Shezan, storico rapper bolognese salito alla ribalta con i Qustodi del Tempo, ci ha concesso un’intervista per approfondire il proprio passato e parlarci del suo ultimo singolo.

Che abbia sempre avuto un debole per gli Uomini di Mare è ormai cosa nota. Ho più volte manifestato, nei vari articoli scritti, il mio attaccamento nei confronti di un collettivo che mi guidò -alla tenera età di tredici anni- alla conoscenza del rap e dell’universo Hip Hop.

La prima volta che ascoltai Sindrome di fine millennio rimasi estasiato. Non erano semplici canzoni, bensì poesie. Racconti di vita quotidiana, fotografie indelebili di una precisa condizione esistenziale. La paura di non farcela e quella claustrofobica sensazione dettata dai ritmi della provincia (abito a Pesaro, i discorsi di Fibra su Senigallia sono anche i miei).

In questi anni non ho mai smesso di approfondire la storia -personale e non- dei componenti di quel tanto glorioso gruppo. Così, non appena appresa la notizia di un nuovo singolo pubblicato da Shezan, non ho esitato un istante a chiedere di incontrarlo per poter effettuare un’intervista. Per me significava scavare nel passato e riconciliarmi, non più platonicamente, con chi mi introdusse alla comprensione delle varie sfaccettature di questo bellissimo movimento culturale.

Il giorno dell’intervista arrivo a Bologna e mi accoglie una pioggia torrenziale. Il punto d’incontro dell’intervista è Trebbo, luogo inesplorato per un fuori sede come il sottoscritto che a malapena è capace di districarsi per il centro di Bulagna (anche se nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino come cantava Lucio Dalla). Ma ciò non lo ritengo importante: devo solamente riuscire a portare a termine la missione che mi sono prefissato. Prendo due autobus -uno rischio di perderlo- e giungo finalmente a destinazione. Non basterebbe un giorno intero per descrivere le emozioni provate in quegli attimi passati con Michele, una persona assai piacevole, coinvolgente oratore nonché soggetto intriso di Hip Hop che “fuoriesce da tutti i pori”.

Ci siamo confrontati per due ore complessive circa le più svariate tematiche, e i revival non sono certo mancati. Grazie alla maestria del mio interlocutore sono stato in grado di avvicinarmi esponenzialmente al vulpla: un pensiero musicale -un modus vivendi– come mi è stato spiegato da Shezan.

Suggerisco al lettore di leggere questa intervista con Di chi ti ricordi per sorridere in sottofondo al fine di entrare a pieno nell’argomento trattato. Rispetto per Shezan e per tutti coloro che, con il tempo, hanno apportato il proprio significativo contributo -musicale e culturale- alla scena.

Chi è Shezan e che peso ha, o ha avuto, all’interno della scena rap italiana?
«Shezan è un mc bolognese, tra i più longevi del panorama nazionale. Il periodo di massima produzione può essere racchiuso tra il 1997 e il 2002: arco temporale nel quale ho realizzato “cose grosse” -artisticamente parlando- senza esserne totalmente consapevole. Sono stato parte attiva di alcuni progetti che hanno influenzato gran parte degli artisti odierni, sopratutto per quanto concerne precisi processi di comprensione e assimilazione di determinati contenuti o meccanismi. Ricevo ancora svariate attestazioni di stima da parte dei più.

Detto ciò, con il passare degli anni sono sempre stato molto presente e mi sono evoluto fornendo continuamente il mio contribuito che è tutt’oggi tangibile. Vengo spesso considerato tra i dieci rapper fondamentali della scena italiana che un giovane ragazzo dovrebbe conoscere -e studiare- qualora fosse intenzionato ad approfondire la materia.

Noi, ovvero gli Uomini di Mare, facevamo musica con il fine primo di divertirci. Non c’era uno studio dietro. La nostra vita era totalmente dedicata al rap. Tutt’oggi, qualsiasi cosa io faccia nel quotidiano, la svolgo in funzione dello scrivere e del “vivere hip hop”. Tuttavia da bambino non avrei mai pensato che sarei stato protagonista fino a questo punto».

Come ti sei avvicinato alla “cultura della doppia acca”?
«Ho studiato e suonato musica fin da piccolo, in particolare il violino e il pianoforte. Le mie prime influenze musicali provengono dal cantautorato. Ricordo viaggi lunghissimi in macchina con i miei che mi facevano ascoltare Dalla, Guccini, De Gregori, Zucchero o De Andrè. Poi, in età adolescenziale, mi avvicinai progressivamente all’heavy metal, al punk hardcore e al rock.

Il primissimo ricordo legato al rap è Licensed to ill dei Beastie Boys che sentii da giovanissimo. Ho continuato ad ascoltare heavy metal con il tempo, sia durante sia dopo il mio intenso periodo di costante e proficua dedizione al rap. Dal 2007 invece mi sono concentrato esclusivamente sull’Hip Hop».

Hai sperimentato anche altre discipline o hai cominciato fin da subito con l’mcing?
«Iniziai prima come skater per poi avvicinarmi al writing ed infine all’mcing. Tra le tre scelsi la disciplina che ritenevo essere più potente e mediante la quale sapevo di poter esprimermi nel migliore dei modi. La mia filosofia di vita comunque si ispira molto ai valori professati dallo skateboard.

Io e Chime Nadir andavamo a Senigallia dove entrambi abbiamo dei parenti. A Senigallia c’era un negozio, il Mistral, che era un punto di ritrovo per gli skaters locali. Lì si fusero due crew: i Gardens di Bologna e ciò che poi sarebbero stati gli Uomini di Mare. Uomini lo eravamo, pur avendo sedici anni. Avevamo inoltre tutti un legame con il mare dal quale eravamo fortemente influenzati».

Pensi ti sia stato riconosciuto tutto ciò che hai fatto?
«Per natura sono una personalità abbastanza eclettica. Oltre alla musica ho infatti sempre lavorato parallelamente nel campo della ristorazione. E le due cose non erano collegabili, perché così facendo non ho mai potuto veramente concentrarmi sul mio pubblico.

Personalmente ritengo che la musica sia un impegno serio che richiede massima concentrazione: è un potente mezzo con il quale si toccano punti inesplorati dell’inconscio umano. Il musicista crea un legame quasi magico con il proprio ascoltatore, ignoto, il quale si trova spesso a distanze chilometriche. Ecco perché ho sempre fatto musica: mi ha cresciuto insegnandomi talune cose che nemmeno i miei genitori hanno saputo trasmettermi. La musica mi ha elevato spiritualmente. In quanto artista, ho sempre avuto la libertà di sperimentare e provare cose molto diverse.

Non chiedo scusa alla gente per ciò che ho fatto. Forse ho sbagliato, non lo so. Non volevo escludere la cucina dalla mia vita, che trovo inoltre molto vicina all’Hip Hop sotto alcuni punti di vista. In futuro vorrei comunque essere più attivo in ambito artistico».

Pensandoti vent’anni fa cambieresti qualcosa?
«No, ero così allora e sono contento di ciò. Le scelte che ho fatto, e le cose che ho detto, sono state frutto di una genuinità unica. Ero me stesso in quel momento, questa è l’unica cosa che conta.

Non sono mai stato legato ad alcuna logica. Non avevo strategie personali nel separarmi con Fabrizio (Fabri Fibra, ndr). Lui cominciò a “fare sincronismo” prima di me, ovvero a capire ciò di cui necessitavano le persone. Fabrizio maturò molto prima rispetto a me. Aveva una visione più ampia, di unione, molto meno settoriale della mia. Io ero troppo innamorato di ciò che facevo. Sono molto passionale, e quando stravedo per qualcosa nella quale sono completamente assorto mi pervade uno stato di puro benessere».

Fibra provò mai a “portarti dalla sua parte”?
«Si, per un lungo periodo i progetti furono quelli. Stavo anche per trasferirmi a Senigallia. Comunque ci tengo a ripeterlo: nessuno di noi ha mai covato strategie aziendali. Non c’erano calcoli prestabiliti. Era un gruppo che si basava unicamente sull’affetto puro e sulla stima reciproca.

Io amo Bologna. È una città romantica, ma al contempo schiacciante, che fornisce un sacco di ispirazione. Bologna ti attrae al suo interno coinvolgendoti. Volevo rimanere a Bologna e al contempo mantenere i rapporti con Senigallia. Ma questo non era possibile. Arrivò un momento in cui Fabrizio mi disse: “Io voglio essere questo nella vita”. Era totalmente focalizzato sul rap; non gli interessava avere un lavoro o costruire una famiglia. Probabilmente se mi fossi trasferito a Senigallia avrei assimilato la sua mentalità e lo avrei seguito nella sua progressiva esplosione.

Sono il primo fan degli Uomini di Mare e del click Teste Mobili. Credo che in quanto collettivo abbiamo realizzato delle cose invidiabili. Non esagero se azzardo a collocarci dopo i Sangue Misto. Come noi forse soltanto i Colle Der Fomento. Eravamo un gruppo classico, ma al contempo rappresentativo -in modo sublime- di un certo stile professato. Noi eravamo le Teste Mobili: degli scatenati a livello intellettuale».

“Violenza intellettuale muto lasciami flippare cadenza naturale indole criminale, verbale
Azione reazione è materia grigia in franchigia che pigia attigua alle tue grida tipa o tipo”

(Shezan il ragio, bolo collabo)

Si può dire che molti artisti che popolano tutt’ora le radio o i talent show lo devono anche agli Uomini di Mare?

«Si, vedi i Club Dogo con Mi Fist che è chiaramente ispirato a Sindrome di Fine Millennio. Non lo dico con invidia, è una constatazione oggettiva. Infatti se non saremo noi a fare una reunion ci penserà qualcun’altro…».

Ma voi all’epoca vi aspettavate una simile esplosione?
«No, non ci pensavamo neanche. Ad essere sinceri, eravamo una vera gang stile americano totalmente assorbita nell’Hip Hop che adottavamo come filosofia di vita. Come amavo definirci con Nesli, eravamo dei “figli di p*ttana sorridenti”: avevamo il sorriso in faccia, ma in realtà non eravamo per niente docili. A volte risento quei dannati lavori: eravamo troppo audaci e invasati. Avevamo uno stato mentale inscalfibile. Andavamo quasi contro la musica che producevamo. Se qualcuno del gruppo non “era sul pezzo” ricordo che si arrivava anche a litigare a vicenda; tutto doveva quadrare perfettamente.

Inizialmente poi fummo criticati sopratutto per il retaggio socio-culturale, e per lo stato di agiatezza economica, dal quale tutti provenivamo. Non eravamo “della strada” e ciò ci veniva fatto pesare. Questa nostra condizione sembrava quasi giocare a nostro svantaggio ed esserci controproducente. L’ho sempre trovata una cosa inconcepibile e, sopratutto, propria di una mentalità unicamente italiana.

Anche per questo motivo capisco i ragazzi di oggi, io ero come loro. Non comprendo invece il conflitto tra la old e la new school. Io faccio parte del vulpla: un pensiero musicale creato da Fabrizio, Dj Lato e me. Vulpla, che viene da vous plaisir (in seguito ad un viaggio che feci a Parigi), vuol dire fare della musica di un certo tipo per il piacere dell’ascoltatore. Perché quando stabilisci un legame con le persone è bello anche renderle felici. Ritengo che se un artista non ottiene un feed positivo da parte del pubblico con il quale è legato affettivamente allora tutti gli sforzi compiuti risultano vani».

Bologna è stata la capitale dell’Hip Hop italiano durante gli anni Novanta. Oggi lo è tutt’ora? E quali artisti, o gruppi, della scena locale ti piacciono maggiormente?
«La scena bolognese mi piace tutta. Non nutro particolari preferenze e riconosco che tutti gli artisti lavorano in maniera molto seria. Purtroppo però, da outsider, noto che si sono create delle micro-realtà. Sinceramente non capisco perché ora la situazione musicale cittadina sia la seguente. Forse dovremmo unirci tutti di più. Io ci ho provato, ho intenzione di fare casino, ma le dinamiche umane sono davvero ardue da gestire. Non so se la scena si stia ricreando nel sottobosco, ma se ora Milano e Roma sono centri nevralgici c’è sicuramente un motivo. Colgo l’occasione per sottolineare che Bologna è un “pezzo di storia” per questo genere musicale.

Il termine Bolo lo coniò Joe Cassano -in merito non mi risulta la paternità di altre versioni e smentisco le varie appropriazioni del vocabolo effettuate nel corso degli anni- ed ha assunto una connotazione universale per ricordare la morte di un ragazzo. Bolo lo può dire liberamente chiunque al nord come al sud Italia».

Un tuo parere su Claver Gold? Lo avevi seguito quando era qua a Bologna se non sbaglio…
«Claver lo conobbi una sera fuori dal Contavalli (locale a Bologna, ndr) perché mi chiese di rappare con lui dato che non aveva altre conoscenze. Fin da subito riconobbi in lui quello stato mentale che avevamo ai tempi Fabrizio ed io. Siamo comunque ancora in contatto. Inoltre, per due anni, è stato tra i Gardens Abitudinari dove io gli proposi di entrare. Il nostro è un legame genuino, anche perché siamo molto simili e tra simili ci si attrae».

Con Lato e Fibra ti senti ancora?
«Nè con Fabri né con Nicola (Dj Lato, ndr) purtroppo mi sento più. È stato un separarsi in maniera divergente. Nessun rimpianto però, abbiamo preso strade diverse compiendo scelte da uomini. Le persone come noi non accettano il compromesso: la musica o la si fa seriamente o non ha senso sprecarci del tempo».

Eppure ad un Basement Cafè con ospiti Fibra e Marracash sei stato citato..
«Sì, l’ho visto e posso finalmente dire che Fabrizio ha parlato di me in un’intervista (ride, ndr). Secondo me però doveva farlo molto prima, così da far in modo che la gente potesse conoscere maggiormente i nostri vecchi lavori. Ciò che ho prodotto con Fabrizio è certificato e si trova sui “libri di storia”, è patrimonio culturale della scena rap italiana. Credo comunque che il tutto andrebbe valorizzato maggiormente. Sto infatti pensando di caricare tutti i pezzi e freestyle realizzati sul mio sito www.mikeshezan.it. Le gente deve conoscere e attingere dalla fonte: è necessario fornire alle persone informazioni che non sono in grado di reperire autonomamente».

Ripercorriamo un attimo la tua carriera solista: hai realizzato due album giusto?
«Si. Randagio Sapiens fu il mio primo lavoro solista nel 2002. Selectio Aurea il secondo, tra il 2009 e il 2010. Presto verranno nuovamente caricati su tutte le piattaforme streaming musicali».

Recentemente invece hai pubblicato un nuovo singolo: Ziggurat. Diciamo che non è un pezzo “Boom Bap” che potevamo aspettarci dal buon Shezan. Ti va di dirci qualcosa al riguardo?
«È un pezzo country cloud. Ringrazio personalmente tutto il mio team di lavoro formato da quattro artisti, come me, con competenze specifiche in settori diversi. Io e KidEuropa produciamo, Caligola scrive, Gianpaolo Rosa ha realizzato  le grafiche e Gygho sta curando la parte fonica dell’album. Mi rendo conto che la percezione di me come artista possa essere cambiata. Nessuno comunque può sostenere che la Ziggurat sia un pezzo “debole” dato che non sono uscito dai miei classici standard: la strofa non è rappata, ma semplicemente cantata su un beat cloud come dicevo prima. E ciò non è altro che un’evoluzione, una presa di coscienza da parte del movimento che in questo preciso periodo storico ha scelto di valorizzare le melodie dei produttori facendo passare in secondo piano il gioco dei campionamenti e via dicendo. E poi in Italia si respira sempre quest’aurea purista che è altamente dannosa ed ostica all’innovazione.

Prima ero molto bohémien, ora invece mi è venuta questa cosa del sincronismo che ti dicevo. Se produco della musica di un certo tipo è perché secondo me le persone ne hanno bisogno. Ziggurat significa pensare agli altri e farli stare bene. Il brano serve a invogliare le persone e a caricarle per la giornata che dovranno affrontare. Il messaggio che voglio lanciare è che la gente deve essere attiva e raggiungere ciò che le interessa davvero. La competizione non deve comunque essere vista necessariamente in un’accezione negativa. L’importante è partecipare, anche se si perde cosa succede? Vivila bene e dai tutto te stesso. L’obiettivo finale è raggiungere la vetta della piramide: ovvero la realizzazione personale di ciascuno di noi, di qualunque tipo essa sia. Il titolo viene appunto dalle ziggurat che erano delle piramidi a scalini babilonesi che poi vennero riprese anche dalla cultura dei Maya e degli Atzechi.

Colgo l’occasione per rivolgermi ai miei ascoltatori chiedendo loro, se possibile, di imparare i testi a memoria e cantarli ai miei live. Ziggurat l’ho scritta immedesimandomi nei vostri panni, pensandovi. Se sbaglio qualcosa dovete farmelo sapere; non voglio vivere nel dispiacere. Io e il mio team siamo alla ricerca di costante collaborazione, e feedback, da parte del pubblico. Tutti coloro che capiscono il nostro viaggio e sono intenzionati a salire a bordo devono farsi sentire. Il nostro proposito non è aumentare la fan base o ricevere più attenzioni. Vogliamo confrontarci con gente seria con la quale creare una solida realtà. È una cosa importante».

Hai avuto risposte da parte del pubblico? Di che tipo?
«Un buon 70% che non mi conosceva è rimasto contento. La mia vecchia fan base invece è stata spiazzata, anche se so che si tratta di persone che non vogliono “tirarti giù”. Ti dico di più, gli Uomini di Mare, oggi, avrebbero fatto questa musica. Non è un genere così tanto nuovo: io ci vedo dentro molto punk, blues e tante altre sfumature.

Non capisco chi parla male della musica odierna: le reputo persone molto chiuse mentalmente e anche abbastanza invidiose. È figa ad esempio questa cosa del non chiudere le rime. Sai quante volte mi son trovato in difficoltà cercando di concludere la barra senza trovare parole immediate? E’ rivoluzionario nel suo piccolo, ti senti libero artisticamente. Libero di fare ciò che vuoi, senza alcuna costrizione. Il principale problema dell’Italia è la noia dei ragazzi. Gli stessi ragazzi che oggi si trovano a combattere contro vecchie sanguisughe che propinano cose anacronistiche».

Ziggurat preannuncia un nuovo album?
«Si, che conterrà tra i dieci ed i dodici brani. Ho dei featuring in programma con Claver, Inoki, Murubutu, Aban, Inda DogBoy della KNGL. Gli altri pezzi saranno interamente solisti».

Quando uscirà?
«Spero verso fine Dicembre. Al massimo slitterà a Gennaio…».

Hai dei riferimenti musicali, siano essi italiani e non?
«In primis me stesso, sono molto caratteriale e facilmente riconoscibile. Sarò sincero: oggi è raro che io ascolti Hip Hop. Gli Uomini di Mare comunque erano un ibrido tra East e West Coast.

Penso che l’Hip Hop ora sia come il folk o il blues, non vedo più le differenze come una volta. L’Hip Hop ora ha raggiunto un grado di maturazione, e di equilibrio tale, che è paragonabile a qualsiasi altro genere “elevato” come la musica classica.

Nella new wave vedo, e sento in molti, le influenze lanciate a suo tempo da me e Fabrizio. Riconosco molte delle nostre linee artistiche e di ciò me ne compiaccio. L’attitudine mostrata è la stessa sopratutto per quanto concerne le tecniche di impatto e la ricerca della freschezza».

Però lo stesso Shezan una volta era un purista. Mi riferisco sempre a quel famoso Basement Cafè di Esse Magazine in cui Fibra, ad un certo punto, rivela che disse a te e Chime Nadir di ascoltare gli Articolo 31…
«Si, è vero. Fu anche motivo di litigio tra me e Fabri. Chime tirava da una parte e Fabrizio dall’altra. Apro una piccola parentesi: sono sempre stato in fissa con l’Hip Hop americano. Non ho mai ascoltato troppo quello italiano, a meno che non fosse qualitativamente -e tecnicamente- degno di essere approfondito (come i Sangue Misto, i Cor Veleno, Corvo d’Argento, Sacre Scuole e via dicendo).

Tuttavia, la persona con la quale trascorrevo le mie giornate era Chime Nadir. Scusate, ma voi cosa avreste fatto al mio posto? Non potevo mancare di rispetto a una persona, un fratello, con il quale condividevo la noia e un costante decadimento culturale. E poi non scordiamoci che Chime era -già allora- un artista a trecentosessanta gradi ben impostato. Fu lui a dare i primi consigli a Lato e a Fabri. Non potevo seguire Fabrizio, era così che doveva andare».

Chi sono stati il miglior producer e l’mc con i quali hai collaborato?
«In quanto Shezan, in tutti questi anni ho lavorato solamente con artisti di un certo spessore professionale. Tra tutti gli mc che ho conosciuto è davvero difficile sceglierne uno: era tutta gente fortissima che spaccava per qualità diverse. Stesso discorso anche per quanto riguarda i produttori. Posso dire che Bassi Maestro era avanti. Ma me ne potrei citare tanti altri come Shocca, Dj Bless o Dj Ghetto».

La musica ti ha mai portato fuori dall’Italia?
«Si, e anche il mio lavoro. Ho vissuto due anni a Londra, Parigi e sei mesi a Ginevra. Io e Fabrizio eravamo così avanti artisticamente anche perché ricevevamo stimoli esterni e differenti imprinting culturali».

In futuro vorresti lasciare nuovamente lo Stivale?
«Non credo la lascerò mai, tuttavia il mio contributo attuale per la scena vuole essere tanto grande da non escludere a priori anche il fatto che debba spostarmi. Se ciò può servire per la musica lo farò…».

Vuoi aggiungere altro?
«Per riassumere il tutto: mi considero una persona intenzionata continuamente a cercare il confronto. Ho intenzioni pacifiche, ma al contempo voglio tessere relazioni solo con gente che persegue il mio stesso obiettivo. Gli effetti di ciò che ho in testa sono sicuri: è obbligatorio per me raggiungere certi risultati.

Non vedo distinzioni tra classico e moderno, tra underground e mainstream. Dovremmo tutti essere uniti sotto il credo Hip Hop senza inutili distinzioni che provocano soltanto divisioni e litigi insensati».

 

Commenti