Siamo stati al Carroponte per assistere al live di Gemitaiz in occasione del QVC8 Tour e queste sono state le nostre impressioni.

Le aspettative di chi vive a Milano in estate non sono mai tra le più rosee, tra chi è disperato perché troppo lontano dal mare o chi è alle prese con i propri impegni, tra sessioni estive e ferie che non arrivano mai. Fortunatamente, ci ha pensato ancora una volta il Carroponte a togliere le castagne dal fuoco con due eventi importanti nelle ultime due settimane: il live di Luchè del 28 giugno e quello di Gemitaiz andato in scena l’11 Luglio.

Premetto che, essendo la mia prima volta al Carroponte, le aspettative erano molto alte: parliamo pur sempre di una location che ha fatto la storia del rap italiano già in tempi non sospetti, vivendo un ricambio generazionale che ha visto  centinaia di persone trasformarsi in migliaia. L’atmosfera è calda (in tutti i sensi), il pubblico, oltre ad essere numeroso, è sinceramente entusiasmato e dei particolari riflessi nel tramonto contribuiscono a rendere l’aria piuttosto magica. Già nel pomeriggio in molti sono schierati in prima fila, noncuranti delle condizioni difficili che una tipica giornata di caldo estivo può portare. Ma mettiamo da parte i convenevoli.

Alle 22 circa le luci si spengono ma si accende lo schermo dietro il palco, importante co-protagonista per tutta la durata del concerto, accompagnando Gemitaiz con dei visual studiati alla grande, che riportano suggestioni visive e sentenze che ispirano e sposano bene le atmosfere dei brani. Viene così proiettata l’intervista dell’artista con GrowRap, inserita come intro nel suo QVC8, realizzata tanti anni fa, quando ancora le ambizioni e le motivazioni non avevano le forme che hanno assunto oggi per l’artista romano. In sottofondo, in un continuo crescendo, la strumentale di Know Yourself di Drake, preludio dell’entrata del rapper in scena. Quel momento è già un culto per chi c’era ed è simbolico di quello che avverrà nel corso della serata.

Gemitaiz Live

A Gemitaiz l’attribuzione del concetto di Master Of Cerimonies non fa per nulla paura, ed è in grado di dimostrarlo pezzo dopo pezzo. È imbarazzante la naturalezza, vocale ma anche carismatica, con la quale passa da pezzi più introspettivi come Lo Sai Che Ci Penso a veri e propri banger da club come Bad Boys in collaborazione con Ketama, uno dei tanti ospiti presenti alla serata. Tecnicamente la performance resta impeccabile per le quasi due ore del concerto, nel quale si alternano momenti intensi dove è il pubblico a cantare per lui, ad altri dove il grado di fomento per gli strofoni del Gemitaiz raggiungono livelli inimmaginabili.

Ad impreziosire l’intero contesto vi sono – per l’appunto – i numerosi ospiti, che sembrano essere in completa sintonia con Gemitaiz sia a livello umano che artistico. Nayt, Ketama, Quentin40, Achille Lauro, Boss Doms, Venerus, Frenetik, Ensi, Tedua, Izi ed ovviamente MadMan hanno dato un contributo importante al concerto, determinandone momenti ben precisi, e l’impressione è che il pubblico sia rimasto pienamente soddisfatto di quanto visto, ascoltato e provato. Gemitaiz ha eseguito praticamente  i suoi ultimi due progetti al completo – Davide e QVC 8 – non facendo mancare alcuni classici della sua lunga discografia come On The Corner e momenti di culto indimenticabili come gli ultimi tre episodi di Veleno o Thoiry con il team al completo, un vero e autentico “disastro”, in termini postivi si intende.

Se dovessimo descrivere gli highlights del concerto sarebbe difficile farlo a parole. Quel che è certo è che Gemitaiz è diventato un artista importante e consapevole della sua posizione, che le sue canzoni prendono vita durante il live grazie all’energia inesauribile che si instaura tra artista e pubblico. Questo è stato riscontrabile nella splendida Senza Di Me, eseguita in acustica con un’atmosfera magica, nella simbiosi impeccabile instaurata con MadMan nella parte finale del concerto, e in Giornate Vuote, il brano conclusivo che ci racconta – ancora una volta – come l’artista romano abbia l’onore e l’onere di essere in grado di interpretare la realtà del suo pubblico come fosse uno di loro, senza i patemi della star o dell’incompreso, nonostante sia ad oggi uno dei suoi tatuaggi più simbolici.

Commenti
Ho 21 anni e mi nutro quotidianamente di questa musica. Preferisco gli autori profondi a quelli superficiali e sono fermamente convinto che il rap possa veramente tirare fuori le persone dalla m*rda.