In occasione della presentazione di Iodegradabile, il suo nuovo disco in uscita domani, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Willie Peyote.

Chiunque abbia mai avuto anche solo un flebile interesse per la filosofia (e sì, vale anche se l’avete millantato per rimorchiare quel/quella tipo/a troppo carino/a laureando/a in Sociologia), almeno una volta nella vita avrà sentito parlare di Zygmunt Bauman e la sua società liquida. Se invece così non fosse, quello che ci basta sapere per ora è che – secondo il sociologo polacco – a causa di decenni di consumismo sfrenato, bulimico e temporaneo, tutto è diventato merce con una data di scadenza stampata sul dorso, essere umano compreso. Tuttavia, se leggere Bauman è un impegno che ora come ora non avete proprio tempo di accollarvi, una soluzione c’è: mettervi le cuffie e premere play su Iodegradabile, il nuovo album di Willie Peyote in uscita domani.

In un momento storico così frenetico in cui ormai niente dura per sempre – la musica e le relazioni umane in primis – quella scattata da Willie nel suo disco è una lucida e perfetta fotografia della nostra società liquida, in cui l’incertezza rimane l’unica certezza.

Dopo la conferenza stampa di presentazione, Willie Peyote ci ha concesso un po’ del suo tempo e abbiamo fatto quattro chiacchiere che sono partite da Fabrizio De André e sono arrivate a Massimo Pericolo.

Il concept del tuo nuovo disco è appunto il tempo, che nell’Intro viene presentato citando una frase di Giusto la metà di me (Sapessimo il tempo che resta, sapremmo davvero usarlo meglio?). Quello del tempo era un tema che avevi già in mente ai tempi di Sindrome di Tôret? E nei due anni che sono trascorsi dal tuo disco precedente, ti senti cambiato musicalmente?
«In realtà all’inizio non c’era l’idea di parlare di tempo, ma l’idea era quella di parlare di abitudine, del fatto che l’essere umano si abitua ugualmente alle cose brutte e alle cose belle; il tema è diventato poi il tempo perché l’abitudine è fondamentalmente un fatto temporale.

Per quanto riguarda il cambiamento, in questi anni ho suonato tanto, anzi in realtà ho pensato quasi esclusivamente alla musica e nella mia vita privata l’unica cosa che è cambiata è che ho vissuto questa relazione molto importante e quindi il disco affronta più che altro le due cose che ho vissuto di più negli ultimi due anni. Come sono cambiato io non te lo so dire perché non ho mai il tempo di fermarmi un secondo e guardarmi davvero allo specchio. So che cambio, so che invecchio, ma è come se non me ne rendessi mai conto. Capirò me stesso riascoltando questo disco, quando avrò voglia di farlo, anche se non subito. Poi mi succede sempre che a distanza di tempo mi rendo conto che sto parlando a me stesso e non agli altri, però accade sempre dopo.»

Hai detto di aver suonato tanto in questo periodo e un gruppo con cui hai suonato tanto sono i Subsonica. Personalmente in Che peccato ho ritrovato delle sonorità che mi hanno ricordato molto le loro dei tempi di Liberi tutti e inoltre in Cattività c’è proprio una citazione di Preso Blu. Quanto queste esperienze – mi vengono in mente anche quella con i Selton per RedBull o quella in Faber Nostrum – hanno influito sul tuo modo di approcciarti alla musica?
«L’esperienza con i Subsonica in particolare mi ha insegnato tanto, nel senso che superato il primo momento di forte impatto emotivo nell’avere di fronte uno dei miei gruppi preferiti e anche per quello che rappresentano per Torino, ho potuto concentrarmi su quello che vedevo intorno. Era un po’ come uno della primavera che va a giocare in prima squadra per la prima volta e vede come si gioca nel campionato dei grandi. Ho potuto finalmente vedere da vicino cosa c’è dietro uno spettacolo come quello dei Subsonica, quanta gente ci lavora e come ci lavora; semplicemente ho cercato di imparare, da come – per dirti – si muove Samuel sul palco fino a come viene gestito tutto quello che c’è intorno. È come aver fatto un master di altissimo livello in cui per altro ci ho solo guadagnato, ed è stato davvero tutto molto bello.

Per quanto riguarda invece Il bombarolo, era un’idea che avevo in mente da un po’ di tempo; già nel Manuale del giovane nichilista c’è un pezzo che si chiama Carne da campagna elettorale in cui lo citavo, quindi appena mi è stata data l’occasione di farne una cover ho accettato subito.»

Per altro ascoltando Faber Nostrum ti ho trovato quello probabilmente più centrato nel progetto. A mio avviso c’erano due “vie” per avvicinarsi alla musica di Faber: una più stilistica – e quindi prettamente cantautorale – e una più tematica, vista appunto l’importanza dei temi sociali che De André trattava, e tu mi sei sembrato senza dubbio il più indicato per la seconda.
«Sicuramente io ho cercato di seguire quel legame che nel mio piccolo sento di avere con Faber, ovvero quello di cercare di trattare certi temi e dell’essere vicino agli strati più bassi della popolazione, agli esclusi, ai reietti, cosa che è molto importante nella poetica di Fabrizio.

Non so se il pubblico italiano che millanta di essere fan di De André poi lo è davvero, perché se le uniche cose che hai ascoltato sono La canzone di Marinella, Il pescatore e La guerra di Piero, allora siamo bravi tutti. Quello che a me piaceva di Fabrizio era la sua capacità di dare luce e voce a persone che altrimenti non l’avrebbero mai avuta e la sua totale mancanza di giudizio.»

Che poi è un po’ quello che diceva anche ne La città vecchia.
«Esatto, è quella secondo me la chiave di lettura di Fabrizio De André! Io nel mio piccolo ho cercato di dare valore a quella perché è ciò che mi ha insegnato, quello che da lui ho preso e poi ho fatto mio. Dopodiché è ovviamente un rischio perché ho preso anche un sacco di insulti nel riscriverlo, gente che magari diceva che mi sento sto cazzo perché mi sono permesso di riscrivere il Maestro. Io però non ho cercato di riscrivere nessuno, ho solo cercato di fare il mio. Secondo me tutti potremmo fare un tentativo, nel senso che De André è importante ma non è il Vangelo, e lui per primo non penserebbe di sé di esserlo.

Mettersi alla prova vuol dire sfidare qualcosa, anche una montagna così alta, e se io avessi fatto una cover di De André avrei fatto un torto a tutti: ai suoi fan, a lui e anche a me stesso.»

Sempre per quanto riguarda la tematica sociale, devo dire che in Mango l’hai toccata veramente pianissimo e mi hai anche ricordato un po’ i Dead Poets e i loro riferimenti politici in Odia gli Indifferenti.
«Esattamente, anche se io ho cercato di dirla in maniera un filo più edulcorata, però il concetto è quello. Io ho avuto a che fare con diversi musicisti con cui mi sono confrontato anche sul tema della politica nelle canzoni e mi sono un po’ spaventato del fatto che passi il messaggio che l’antifascismo non sia più un valore fondante della nostra società.

Io posso fare tutti i discorsi sui suffissi -ismo che sono passati di moda, ma l’antifascismo rimane lì e bisogna ribadirlo perché è un momento in cui il fascismo ha delle forme molto diverse e quindi non si può pensare che sia sparito. Se ci limitiamo a dire che l’unico problema che abbiamo in Italia è Salvini, siamo noi che ci facciamo un torto, perché ci sono tanti problemi che facciamo finta di non vedere solo perché è più facile trovare un capro espiatorio.

Ho visto tanti artisti che si sono schierati contro Salvini perché aiutava a vendere dischi in un certo momento storico, ma a me l’anti salvinismo di convenienza fa più schifo del salvinismo. Sembra che siano diventati tutti politici, ma poi se gli vai a chiedere qualcosa sui temi reali ti dicono che la flat tax è una figata: e allora non hai capito un cazzo! Dopodiché quello che voglio dire io è che l’antifascismo è il valore fondante della mia persona, dello Stato in cui viviamo e del tipo di musica che faccio, e da questo non posso prescindere.»

A proposito di questo, a gennaio ero all’Alcatraz al tuo ultimo live e un ricordo molto bello che ho è quando è partito il coro “Siamo tutti antifascisti”.
«Ed è partito dal pubblico, è partito perché eravamo tutti lì per lo stesso motivo ed è partito perché io da quella cosa lì non prescindo. Per me possiamo parlare di tutto, non sono un politologo ma mi piace approfondire: possiamo parlare di destra e sinistra, del linguaggio politico, però quella è una linea di confine netta. Io accetto sfumature su tutto, tranne che su quello.»

Tu però poi critichi anche l’altra parte, e in Mostro per altro lo fai con una frase molto eloquente: “Chi invece ha studiato e fa il bullo, sui social blasta la gente come se lui risultasse il più furbo”. È una frecciata a chi penso io?
«Assolutamente sì! Per altro un giorno gli ho anche scritto, perché questa cosa di fare gli screenshot degli idioti e postarli con nome e cognome, gettarli sulla pubblica piazza e farli insultare da una caterva di persone è inutile. Numero uno fai lo stronzo: incentivare l’insulto ad una persona, anche se è il peggior stronzo del mondo, ti rende stronzo quanto lui. Tu dovresti insegnare alla gente, sei un punto di riferimento, quasi un’istituzione in questo Paese, e io sono pure un tuo fan eh, poi però fai questa caduta di stile di blastare la gente che è una cosa che dovrebbe fare Guè Pequeno, non tu.

E poi se hai di fronte un ignorante e vuoi fargli smettere di esserlo, non gli dici che è un ignorante, altrimenti hai già finito la conversazione; io con quella barra ho voluto criticare proprio quel tipo di comunicazione.»

Parlando invece dei tuoi pezzi più “personali”, una cosa che ho notato è che tu spesso parti da un racconto molto autobiografico, però poi quando sembra che tu stia per aprirti del tutto riavvolgi il nastro per risolvere la cosa su un piano quasi satirico. Penso ad esempio a La tua futura ex moglie o Quando nessuno ti vede
«Allora in realtà in Quando nessuno ti vede parlavo delle coppie in generale, e mi sono vagamente ispirato al film Perfetti sconosciuti e ho pensato che cazzo succederebbe se davvero ci scambiassimo il telefono. Basta anche solo un messaggio, magari tu interpreti male una cosa e il rischio di litigare è dietro l’angolo, senza stare a vedere se poi effettivamente uno ha un profilo attivo su Tinder.

Per quanto riguarda invece La tua futura ex moglie quella del figlio era una battuta; io non voglio farlo davvero, però fare un figlio serve al mondo, è come dire “non voglio passare in radio, però meglio che passi io piuttosto che qualcun altro”. Detto questo in quella canzone ci sono davvero dei riferimenti molto personali.»

Prima in conferenza stampa hai detto che con la tua musica miri a far sviluppare all’ascoltatore un pensiero critico, a far sì che si ponga delle domande e molto spesso ricordi anche – giustamente – l’importanza di andare a votare. A tal proposito, che cosa ne pensi di Massimo Pericolo che nel video di 7 miliardi brucia la tessera elettorale?
«Premetto che io sono un fan di Massimo! Penso che siamo diversi, abbiamo due modi di comunicare diversi e io ho capito il suo gesto. L’avrei fatto? No. Lo trovo giusto? No. Però lo capisco, ed è arrivato molto meglio lui di quanto per certi versi possa arrivare io.
Quell’immagine racconta il disincanto di una generazione intera e racconta benissimo il momento. Una generazione che però non è la mia – nonostante io e lui non ci passiamo così tanti anni – perché abbiamo un percorso di vita molto diverso. Io penso che quel ragazzo abbia una sensibilità veramente molto spiccata, molto più di tanta gente che si riempie la bocca di grandi parole sul bene che vogliamo al resto del mondo. Lui è un ragazzo sensibile sul serio e dai suoi pezzi si sente; anche quando dà fuoco alla tessera elettorale racconta il disagio di un ragazzo deluso dalle istituzioni, e il gesto che fa è molto più profondo di come sembra. Dopodiché io penso che la gente debba andare a votare, anche se poi avremo trent’anni di Lega eh, ma non è questo il punto: non è che perché hai paura di perdere allora non giochi la partita. Io sono del Toro, ho sempre perso, però gioco lo stesso.»

Per concludere tornerei indietro ai tempi passati in cui suonavi con Shula e gli SOS Clique: che ricordi hai della vecchia scena torinese – che in quel periodo era molto fluida – e che rapporti hai oggi con gli artisti di Torino?
«Allora io cominciavo che era il 2004-2005, c’era Shade che iniziava, c’erano gli One Mic e bazzicavamo tutti gli stessi posti, suonavamo alle stesse jam e si andava fisicamente nei luoghi per condividere. Oggi invece ci sono i social network, e quel contesto di condivisione, di nicchia, di andare in un posto vestiti tutti uguali e condividere una passione, adesso non c’è più, il che rende tutto molto più impersonale.

Però ho dei bellissimi – e nebulosi – ricordi di quel momento: la scena era diversamente fluida, e anche se comunque oggi a Torino c’è movimento, c’è vita, è una città che più di altre ha bisogno di qualcosa che rimetta in moto il suo meccanismo. Devono esserci un progetto e qualcuno che permettano di riaccendere le luci sulla citta, come successe appunto ai Subsonica negli anni ’90 ai Murazzi: lì c’era il momento, c’era il luogo e allora la città si è ravvivata. Oggi magari io, gli Eugenio in Via di Gioia o Levante abbiamo permesso di riaccendere la luce sulla città e la città ne ha tratto beneficio perché tutti hanno più voglia di suonare e di andare ai concerti. Abbiamo bisogno di essere spronati, però in generale la vedo molto bene.»

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