenderlo.

Ed è questo il punto, perché continuiamo sempre a fermarci alla superficie? Non solo nella musica, in tutto. La follia di Achille Lauro testimonia quanto il nostro Paese ha bisogno di gente come lui, pronta a far discutere, per cercare almeno di seminare un pensiero progressista che combatta il regresso che ci annega.

San Francesco

Impariamo quindi il messaggio. Lo scorso anno hanno tutti frainteso il talento romano, non commettete lo stesso errore. Achille si autoproclama messaggero, profeta. Portavoce di una filosofia che prende sempre più forma e coerenza nel suo essere:

“Cinquantenni disgustosi, maschi omofobi. Ho avuto a che fare per anni con ‘sta gente volgare per via dei miei giri. Sono cresciuto con ‘sto schifo. Anche gli ambienti trap mi suscitano un certo disagio: l’aria densa di finto testosterone, il linguaggio tribale costruito, anaffettivo nei confronti del femminile e in generale l’immagine di donna oggetto con cui sono cresciuto.
Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza.
Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore. Ogni tanto qualcuno mi dice: ma che ti è successo? Io rispondo che sono diventato una signorina”.

Cosa c’è di sbagliato in questo passaggio tratto dal suo libro Sono Io Amleto?

Salvini balla in costume al Papeete l’inno d’Italia in mezzo a drink e cubiste e nessuno dice niente, anzi, chi ci prova viene etichettato come buonista. Poi Achille Lauro sfoggia un costume palesemente metaforico al festival di Sanremo e via con le indignazioni. La domanda sorge spontanea, che problema ha la gente? Spogliamoci anche noi dello squallore che ci circonda per accogliere ciò che è veramente importante.

Freghiamocene tutti di ciò che pensano i perbenisti e cominciamo a cambiare il pensiero dominante che lega il nostro Paese da troppo tempo e che non fa avanzare culturalmente il popolo. Finché si dà più peso al vestito che al messaggio non riusciremo mai a progredire. Apprezziamo chi ha il coraggio di osare (sapendo che però c’è una linea sottile che separa la provocazione dal trash).

Anche quest’anno Achille Lauro in un certo senso ha già vinto, per il suo essere controcorrente, sopra le righe, folle e geniale.

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